24 Luglio 2022

Il privilegio dell’indignazione

L’indignazione non vuole soltanto una specie di austero coraggio morale: ha senso solo se stai sulla cordigliera dell’intelligenza, se l’obbiettivo è degno della tua severità, se, soprattutto, non ritenendoti degno, ti indigni. Osservi che intorno a te è la palude dei convenevoli, la platea dei ‘mi piace’, dei sorrisi a tagliola, il futile, specioso gioco delle convenienze: dunque, non puoi far altro che indignarti. Proprio tu, il più piccolo tra i pari – così, almeno, ti credi, perché non hai altro da ‘vendere’ che la tua indipendenza –, fili quel sentimento arcaico, perfino sacro, ti fai tutt’uno con la rabbia – l’odio, semmai, verrà dopo –, un nodo d’argento, il punto di non ritorno. Nessuna spiegazione placa l’indignato: bisogna ravvedersi, rimediare convertendosi, altrimenti, meglio l’estinzione, l’estenuata fine, l’apocalisse.

L’opposto dell’indignato è chi offende per il gusto, nascosto dietro uno schermo, mascherato da identità parziali, forse fasulle. Chi sputa sentenze perché di quello sputo è fatto: bava livida, livore incontinente, continentale idiozia. Chi s’indigna pronuncia un’idea – magari promossa per bestemmie – e ne difende il canone fino a perdere il viso. Si schiera in prima fila, a piena faccia, nell’agorà del rischio, tutt’uno col proprio demone. Sa che può perdere tutto, ma in petto – a differenza degli odiatori seriali – non ha iene, una tigre, piuttosto, coerente fino all’assalto, blu. Non urla, l’indignato – dice, con gravità da iceberg, da patriota di una estetica. L’indignazione non si amplia alla massa – non è rivolta di piazza, protesta – è lo zenit di una aristocrazia individuale, corrosiva, antipatica.  

Per essere indignato si chiede, però, una coerenza micidiale, claustrale: chi è indignato non punta il dito, perché falange per falange – leggete Padre Sergij di Tolstoj – si è mozzato tutto, della mano non gli resta che il grumo. Egli stesso, tutto, interamente, è parola incarnata che s’indigna: come i profeti che caracollavano dal deserto, luridi, straccioni, dagli occhi immiseriti di dèi, e scagliavano anatemi capaci di mutare in carta le mura titaniche delle città. L’indignazione, voglio dire, va a braccio, con l’intransigenza, propria di chi non lascia passare nulla a nessuno, neanche a sé, arrotato in una screanzata disciplina.

La pappardella mi è venuta a mente sfogliando, appunto, Intransigenze, il libro che raccoglie le interviste di Vladimir Nabokov, pubblicato da Adelphi nel 1994 (in libreria pure in versione economica). Il libro è straordinario per un motivo superficiale, uno secondario, l’altro radicale. Il primo è questo: entriamo nel teatro della crudeltà di Mister N. Le interviste vanno dal 1962, l’anno in cui Stanley Kubrick traduce Lolita (uscito in libro nel 1955) al cinema. Nabokov, che è già stato diversi Nabokov – tra cui uno che si firmava “V. Sirin” – e ha scritto diversi libri – tra cui La difesa di Lužin, nel 1930, il più bel romanzo sul gioco degli scacchi – ha 63 anni, ha vissuto per venti negli Stati Uniti, lasciati da poco per Montreux, Svizzera. Il film di Nabokov non gli è andato a genio; la fama la ama, per poterla sfottere. Dall’anno dopo sarà sistematicamente nominato al Nobel per la letteratura. La Prefazione con cui VN indora il libro è mirabile, inizia così:

“Penso come un genio, scrivo come un autore eminente e parlo come un bambino. Dall’inizio alla fine della mia carriera accademica negli Stati Uniti, da sparuto incaricato a professore di ruolo, non ho mai trasmesso al mio uditorio un solo briciolo di sapere che non fosse stato preparato e dattiloscritto in anticipo e che non fosse sotto i miei occhi sul leggio ben illuminato. Durante le telefonate interurbane i miei ehm-ehm e i miei mah-mah inducono gli interlocutori a passare dalla madrelingua inglese a un patetico francese…. Persino il sogno che descrivo a mia moglie mentre facciamo colazione è soltanto una prima bozza. Stando così le cose, nessuno dovrebbe chiedermi un’intervista se per ‘intervista’ s’intende una chiacchierata fra due normali esseri umani”.

 In superficie, appunto, il libro dimostra la libido d’odio di Nabokov, l’oro della sua indignazione, il gusto intransigente. La rassegna dei lapidati è monumentale. Esempi sparsi.

“Gente come Conan Doyle, Kipling, Joseph Conrad, Chesterton, Oscar Wilde sono essenzialmente scrittori per giovanissimi”

“Brecht, Faulkner, Camus… per me non significano un bel niente”

“Devo farmi forza per non sospettare un complotto contro il mio cervello quando vedo critici e colleghi scrittori che accettano a cuor leggero come ‘grande letteratura’ le copulazioni di Lady Chatterley o le pretenziose assurdità di Mr. Pound, quell’impostore integrale”

“Non ricordo giochi di parole in Borges… In ogni caso, le sue delicate favolette e i suoi minotauri in miniatura non hanno niente in comune con le grandiose macchine di Joyce”

“Detesto ardentemente I fratelli Karamazov e quella atroce litania che è Delitto e castigo. Non ho niente contro l’analisi dell’anima e gli esami di coscienza, ma in quei libri l’anima e i peccati e il sentimentalismo e il giornalese raramente riescono a giustificare una ricerca così tediosa e confusa”

Naturalmente – come detto – l’indignazione, riassunta in concetti incendiari, ha senso solo se non è l’indolente ripiego della propria incapacità letteraria, abito dell’incivile esteta, ma se è l’esito dell’intransigenza, di un compito testimoniato in libri. 

Secondo punto. Il libro insegna la pratica dell’intervista. Nabokov non si sottrae – parla a “Vogue” come a “Playboy” o alla BBC –, ma detta le regole. “Le domande dell’intervistatore devono essere inviate per iscritto, ricevono risposte scritte, e le risposte devono essere riprodotte alla lettera”. Formidabile rompipalle, demoniaco sovversivo di ogni bon ton letterario – Mr. N replicava alle recensioni ai suoi libri se queste contenevano inesattezze – Nabokov non vuole alcun rapporto umano: che sia la presenza di un giornalista o la prestanza della voce. Scrive. Nelle interviste, tra l’altro, Nabokov stigmatizza la “rivoluzione studentesca” (“Proprio tra i giovani si annidano i più grandi conformisti e filistei: per esempio, gli hippy, con le loro barbe di gruppo e proteste di gruppo”), e svergina il tabù della letteratura ‘impegnata’: “Un’opera d’arte non ha nessunissima importanza per la società. È importante solo per l’individuo, e a me importa solo il singolo lettore. Me ne infischio del gruppo, delle masse e via dicendo. Anche se il motto ‘l’arte per l’arte’ non mi va a genio… non c’è dubbio che ciò che salva un’opera di narrativa dai bachi e dalla ruggine non è la sua importanza sociale ma la sua arte, soltanto l’arte”. Da qui l’indignazione – esatta – verso chi piega la forma letteraria ad altri fini: educativi, morali (trasgressivi o puritani è uguale), sociali. La letteratura resta grande perché non ha altro fine che quello formale: può permettersi tutto, l’altitudine è il morso.

In questa epoca in cui la scaltrezza è l’altro volto della codardia, dove i cinici di palazzo diffondono serpentina simpatia per attirarsi le vaghe voglie del pubblico, dove tutto, svenduto, è in vendita, Intransigenze fa l’effetto di un manuale del rigore, un patto per l’indignazione. Mr. N mi ricorda, per l’assoluto della sua intransigenza, Tertulliano, il geniale apologeta cristiano vissuto nel II secolo dopo Cristo, autore di pamphlet corrosivi come il De Spectaculis, tremendi nella sostanza – si spiega perché “noi Cristiani abbiamo rinunciato, con il battesimo, agli spettacoli teatrali” – ma corroboranti per la ferocia di cui sono intrisi, per la potenza estatica del ragionare (“Gli idolatri, presso i quali non si può riscontrare affatto vero e assoluto splendore di verità, perché essi non conoscono Iddio, che è luce e dottrina del vero, intendono il male e il bene secondo un criterio tutto arbitrario, proprio a capriccio e considerano così, bene, ciò che in altro luogo pensano come male, e giudicano male, quanto in altre circostanze riconoscono per bene”). Il raffronto non è campato tra gli specchi: nel 1971 Nabokov scrive,

“Credo che un giorno qualcuno proclamerà che, lungi dall’essere stato un frivolo uccello di fuoco, ero un rigido moralista che prendeva a calci il peccato, dava schiaffi alla stupidità, metteva in ridicolo ciò che è volgare e crudele, e attribuiva poteri sovrani alla tenerezza, al talento e alla fierezza”.

Come Santa Chiara pretese, per istinto indipendente, il ‘privilegio della povertà’, noi dovremmo conquistarci il privilegio dell’indignazione. Catabasi in un giudizio che non ammette dialogo. Per essere indignati, d’altronde, non c’è bisogno di una ragione morale, del rigore di un credo: possiamo essere, semplicemente, alla mercé del vuoto.

Gruppo MAGOG