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“Scrivevo poesie concise e sanguinose”: Leggiamo i versi di Primo Levi. Grandi quando scocca l’anatema e balugina il dramma (“E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla”)

Su Primo Levi, che il 31 luglio compie gli anni, continua a gravare il fraintendimento, certamente giustificato. Recentemente il “Guardian”, per la firma di Sam Jordison, ha consigliato la lettura di “Se questo è un uomo” e “La tregua”. “Purtroppo, non occorre spiegare l’urgenza di leggere questi libri ora; anche se non fossimo nell’attuale situazione politica resterebbero vitali”. Non entriamo nell’esegesi ‘politica’ dell’oggi, basta quella ‘estetica’. Quei libri vanno letti perché eticamente e politicamente necessari. Di certo, il tema trattato da Levi è tanto esorbitante da divorare l’opera, la annichilisce. Levi è lo scrittore della Shoah. Meglio dire, però, che Levi è uno scrittore. Sappiamo, ormai, che Levi è un maestro ‘di stile’, oltre che di etica, è perfino un maestro di crudeltà. “Una storia mostruosa, raccontata con lucidità, in modo magnifico”, scrisse l’“Observer” nel 1960, recensendo la traduzione di “Se questo è un uomo”. Giusto! Lo scrittore non abbellisce l’orrore: lo narra con lucidità e grandezza, di modo che resti indimenticabile il male. Primo Levi, è noto, comincia come poeta: “La prima poesia, ‘Crescenzago’, è datata febbraio 1943, prima della cattura” (in: C. Segre e C. Ossola, “Antologia della poesia italiana”, Einaudi 1999). Come si sa, il romanzo più celebre, “Se questo è un uomo”, si articola a partire da una poesia, “Shemà”, che invoca all’ascolto, alla liturgia terrena (“Shemà Israel” è la preghiera che pattuglia il giorno, mane e sera, che è anello al vivere, allora). Nel 1970 Levi raccoglie, in edizione privata, un nugolo di poesie; nel 1975, come “L’osteria di Brema”, sono pubblicate da Scheiwiller; nel 1984 l’editore Garzanti pubblica la raccolta più nota, “Ad ora incerta”. Va poi segnalata la silloge passata come “Altre poesie”, uscita nel 1988 nell’edizione Einaudi che accoglie “Romanzi e poesie”. “Scrivevo poesie concise e sanguinose, raccontavo con vertigine, a voce e per iscritto”, dirà Levi, declinando una poetica. Al di là della questione cronologica (parole sue: “La poesia è nata certamente prima della prosa”), va detto del rapporto di combutta con la lirica, disadorna, appuntita: “Mi sembrò nuovamente naturale aprire la via a un linguaggio poetico. Non senza imbarazzo, lo confesso, perché sono ignorante in fatto di poesia”, dirà Levi, negli Ottanta. E poi: “Sono un uomo che crede poco nella poesia e tuttavia la pratica”. In questo schema a schivare la poesia c’è qualcosa di autentico. Si sente in sintonia con Georg Trakl e soprattutto con Paul Celan, Levi, poeti che adottano vie diverse dalle sue – il fiorire di immagini allucinanti o lo sgretolamento del linguaggio in diamanti verbali – per mettere in versi l’orrore. Levi è alto quando la poesia, che ha salmeggio e tono biblico, sfoga nell’anatema, nell’ammissione del vuoto. Se non grande poeta, è poeta, ci basti. (d.b.)

***

Shemà

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato_
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

10 gennaio 1946

*

Per Adolf Eichmann

Corre libero il vento per le nostre pianure,
Eterno pulsa il mare vivo alle nostre spiagge.
L’uomo feconda la terra, la terra gli dà fiori e frutti:
Vive in travaglio e in gioia, spera e teme, procrea dolci figli.

…E tu sei giunto, nostro prezioso nemico,
Tu creatura deserta, uomo cerchiato di morte.
Che saprai dire ora, davanti al nostro consesso?
Giurerai per un dio? Quale dio?

Salterai nel sepolcro allegramente?
O ti dorrai come in ultimo l’uomo operoso si duole,
Cui fu la vita breve per l’arte sua troppo lunga,
Dell’opera tua trista non compiuta,
Dei tredici milioni ancora vivi?

O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
Possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
E visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
Rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,
Intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte.

20 luglio 1960

*

Le stelle nere

Nessuno canti più d’amore o di guerra.

L’ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto;
Le legioni celesti sono un groviglio di mostri,
L’universo ci assedia cieco, violento e strano.
Il sereno è cosparso d’orribili soli morti,
Sedimenti densissimi d’atomi stritolati.
Da loro non emana che disperata gravezza,
Non energia, non messaggi, non particelle, non luce;
La luce stessa ricade, rotta dal proprio peso,
E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla,
E i cieli si coinvolgono perpetuamente invano.

30 novembre 1974

*

L’opera

Ecco, è finito: non si tocca più.
Quanto mi pesa la penna in mano!
Era così leggera poco prima,
Viva come l’argento vivo:
Non avevo che da seguirla,
Lei mi guidava la mano
Come un veggente che guidi un cieco,
Come una dama che ti guidi a danza.
Ora basta, il lavoro è finito,
Rifinito, sferico.
Se gli togliessi ancora una parola
Sarebbe un buco che trasuda siero.
Se una ne aggiungessi
Sporgerebbe come una brutta verruca.
Se una ne cambiassi stonerebbe
Come un cane che latri in un concerto.
Che fare, adesso? Come staccarsene?
Ad ogni opera nata muori un poco.

15 gennaio 1983

Primo Levi

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