30 Gennaio 2023

“Rischiate tutto piuttosto che languire nella vostra tana”. Paule Régnier, la scrittrice che sapeva soffrire

L’evasione, talvolta, sosta nell’inevaso. Quella di Paule Régnier – scrittrice francese di monastica curvatura morale – fu un’esistenza votata ad essere irrefutabilmente disattesa.

Nata a Fontainebleau nel 1888 – figlia di un ufficiale di carriera di stanza a Versailles, dove crebbe fino alla morte di lui, nel 1902 –, visse, per sempre infelice, nel beau monde parigino insieme alla madre e alle due sorelle maggiori, Jeanne e Yvonne.

La sorte funestata da una tubercolosi ossea contratta in età infantile che la equipaggiò di un’antiestetica gobba, Paule conobbe da subito la virtù del dolore – punto nodale della sua opera –, ovvero la sua manifesta inutilità per ogni essere esule di se stesso. Ma non per gli altri.

Visse fra aurorali chimere. Amò, in ardente silenzio e per tutta la vita, il poeta Paul Drouot – che incontrò la morte durante la Prima guerra, nel 1915 – e ne perpetuò la memoria pubblicando nel 1923 un saggio dedicato alla sua figura (edizioni Le Divan, Parigi). Di Drouot, soprattutto, è dovuta alla Régnier la pubblicazione, nel 1921, di Eurydice deux fois perdue, il suo romanzo incompiuto e parzialmente ispirato da Jeanne, la sorella di lei, con cui il poeta intrattenne una fuggevole passione, come espresso da tormentati moti di gelosia riportati dalla stessa Paule nel suo diario e alcune ritrovate lettere dei giorni in trincea.

“Non so meditare se non con una penna in mano” – scriveva –, e il suo arcuato profilo intellettuale beneficiò di numerosi riconoscimenti letterari e amicali. Il Grand prix du roman de l’Académie française nel 1934 per L’Abbaye d’Évolayne (Plon) – la storia romanzata di una coppia desiderosa di trascendere l’amore coniugale donando la propria vita mondana a Dio; il Prix Balzac nel 1924, con La Vivante Paix (Grasset) – libro disseminato di biografemi, che traspone la comunione d’anime dell’autrice con Drouot, due amici che utilizzano i loro incontri per cercare di elevarsi a regioni metafisiche; ancora, il Prix Paul Flat de l’Académie française nel 1929 con Heureuse Fault (Plon).

Divorata dalla passione per il poeta – impossibile a causa della sua ‘mostruosa eccezione’ – che prese la forma d’una muta devozione, affrontò intimamente e nei suoi scritti il tema dell’esistenza e dell’amore di Dio con terribile acutezza. In Dio cercò il surrogato dell’uomo, nella preghiera, la carne mai lambita. Nei suoi dialoghi celesti – non amò gli intermediari – incontrò quella congenita finitezza dell’amore divino che non può dimorare in quello umano. Ammantata di fede e carità, ma priva d’ogni forma di speranza, dell’amore umano amò l’insoddisfazione connaturata alla sua dimensione infinita, incompiuta. “Questo legame tra noi era più bello, più sacro di qualsiasi unione carnale”, scriveva di sé e di Paul.  

Nella prefazione al suo Journal – parzialmente pubblicato postumo da Plon, nel 1953, dopo che la sorella Jeanne ne ebbe emendato i contenuti, oscurandone le simpatie per Vichy –, Jacques Madaule ne accosta la sagoma spirituale a figure di caratura estrema quali Julie de Lespinasse, Giovanna la Pazza, la Monaca portoghese. Lei narrò della terrena incapacità ad entrare negli ordini, dell’ascesi cui anela chi troppo ama la carne. Ogni suo scritto ha la forma di una crisi di coscienza.

Nutrì una smisurata ammirazione per Paul Claudel e Charles du Bos, gli unici autori del secolo riusciti, ai suoi occhi, nella sintesi tra arte e fede. Denigrava Gide, si appassionò al teatro di Sarah Bernhardt, che in gioventù la ammise nel suo entourage. Frequentò Abel Désiré Doysié, Élémir Bourges, la scrittrice Marie de Régnier – che fu amante di D’Annunzio. Situava se stessa, non senza verità, sulla linea di Émily Brontë.

La tentazione del suicidio, emanazione della sua pallida infermità, non smise mai di perseguitarla. La vertigine della morte, orlo del mistero più impenetrabile, provocò in lei una costante ‘lotta con l’angelo’. Dichiarò la propria resa a sessantadue anni, nel 1950, e prima di eternarsi in un sonno di oppiacei, affidò le ultime parole al suo diario. A darle il colpo terminale fu proprio l’editore Plon, rifiutando quello stesso anno la pubblicazione dell’ultima opera della Régnier, Fêtes et nuages, cronache di un’infanzia, edito poi da Gallimard nel 1956. Il diniego scatenò infatti nell’animo dell’autrice un’impetuosa frustrazione e la stessa abdicò alla vita il 1 dicembre, abbandonando al rigetto e al vuoto quel cuore che fiammeggiò per tutta la vita senza mai consumarsi.

Banine, nel suo diario – Ho scelto l’oppio (Magog, 2022) – la ricorda così:

“Un giorno la malinconia farà ancora un passo avanti e troverò il coraggio di uccidermi. Perché, alla fine, c’è un punto di saturazione in cui una Paule Régnier e tanti altri non sopportano più la sofferenza e si uccidono. Deve esistere una dose-limite, ma è forse la stessa per tutti?”.

*

Di seguito, alcuni passi del suo “Journal”.

5 settembre 1944

Due frasi dominano la mia vita, potrebbero fungere da epigrafi al mio lavoro. La prima, di Goethe, che però non è uno dei miei grandi astri: “Nel mezzo di un supplizio in cui gli uomini tacciono, un dio mi ha concesso di riferire ciò che soffro”. Ma non tutto ciò che soffro. Il peggio l’ho omesso. Non avendo scritto nient’altro che romanzi autobiografici, avendo messo in scena me stessa in tutti i miei personaggi, mi sono in tal modo trasformata, abbellita, normalizzata, se così si può dire, scindendo la mia infelicità e la mia solitudine dalla loro reale causa. Perché? Come mai nel mio diario non ho praticamente mai parlato della mia infermità, di questa primigenia disgrazia alla quale non sono mai riuscita a rassegnarmi? Se non me ne sono mai lamentata, nemmeno con me stessa, è perché la condivisione non è sempre liberatoria. Contro certi mali estremamente penosi, dolorosi, non c’è altro rimedio che il silenzio. Ho sempre taciuto, anche davanti ai miei amici più cari, tanto più l’ho fatto di fronte al mondo. Dipingermi così come sono non era possibile. Sarebbe stato privo di dignità e avrebbe infranto ogni principio artistico. Solo la cecità gode del privilegio di essere un’infermità nobile e rispettata. Le altre, specialmente la mia, vengono ridicolizzate, irrise. […]

L’infermità, come la malattia, non è materia plastica. Solo Hugo, maestro di ogni pietà, volle cantarla da poeta. “Eccezione mostruosa” a parte, messa ai margini da una disgrazia troppo rara e troppo singolare, ho tuttavia fatto esperienza dell’umanità con altri ben più diffusi patimenti: la solitudine, l’amore tradito, l’angoscia metafisica, il terrore davanti alla vita e alla morte, la pietà per la carne. Non avendo avuto la possibilità di vivere, ribollivo di vita. Ho sentito quello che provano le madri, le mogli, le amanti, senza essere mai stata madre, amante o moglie. Ho ricevuto in dono, insieme all’attitudine ad incarnarmi in tutto ciò che soffre, una certa capacità espressiva che ho usato per la mia liberazione e quella altrui. […]

La seconda citazione essenziale per me è la seguente: “È bene per gli uomini sapere ciò che ha sofferto un altro uomo”. Se scrivo il mio diario da lungo tempo, non è certo per pubblicarlo, ma per mio sollievo, costretta da una pressante necessità interiore. È stato per me il velo con cui asciugare il pianto, il luogo in cui squarciarmi le vene quando il sangue mi soffocava, la mia valvola di sicurezza, il delta senza il quale la mia esistenza non avrebbe potuto scorrere. Ma così com’è, scritto solo per me stessa, rimane la più completa, sincera, intima testimonianza di una vita piena di amarezza e, se sarà possibile, desidero che venga pubblicato, non interamente, ma in parte, dopo la mia morte perché “è bene che gli uomini sappiano ciò che un altro ha sofferto”. Sì, semplicemente per quello, perché non reco alcun consiglio né valido esempio. Nulla ho guadagnato da uno schiacciante calvario, nessun chiarimento, nulla ho districato, limitandomi a strisciare dolorosamente nella luce che filtrava da certe anime, e cercando di non perderla troppo di vista. Ma “è bene per gli uomini sapere ciò che ha sofferto un altro uomo”: i felici per meglio compatire il prossimo, gli infelici per non sentirsi così soli, condannati. Ho avuto nella mia vita fratelli, sorelle di sventura. Ne avrò ancora, senza dubbio, finché esisterà questo mondo misero e ingiusto. Ma se accade che anche solo uno di loro, leggendomi, si riconosca in me, che il mio grido diventi il ​​suo lamento, che la mia sorte l’aiuti a sostenere la sua, a reintegrarlo, anche solo per un momento, nella comunità umana, la mia esistenza non sarà stata vana, non una sterile carità avrà a lungo lacerato il mio cuore.

*

22 settembre 1921, Bellevue

Vorrei ricominciare a scrivere il mio diario, perché non razionalizzo nulla se non scrivendo ed è l’unico modo che ho per padroneggiare la mia anima. Lo farò, penso, non appena il mio romanzo sarà terminato. Lo sto finendo proprio ora. Ci ho lavorato molto, troppo ultimamente. […]

Eurydice deux fois perdue è stato pubblicato da diversi mesi con clamoroso successo. Le recensioni sono state entusiastiche. La tiratura si è rapidamente esaurita. Ma Paul non è più qui a poter godere del successo, che sarebbe stato una tale gioia per lui. Ovunque stanno ripetendo che è un grande, eccelso poeta. Ma la stessa Eurydice, pubblicata in vita, sarebbe forse passata inosservata. Come aspettarsi qualcosa da un’esistenza che vive di soprusi, di ingiustizie? Del resto, perché questo capolavoro oggi esiste? Per puro caso. Se io non fossi stata lì a recuperarlo, lo avrebbero gettato freddamente nel fuoco.

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Martedì, 12 giugno 1922

Sabato scorso ricevo un biglietto da Jeanne D… mi convocava all’atelier dove si trovano i mobili di Madame Drouot. Ci vado. Mi offre diversi ricordi e mi chiede di distruggere alcune lettere ricevute da Paul al fronte. Riconosco alcune mie lettere, le metto da parte, e poi riconosco la calligrafia di J…, e metto da parte anche le sue. Dentro di me serpeggiava ancora un dubbio, un dubbio quasi cancellato da appunti trovati qua e là tra le carte che si trovano a casa mia. Ma mentre sfogliavo meccanicamente una di queste nuove lettere, l’ostinata cecità che stavo cercando di non scalfire si è dissipata. Lei gli scrisse: «Ricordati che abbiamo sofferto». Gli recapitava “la sua imperitura tenerezza”. Così ho realizzato che si erano amati. Non pensavo di essere ancora così vulnerabile, capace di una tale sofferenza per un evento tanto remoto, dopo sette anni, dopo la sua morte. La tempesta che si è sollevata dentro di me mi ha lasciata stordita, spezzata. Mio Dio, come l’ho amato, quanto lo amo ancora! Tornata a casa devastata, ho cominciato a patire questa agghiacciante, immensa agonia, che avevo talmente dimenticato da riuscire, talvolta, addirittura a rimpiangerla. Che follia! Nulla infatti, né la noia, né il vuoto, né la solitudine, né il pericolo, né il distacco, né la morte, neppure la morte di chi amiamo, può essere paragonato alle torture dell’amore schernito, alla sua dannazione. […]

Sapevo che c’era un amore nella sua vita. Che fosse lei o un’altra, dovrebbe risultarmi indifferente. Beh, no, soffro particolarmente all’idea che sia lei. Ero così prossima a loro, così coinvolta nelle loro vite. E avevano senza dubbio intuito la mia malcelata gelosia. Ne parlavano tra di loro. Provavano pena per me. Dicevano: “non facciamola soffrire”, ma con un riguardo in cui apparivano magnanimi solo fra loro, non per quel che mi riguarda. La pietà è troppo simile alla derisione perché io possa benedirla. […]

In realtà da lui non ho avuto altro che quella specie di vedovanza riconosciuta da tutti e che fa di me la depositaria di tutti i suoi ricordi. Mi hanno dato Euridice, questo libro scritto per un’altra, e lettere – dal sapore amaro – e tutte le sue carte e fotografie, mille cose morte invece del suo cuore vivo. Ma almeno in questa terribile crisi, almeno lo spero, il mio amore è morto per sempre. Sono stata cacciata dall’ultimo luogo in cui mi ostinavo a restare, da questa tomba su cui volevo vegliare in solitudine. Ho restituito quest’ultima immagine che custodivo nel cuore e che non mi apparteneva. Ho abdicato a questa chimera di un amore eterno. Non chiedo più di essere riunita con lui in paradiso per l’eternità. […] Ciò di cui ho bisogno, capisco, è Dio, questo Dio che, sebbene sia comune a tutti, si presenta intero a ciascuno di noi, questo cuore indiviso, questo Dio Padre e amante che, per quanto miserabile io sia, non avrà orrore di me. E ho anche compreso una cosa incredibile. Se la sua morte è stata per lui una grande misericordia (dato ciò che avrebbe sofferto se fosse tornato), è stata anche una grande grazia per me. Incapace di superare questo amore, che vita mi sarei trascinata dietro, se fosse tornato a sposarsi, ad amare altre donne? Sarei invecchiata, desiderando, reclamando invano questo cuore per sempre proibito, morendo di fame e miseria davanti a questo essere inaccessibile, così dolce, così crudele con me! Non lo sapevo, Dio mio. Ho pregato, ti ho chiesto la sua vita, come un bambino che si dispera perché il padre gli nega un’arma pericolosa, una bevanda avvelenata. Ma tu, tu che lo sapevi, non hai risposto alla mia preghiera. Mi hai colpita in apparenza, in realtà mi hai liberata. Questo mi insegna la fede. Ed è sempre la tua provvidenza ad avermi condotta per caso a questa lettera, poiché ha appena distrutto in me tutto ciò che non ritenevi giusto.

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22 ottobre 1922, ritorno da Maredsous.

Almeno, mio ​​Dio, non puoi biasimarmi per non averti cercato! […] Lo scopo della mia vita deve essere la sofferenza. Non vedo altra missione per me. Non mi hai dato posto, né nella società, né nella famiglia, né, a dire il vero, nel cristianesimo, avendomi colpita con questa assoluta incapacità di ottenere qualcosa. Ma se ho sempre amato invano, e lavorato invano, almeno credo – ah! senza capirci nulla – di non aver sofferto invano. Credo in questo costante olocausto di pochi per il mondo intero. E, anche se è tanto difficile per me ammettere a me stessa che morirò senza aver conosciuto — mai, mai — un’ora di vera felicità, almeno è bello pensare che con le lacrime e il dolore di alcuni si può fare la gioia, il perdono di altri. È l’unica spiegazione possibile per destini miserabili come il mio. Ormai non devo più attendere l’aiuto di nessuno. Devo recarmi da Dio senza intermediari. I sacerdoti mi parlano solo di dogmi, di doveri, di sacrifici, quando non chiedo loro altro che indulgenza e misericordia. Ma il mio destino era troppo deplorevole perché potessero immaginarlo. Chi può comprendere una creatura, se non colui che l’ha creata? Chi può sondare la profondità, l’estensione di una terribile ferita, se non colui che l’ha provocata? Non so ancora se ti amo, ​​Dio mio, ma almeno so che non amo più nessuno tranne te. […] Chiedo unicamente di essere sola nell’eternità come lo sono stata quaggiù, sola con Dio, in un’intimità profonda e rigorosa, dove nessun volto, nessuna memoria umana possa avere posto.

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7 maggio 1925

Ho appena ingoiato un amaro boccone. Rileggo spesso il mio diario, il diario degli anni in cui l’ho amato, l’unico che conta. L’ho appena rifatto e sono totalmente distrutta, prossima alla pazzia. Non c’è niente di più bello, almeno per me. Avessi ottant’anni, brucerei ancora a leggerlo. Mio Dio, è possibile? Ero proprio io. A vivere, soffrire. Ho subito questo incantesimo, questa possessione. Ho alimentato in me questa fiamma, io che non sono più d’una bestia apatica, incapace di ogni sforzo e che tende perennemente al sonno come suo fine supremo.

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10 febbraio 1946

Eccomi, ben guarita da una lunga malattia. Ne ho avuto la prova ieri, quando Jeanne Drouot mi ha rivolto ancora la domanda che tanto mi ha fatto soffrire. “Chi è Euridice?”. Ma stavolta non ho provato niente. Non sono fuggita. Poiché esitava a esprimere la sua ipotesi, l’ho incoraggiata a farlo. «Pensavo… Raymond era sicuro che si trattasse tua sorella». Ma certo! Lo penso anch’io. Almeno uno degli aspetti di Euridice, perché secondo me ci sono due amori fusi in uno in questo libro. Quest’estate chiarirò la questione. Ora posso farlo. Jeanne Drouot non era del tutto sicura di non avermi ferito crudelmente. Per questo mi ha detto: «Sai che Paul diceva spesso alla mamma: “Se Paulette avesse goduto di una salute normale, non avrei desiderato altra moglie”». Crede di toccarmi nel profondo, e sempre fino ad ora simili affermazioni sembravano avermi travolta di commozione e lieve piacere. Ma oggi tutto ciò mi fa solo ridere, senza nemmeno amarezza, come una sciocchezza. Ah! Sono ben guarita dalla passione, da tutte le sue illusioni, da tutte le sue chimere, ben equilibrata nell’indifferenza, eppure con profonda pietà per l’essere illuso che ero. Questo amore terreno, così affascinante, non lo desidero più né lo rinnego. Questo amore trasceso dai poeti che fa latrare l’anima, io so cos’è nell’uomo: un bisogno puramente fisico che nasce dalla carne e in essa si perde, che non va mai al di là, anche se ne ha la pretesa. Le persone spesso mi dicono il contrario. Non posso provarglielo, ma ho ragione. L’affermazione di Paul significa: “L’avrei amata fra tutte le donne, se non fosse stato per la sua sventura e una primaria questione di letto”, che ben pesata equivale a zero. È come dire: “Avrei amato Ermione se fosse stata Andromaca”. […]

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2 marzo 1946

[…] Pur considerando la vita come un male, non ne nego il fascino e le infinite risorse. I diseredati hanno la loro rivincita, un’acutezza, una freschezza di sensazioni, un potere di immaginazione che gli ordinari non hanno. Quando amavo Paul, la sua sola presenza e le nostre conversazioni puramente intellettuali senza dubbio mi davano la stessa gioia di altre ragazze in appuntamenti galanti. Ero sensibile al suo sguardo indifferente, al tocco freddo della sua mano come una carezza, e tutta questa vita che ho vissuto nei sogni valeva forse quanto quella reale.

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30 ottobre 1950

Ho finito il mio romanzo sulla nostra infanzia. […] Se non facessi parte della schiera dei condannati, che non hanno diritto ad alcun aiuto né in malattia né in vecchiaia, scriverei solo per me stessa, e avrei comunque poco da dire. È la noia mortale che spinge a parlare, ma di cosa? Di per sé, non è materia duttile. Non ne conosciamo l’importanza. Forse è la noia a governare il mondo, più dell’istinto sessuale. Spinge a creare in tutte le direzioni: opere, esseri… Si fanno figli per distrazione, ma anche perché desiderio e per il desiderio di “dare uno scopo alla propria vita”. La famiglia si forma per sfuggire alla noia. Difficilmente ci riesce. Allora perché non la grande avventura: quella della guerra? Non c’è rimedio migliore alla noia, per la durata del pericolo; ma non il pericolo che si attende passivamente nelle trincee o nelle cantine. Ecco perché ci sono così tanti volontari per azioni violente, così tanti aviatori e perché le loro vite sembrano così belle. Gli uomini preferiscono rischiare tutto piuttosto che languire, imbronciati, nella propria tana.

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30 novembre 1950 – ore 10:00

Alle 5 del mattino ho preso una dose di morfina per alleviare l’ansia. Mi ha fatto vomitare, poi mi sono addormentata. Da due giorni non riesco a mangiare nulla. Sono in uno stato di totale malessere e debolezza. Non godo più del minimo assaggio della vita, non ho più alcun rimpianto, così mi dico: “Questa è l’ultima volta”. Ho pochi pensieri, sparsi. La mia volontà è ferma ad un attimo: a mezzanotte, come sul punto di intraprendere un viaggio. Resta da vedere se mi addormenterò, senza cercare aria. Non vorrei farlo. Ho paura. Non è facile, è l’esatto contrario della viltà, ma ho ancora più orrore di tutti questi interminabili giorni, dall’alba al tramonto, di una lunga vecchiaia e della morte di coloro che amo. […]

La mamma. Spero di ritrovarla. Lei sola mi ha amata pienamente, in modo assoluto. Non si ha per sé che il cuore della propria madre. Ho cercato un testo che mi accompagnasse e non l’ho trovato. Un tempo avrei detto il Cantique de Mesa, ma ora lo sento lontano. Le idee filosofiche non consolano. Solo l’idea di Cristo sulla croce accompagna questi momenti. Ovviamente sono in contraddizione con me stessa, da una parte tradisco, dall’altra amo; è successo a tanti altri, a cominciare dagli apostoli. Sono così sfibrata e sofferente che tutto nel mio cervello è sfocato.

*La scelta, la cura, la traduzione dei testi sono di Fabrizia Sabbatini; una scelta delle opere di Paule Régnier è in corso di pubblicazione per le edizioni Pangea / Magog

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