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Nel lato oscuro di Peter Pan. I manoscritti di J. M. Barrie e una lettera da Antartide

Nel nome è tutto. Peter è Pietro, la pietra su cui fondare un regno di sogni, l’uomo che possiede le chiavi della terra di nessuno, della contea del mai, Never Land. Pan è il figlio di Ermes, il demonio dei boschi, l’etica della foga. Peter Pan è il bimbo eterno che non ha ombra – è pura luce o puro inganno – e come le divinità non puoi sfiorarlo, “Nessuno mai deve toccarmi”, dice, in una delle sue prime battute, il bimbo eterno, a Wendy. Peter Pan non immagina, vive nel proprio immaginario fino alla lacerazione di ogni cronologia: Peter Pan non ricorda, dimentica, brucia (“Buffo che tu abbia dimenticato i ragazzi perduti. E perfino Capitan Uncino”, lo rimprovera con delizia Wendy). Nel suo perpetuo presente, bianco, la ripetizione è una novità e niente è innocuo.

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L’anniversario non è rotondo – 115 anni dalla prima rappresentazione di Peter Pan: the Boy Who Wouldn’t Grow Up, era il 27 dicembre – però ogni pretesto è valido per omaggiare la creatura di J.M. Barrie, capace, con potenza mitica rarissima – ne ricordo altri due, bambini uguali&diversi, in quel giro di anni: l’Alice del reverendissimo Carroll e il Mowgli dell’inquieto Kipling – di sfuggire dal proprio creatore per diventare noto a tutti, spaziando nel tutto (pan, appunto). Per la cura di Jessica Nelson, infatti, in formato elegantissimo – direi, ‘natalizio’ – SP Books (sottopancia: publisher of manuscrits) pubblica il manoscritto – appunto – di Peter Pan & Wendy, la versione romanzata, del 1911, dell’originario testo teatrale.

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La scansione esatta è questa. Nel 1885 Barrie, scozzese, sbarca a Londra. È un poverello, si paga il primo romanzo (Better Dead, 1887), fa amicizia con George Meredith, che lo foraggia, e con Robert Louis Stevenson, che lo incoraggia dalle Samoa. Il matrimonio con Mary Ansell, attrice che gode nel cornificarlo, è un netto disastro: ma è proprio al culmine del precipizio che Barrie, portando a passeggio il cane a Kensington Park – la storia è volgarizzata in Neverland, 2004, con Johnny Depp nel ruolo di JM e Kate Winslet in quello della fascinosa Sylvia Llewelyn Davies – incontra i Davies. Per loro, rivivendo la propria infanzia, Barrie inventa Peter Pan, che prima appare in The Little White Bird (1902), poi esplode nel testo teatrale del 1904, segue una avventura preliminare nel 1906 (Peter Pan in Kensington Gardens), infine evolve in romanzo nel 1911. Nel tempo perso, Barrie gioca a cricket e fonda una squadra dilettantistica, gli “Allahakbarries”, nelle cui fila hanno militato, in quella Never Land della letteratura, H.G. Wells, Kipling, Conan Doyle, Jerome K. Jerome, Chesterton, P.G. Wodehouse, mica male.

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Il bello del manoscritto pubblicato è che possiamo osservare i patimenti e i pentimenti operati da Barrie. In questo modo è ancora più evidente ciò che è chiaro da mo’, cioè che Peter Pan non è il bambino felice che piroetta nel cielo disneyano. Peter è un dio selvaggio, un dio pericoloso. “Il manoscritto dimostra che nell’edizione del 1911 Barrie attenua alcuni caratteri scontrosi di Peter Pan. Ad esempio, cancella la descrizione dell’eroe come di ‘un ragazzo elfo’ che parla ‘con aria di sfida… più sprezzante che mai’”, ha detto la curatrice del fatal tomo al Guardian. “Dai testi manoscritti appare una creatura più oscura, disumana, direi più cattiva… Barrie non aveva paura di frequentare i luoghi oscuri dell’uomo: nel suo libro ci dice che i bambini possono essere feroci”.

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Sembra qui – nella ferocia – il punto di giunzione tra Peter Pan e i bambini perduti nella selvaggia Never Land di William Golding, descritti ne Il Signore delle Mosche. I bambini, privi di legacci sociali e di legami parentali, naufraghi su un’isola, costruiscono un mondo orientato alla ferocia, desunto dalla sopraffazione (“Ai maiali si taglia la gola per farne uscire il sangue, disse Jack. Sapevano benissimo perché non avevano colpito la bestia: per quell’enormità del coltello che scendeva a immergersi nella carne viva, per quella cosa insopportabile, quel sangue… Sfoderò il coltello d’un colpo e lo conficcò in un tronco d’albero. Un’altra volta, niente pietà”). Golding ribalta la concezione di Robinson Crusoe – l’uomo non è connaturato al buon senso, tenta di ornare il caos di vizi – e riempie la sua isola di famelici Peter Pan.

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Nel testo teatrale del 1904, in effetti – cito dall’edizione Feltrinelli 1992, con bella introduzione di Francesco M. Cataluccio –, i rapporti, pur velati dal magico, sono cruenti. Peter Pan scappa di casa “perché ho sentito papà e mamma parlare di quello che sarei dovuto diventare quando fossi stato uomo”; d’altronde, la madre non lo ha voluto indietro (“mia madre mi aveva completamente dimenticato”), e i “ragazzi perduti… sono i bambini che cadono dalla carrozzina mentre la governante sta guardando da un’altra parte” e che “nessuno più reclama”. Il mondo degli uomini è retto e corrotto dal denaro (“Tutto quello che ricordo di mia madre è che diceva spesso a papà: ‘Oh, come vorrei avere un libretto degli assegni tutto mio’”), quello di Peter dalla ferocia di dimenticare tutto, di slegarsi da tutti.

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La ‘Lilly Library Digital Collections’ della Indiana University custodisce “il manoscritto originale autografo di Peter Pan” che comprende “correzioni, variazioni e le illustrazioni di Barrie”. Il testo è digitalizzato quindi potete togliervi lo sfizio di sfogliarlo: la scrittura di Barrie è microscopica, come una civiltà di insetti. Le indicazioni cartografiche per l’Isola Che Non C’è sono tutte lì.

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Secondo Diogene Laerzio, alla compagnia degli efesini, che gli chiedono di redigere per loro la costituzione, Eraclito preferisce quella dei bambini, giocando con loro a dadi, all’ombra del tempio di Artemide. I bambini, nel racconto morale, sono fuori legge, sotto egida del caos (i dadi), per questo prossimi al sacro. Per questo Gesù vuole i bambini a sé (“chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli”, Mt 18, 4), perché vivono l’insolito, oltre il fango della legge: a patto che non si confonda il bambino con il pio inetto (“divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino”, 1 Cor 13, 11).

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La biografia di Barrie ghiaccia. Ultimo di dieci figli, si fa obbligo di consolare la madre dopo la morte del prediletto, David. A volte lo imita – morì, quattordicenne, pattinando sul ghiaccio – indossando i suoi vestiti, per estorcere un sorriso alla madre in verticale depressione. Segue il matrimonio bianco, presto defunto e il rapporto, ai limiti dello stralunato, con i figli di Sylvia e Arthur Davies, che di fatto saranno suoi dopo la morte dei genitori – nel 1907 il padre e tre anni dopo la madre. La sfortuna mina la vita dei Davies, che hanno ispirato Peter Pan. “George, ammazzato, nel 1915, sul fronte francese; Michael, scopertosi omosessuale, si uccide gettandosi in un lago ghiacciato, nel 1921, con l’amico del cuore; Peter, che aveva fatto l’editore e pubblicato alcuni libri su Barrie, si buttò, nel 1960, sotto il treno della metropolitana, nella stazione di Sloane Square, pochi mesi dopo la morte del fratello Jack” (Cataluccio). Barrie morì in giugno, nel 1937. In tasca, custodiva un cimelio: la lettera che Robert Falcon Scott gli aveva scritto poco prima di morire, tra i ghiacci, nel 1912. Erano amici, Barrie aveva da poco pubblicato il romanzo di Peter Pan, Scott gli affidava la cura del figlio, di cui JM era padrino, che si chiamava Peter, pure lui. Antartide, forse, agli occhi di entrambi, era una specie di Never Land. (d.b.)

*In copertina: Maude Adams, il primo Peter Pan a teatro, nel dicembre del 1904

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