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“Siamo in lotta contro il linguaggio”. Ludwig Wittgenstein

Di Ludwig Wittgenstein affascina il vagabondaggio, oracolare: fu amico di Rilke e di Trakl e nel Tractatus la logica sembra ambire all’enigma, a una legge non univoca. Si fa speleologia, in Wittgenstein, certi di scoprire universi. Morto nel 1951, si è scavato tra gli scritti di LW come in una miniera di responsi, da rapsodi: nel 1977, per Suhrkamp, Georg Henrik von Wright fa una cernita delle “annotazioni” appuntate dal filosofo, costruendo una raccolta affascinante e ambigua. Lo dichiara il curatore: “È inevitabile che un libro come questo cada in mano anche a lettori che non conoscono l’opera filosofica di Wittgenstein e neppure la conosceranno. Non è detto che ciò sia dannoso o di nessuna utilità. È mio convincimento, tuttavia, che queste annotazioni si possano capire e apprezzare soltanto sullo sfondo della filosofia di Wittgenstein…”. Privilegio dell’aforisma: lo si legge per il gusto di sfracellare fraintendimenti. Una frase “Noi lottiamo contro il linguaggio. Siamo in lotta contro il linguaggio” (1931) è evocativa, magnetica, ininfluente; la vedremmo bene tatuata sul dorso di un libro di René Char. L’aforisma è sintesi che mira al silenzio, eco che diffida di ogni attesa, concetto in agguato (“Mostro ai miei allievi ritagli di un paesaggio smisurato, dove per loro è impossibile orientarsi”, 1946). Parola, cioè, come di un cervo sulla soglia del bosco, che vuole essere inseguita; che a volte va presa tra i denti solo perché è bella. Questo Wittgenstein ‘da passeggio’ uscì per Adelphi nel 1980, come Pensieri diversi, e oggi ritorna tale e quale nella collana “Gli Adelphi”. Nella postfazione all’edizione italiana Michele Ranchetti ci ricorda “alcune scelte” che hanno costellato la vita di Wittgenstein: “partecipare come volontario alla prima guerra mondiale”, “insegnare per cinque anni in piccoli paesi dell’Austria meridionale”, “cedere ai fratelli tutte le sue ricchezze, ereditate alla morte del padre”, “frequenti fughe nella solitudine”, “la dedizione totale alla composizione di un unico libro”. Come a dire che l’uomo che pensa e quello che vive sono uno, che i pensieri qui raccolti sono spirali d’ossa, il pitone nello stomaco.

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Se sentiamo parlare un cinese, siamo portati a prendere le sue parole per un gorgoglio inarticolato. Chi capisce il cinese vi riconoscerà invece il linguaggio. Così, spesso io non so riconoscere l’uomo nell’uomo.

Tutte le mattine dobbiamo di nuovo farci largo tra i morti detriti per poter giungere al vivo, caldo nucleo.

Il mio ideale è una certa freddezza. Un tempio che faccia da sfondo alle passioni senza interloquire.

Non si può condurre gli uomini al bene; si può condurli solo da qualche parte. Il bene è al di fuori dello spazio dei fatti.  

Si vuole tappare con la paglia il vuoto che si è aperto nell’organismo dell’opera d’arte, ma per tranquillizzarsi la coscienza si usa la paglia migliore.

Come se il fulmine oggi fosse diventato più comune o meno degno di suscitare stupore di duemila anni fa. Per stupirsi, l’uomo – e forse i popoli – deve risvegliarsi. La scienza è un mezzo per addormentarlo di nuovo.

In questo mondo (il mio) non vi è tragicità e quindi neppure tutte le infinite cose che producono la tragicità (come frutto). Tutto è, per così dire, solubile nell’etere del mondo; non vi sono durezze. Vale a dire, la durezza e il conflitto non danno luogo a qualcosa di splendido, bensì a un errore.

L’inesprimibile (ciò che mi appare pieno di mistero e che non sono in grado di esprimere) costituisce forse lo sfondo sul quale ciò che ho potuto esprimere acquista significato.

Io penso effettivamente con la penna, perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che la mia mano scrive.

In arte è difficile dire qualcosa che sia altrettanto buono del non dire niente.

Pendono dal mio pensiero, come da quello di ogni essere umano, i resti disseccati dei miei precedenti (estinti) pensieri.

Se fai un sacrificio e poi ne meni vanto, sarai dannato con il tuo sacrificio.

La paura isterica che oggigiorno l’opinione pubblica ha – o comunque manifesta – nei confronti della bomba atomica è quasi un segno che finalmente un’invenzione salutare è stata compiuta. Il terrore dà quanto meno l’impressione di una medicina amara veramente efficace. Non posso sottrarmi all’idea che, se in essa non vi fosse qualcosa di buono, i filistei non farebbero tanto baccano. Perché tutto ciò che posso intendere è solo che la bomba fa sperare nella fine, nella distruzione di un orrendo male: la nauseante, saponosa scienza. E questo, certo, non è affatto un pensiero spiacevole; ma chi può dire che cosa seguirebbe a una simile distruzione? La gente che oggi parla contro la costruzione della bomba è certo la feccia dell’intelligencija ma anche questo non dimostra, di per sé, che si debba lodare ciò che essi aborriscono.

Un eroe guarda la morte in faccia, la morte vera, non solo l’immagine della morte. Comportarsi come si deve durante una crisi non significa far bene la parte dell’eroe, come se si fosse su un palcoscenico, ma significa piuttosto saper guardare negli occhi la morte stessa. Infatti l’attore può recitare molte parti diverse, ma alla fine è lui stesso che come uomo deve morire.

Non posso inginocchiarmi per pregare perché ho, per così dire, le ginocchia rigide. Avrei paura della dissoluzione (della mia dissoluzione) se mi ammorbidissi.

Dove gli altri proseguono, là io mi fermo.

Per l’uomo quel che è eterno, importante, è spesso coperto da un velo impenetrabile. L’uomo sa che là sotto c’è qualcosa, ma non lo vede. Il velo riflette la luce del giorno.

Ludwig Wittgenstein

*I brani sono tratti da: Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi 1980; 2021

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