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Da poeti a magnoni: se esiste la laurea in Gastronomia pretendo quella in Scienze Poetiche. Dante è meglio delle tagliatelle al tartufo

Sordi

Con tutto il rispetto, in Italia finisce tutto a magnare&bere. Notizia del giorno: il Miur, cioè lo Stato, vara due nuovi corsi di laurea: la triennale in ‘Scienze, Culture e Politiche della Gastronomia’ e la magistrale in ‘Scienze Economiche e Sociali della Gastronomia’. Il presidente del Consiglio, arcipimpante, ha tenuto a battesimo la novità presso l’Università degli Studi di scienze gastronomiche di Pollenzo, quella presieduta da Carlo Petrini, che è quello di Slow Food. Benissimo, si dirà, pancia piena in mente sana, a panza gonfia non si comanda, finalmente ci si laurea in Gastronomia nel paese dei magnoni, quelli che dal gastronomo romano Apicio al formidabile Artusi sono passati a passare la serata davanti all’ennesimo reality dove non si parla che di cibo. Cosa mi sta indigesto? L’ecolatria del cibo. Compriamo cibo, ingeriamo cibo, parliamo di cibo, caghiamo cibo. Eppure, diceva quello lì, non di solo pane vive l’uomo. Quell’altro invece, il poeta latino Giovenale, diceva – con più cinismo in zucca – panem et circenses: gli uomini evoluti non vogliono altro, mangiare bene (possibilmente spendendo poco) e andare allo stadio. Mangiare a sbafo e, in alternativa allo stadio, vedere i cuochi che se le danno in tivù di santa ragione se il gamberetto non è cotto come gastroidiozia comanda. Per carità, non sfottete l’arte culinaria… Lo Stato fiuta odore di soldi e laurea i gastronomi, d’altronde, notoriamente, l’Italia è il paese dove si magna meglio. A questo punto alzo la mano e dico la mia. Se c’è una laurea in Gastronomia ne voglio una anche in Scienze Poetiche. Non pigliatemi per scemo. La poesia non è roba indotta dalla Musa che si strappa i capelli e sussurra frasi d’amore al vate svaccato. La poesia è forma, cioè tecnica. Per scrivere poesia bisogna acquisire una tecnica. Poi, certo, se c’è anche l’intuizione diventi Shakespeare; ma se hai solo l’intuizione non vai oltre un aforisma di Fedez o uno stornello di Tiziano Ferro. Cerco di precisare. L’Italia è il paese al mondo dove si magna meglio. Soprattutto, l’Italia è un paese fondato sulla lirica. Sono Dante e Petrarca ad avere fatto l’Italia. E prima di loro il mantovano Virgilio e Catullo di Sirmione e l’abruzzese Ovidio. Penso che tutti quanti siamo d’accordo nel ritenere la Divina Commedia migliore di un divino piatto di tagliatelle al tartufo e che una poesia di Giacomo Leopardi sia un nutrimento spirituale infinito, valido per l’arco di una vita, anche di più, mentre un’aragosta basta a mala pena per una cena – se la cena, poi, piuttosto, sfocia tra le braccia di una bella fanciulla. Perciò, basta cretinate. Se esiste una laurea in Gastronomia – roba che mi si attorciglia quel pitone che ho al posto dello stomaco – ne voglio una in Scienze Poetiche. Ho già in mente i corsi. ‘Alchimia dell’endecasillabo’, ‘Teoria del sonetto’, ‘Filosofia della terzina’. Non sto scherzando. Perché non creiamo un paese di poeti eccellenti? Perché i poeti stanno fuori dal consesso civico, inchiavati nell’indifferenza, fuori dalle accademie patrie? Lo so, lo so. Il poeta – se è poeta – rompe i coglioni. Non è utile al sistema, è un ‘parassita sociale’. Eppure, ve l’immaginate che sonora bellezza? Gli italiani in giro per il mondo a insegnare come si cesella un verso, come si elabora una figura retorica, come si edifica un poema. Invece, niente. La poesia non vende, lo Stato si è svenduto per una pizza e una tartufata, l’utile regna sovrano mentre il bello è sputtanato. Restiamo sempre i soliti, rassegnatevi, gli italiani ‘pizza, spaghetti e pummarola’. Non basta la parola ‘gastronomia’ a elevarci dal sottosuolo dello spirito. Il popolo dei poeti è diventato – lo è sempre stato – un popolo di magnoni e di piagnoni.

Davide Brullo

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