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Pierre-Guillaume de Roux: storia di un editore estremo, “libero fino all’estasi” (direbbe suo padre)

C’è qualcosa di indisciplinato, di ribelle, di oscuro nel fare l’editore in Francia, se sei un indipendente, uno svincolato. Una casa editrice è un rifugio – ma anche un luogo in cui coltivare sovversioni. Pierre-Guillaume de Roux sembrava il calco del padre, Dominique, il geniale ideatore de “L’Herne”, che si consacrò agli estremi, a Witold Gombrowicz, a Céline, a Pound, a Julien Gracq; di lui, semmai, ricavò un talento istoriato nella tenebra. È morto due settimane prima di compiere 58 anni, il 12 febbraio scorso, Pierre-Guillaume de Roux, a Parigi, éditeur et esprit libre, lo descrive “Le Figaro”. Il padre, Dominique, era morto che Pierre-Guillaume aveva 14 anni: fu una specie di consegna, una stimmate, la consacrazione. La carriera di Pierre-Guillaume de Roux nell’editoria francese fu miliare, da subito: a 19 anni lavora per Christian Bourgois; a 21 è il direttore letterario delle Éditions de la Table ronde. Negli anni, assecondando un estro anticonformista, appropriato al rischio, all’idea del libro come pericolo, un miracolo che comporta, sempre, una conversione dalle convenzioni, de Roux guiderà Juillard, poi Bartillat e Rocher. Soprattutto, inventa iniziative editoriali in contrasto alla cultura dominante: Criterion, Les Syrtes, e infine, dieci anni fa, la casa editrice che porta il proprio nome. “Le Éditions Pierre-Guillaume de Roux sono il frutto di affinità profonde e di amicizie di lunga data”, scriveva, definendo il carisma della propria casa editrice in una specie di regola antimoderna, dolcemente guerresca: “Intanto, bisogna accompagnare gli autori nel tempo… Bisogna dare ai lettori il tempo per conoscere nuovi autori: è l’urgenza del momento. Tanto è vero che la sovrapproduzione di libri è diventata il loro cimitero. Da qui la necessità del rischio: pubblicare un romanzo d’esordio, un romanzo ignoto, o dimenticato. Per dargli piena rivelazione”. Parlava dell’attività dell’editore – a proposito di rivelazione – come di un “sacerdozio”. Tra testi letterari di pregio, pur sempre obliqui al noto, realizzati con una grafica di sobria, catartica eleganza, de Roux pubblica libri allineati all’anticonformismo: Avez-vous lu Céline? di David Alliot e Eric Mazet, ad esempio, che rimarcano la necessità di pubblicare e meditare i pamphlet antisemiti del grande scrittore; e poi Chronique de l’islamisation ordinaire de la France di François Billot de Lochner, la corrispondenza tra Ernst Jünger e Carl Schmitt, diversi libri di Ezra Pound, Le Coeur rebelle e Un Samouraï d’Occident di Dominique Venner, e poi Roger Nimier, Boris Pahor, Tarr di Wyndham Lewis, Solov’ev… e naturalmente Dominique de Roux.

Come è ovvio per un anticonformista in terra francese, con un cognome che ha l’intaglio di una eredità, Pierre-Guillaume de Roux aveva molti nemici. Nel 2012 aveva pubblicato il pamphlet di Richard Millet, Éloge littéraire d’Anders Breivik: ne scaturì un – quasi d’obbligo – delirio pubblico. Millet, scrittore di peso, lettore per Gallimard – da cui sarà costretto ad allontanarsi –, tradotto un po’ ovunque, pur condannando le azioni di Breivik – l’assassino che in Norvegia, il 22 luglio del 2011, aveva ucciso 77 persone – le considerava “l’esito tragico che attende le nostre società, accecate dalla devastazione del multiculturalismo, dall’islamizzazione, dal rifiuto delle radici cristiane”. Annie Ernaux inaugurò su “Le Monde” una petizione pubblica dal titolo eloquente: “Il pamphlet fascista di Richard Millet disonora la letteratura” (quasi che la letteratura sia mai stata onorevole, sia per mendicare qualche onore od onorificenza); Le Clézio attaccò il testo come “cupa elucubrazione ripugnante”. Pierre-Guillaume de Roux difese il libro, con la forza della ragione irriverente, onesta, perfino ovvia (“Fa parte della traduzione dei pamphlet fuori dalle righe e dai ranghi, che danno avvio a dibattiti, ostici, quali devono essere. Richard Millet è un grandissimo scrittore contemporaneo e il senso delle domande che pone è perciò vertiginoso”), ma subì, da allora, dichiaratamente la vaga indifferenza dei patron dell’informazione francese; nel 2017, senza altro motivo che il gusto sarcastico per la ‘guerra culturale’, “Le Monde” gli dedicò un reportage, diffamatorio fin dal titolo (Pierre-Guillaume de Roux éditeur des “proscrits”), accusandolo di stampare “opuscoli di estrema destra” e di essere un “fan degli scrittori maledetti”. Diceva di pubblicare “gli appestati”, i disadatti, alieni alla cultura ufficiale, tribunizia, e in questo è qualcosa che riguarda davvero il sacerdozio dell’editoria. Quasi che la bellezza sia un lebbrosario, una ferita. Chi conosce bene Pierre-Guillaume de Roux racconta che quel servizio, perfido, gli fece molto male; quanto al resto, parla il suo catalogo, frutto di una intelligenza e di una integrità anomale: vi si scovano testi di D.H. Lawrence e di Olivier Rey, di Antonin Artaud, studi su Bernanos e Simenon, un pluripremiato saggio biografico su Arvo Pärt (firmato da Julien Teyssandier), e poi Isaac Babel, Piero Chiara, Cioran et ses contemporains. Sfiorò il capolavoro, lasciando che a compiere l’opera, come è giusto, fosse il caso, il fato.

In una testimonianza pubblicata nel 1971 sul “Cahier de l’Herne” dedicato a Gombrowicz, Dominique de Roux scrive: “Ciascuna sua parola era un’acqua profonda, un lago. All’ultimo piano di un residence, su un lato della terrazza, il suo sguardo vagava sopra quel mondo di pinete, di giorni passati sui pendii. Come il Gran Maestro degli Assassini nella fortezza proibita di Alamut, viveva solo nella sua meditazione, non viveva d’altro che di sola meditazione. A volte cercava di localizzare Vence, vedeva incendi, progenie nel fuoco, l’immobilità e il ritorno pacificato in sé… Il dolore che brucia e purifica ha acuito la sua lucidità… Gombrowicz era un uomo libero, libero fino all’estasi”. Che quelle parole, scritte cinquant’anni, possano insediarsi, ora, sul corpo del figlio, e dargli quiete. Sarebbe stato bello vederli lavorare insieme, Dominique e Pierre-Guillaume; ma è stato un bene così, probabilmente, perché un uomo esagera se stesso privo del padre, come in una rincorsa. (d.b.)

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