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“Parlo solo della città più italiana della Nazione e al contempo della più straniera, di questa città così diversa da tutto – insofferente, ironica, umanissima”. Napoli è una menzogna

Lungomare di Napoli, un vento gelato tagliava la pelle. Dicevano che quella notte avrebbe piovuto neve. Io e un collega facevamo una passeggiata fumando una sigaretta sperando di digerire pranzo e cena. Dal molo saliva un ragazzo con la bicicletta, «Sapete qual è la strada più breve per uscire da Napoli?». Rispondiamo che siamo di Roma, le persone meno indicate per dare informazioni stradali. Riprova, nominando il paese che doveva raggiungere. Ma niente, non lo avevamo mai sentito nominare. Il ragazzo si era nel frattempo accorto del logo sulla giacca del mio compagno di digestione. «Mai, mai mi sarei immaginato di venire in bicicletta a Napoli e trovarmi davanti la Rai in carne e ossa». «Ma lo sai che tra dieci minuti c’è il coprifuoco», ci eravamo preoccupati per lui che immaginavamo chissà quanta strada dovesse percorrere con quella bici e senza luci. «Io non tengo paura». 

Altri cinquanta metri. Due ragazzini, avranno avuto quindici anni, avevano parcheggiato il motorino davanti a noi. Immediatamente dopo si accosta una pattuglia della Polizia. «Uagliò, e il casco?», li avevano intimati le guardie, «Eh, ja, ma la mascherina la teniamo!».

Ancora cento metri, gli ultimi due tiri di sigaretta prima di rientrare in albergo, si avvicina un uomo, «Un pasto caldo, non è che chieda molto», gli offriamo tutti gli spicci che avevamo in tasca, «Non ho capito perché io non debba mangiare», ma non riuscivamo a distinguere il soggetto dell’accusa, se fossimo noi o il mondo intero, «Su, non mi fate diventare cattivo. Perché devo uscire di testa?».

Vincenzo Gemito (1852-1929)

«Nessun popolo sulla terra», avevo letto rientrando nella stanza in albergo su La pelle di Curzio Malaparte, che avevo deciso di riprendere in quei giorni di permanenza nella capitale del Meridione, «ha mai tanto sofferto quanto il popolo napoletano. Soffre la fame e la schiavitù da venti secoli, e non si lamenta. Non maledice nessuno, non odia nessuno: neppure la sua miseria». Poi la conclusione, la staffilata, la solita esagerazione, mi sentivo giustificato nel pensare, di Malaparte: «Cristo era napoletano». Ma del resto Napoli non poteva trovare narratore più adatto a farsi raccontare. Non che le parole di Domenico Rea, di Raffaele La Capria, di Anna Maria Ortese e molti altri non fossero veritiere. Ma sentivo che Napoli aveva finalmente centrato, con Malaparte, la sua più oscena espressione, la sua verità potenziata, il suo barocchismo fisiologico. Malaparte era esagerato quanto lo era Napoli. E non parlo della Campania tutta e meno che mai dell’intero Regno Borbonico e delle sue peculiarità antropologiche, ma solo della città più italiana della Nazione e al contempo della più straniera; di questa città così diversa da tutto – insofferente, ironica, umanissima. La città più bella del mondo.

Non era facile raccontarla senza cadere nello stereotipo – Napoli era una trappola anche per molti scrittori che la abitavano da sempre –, figuriamoci quali fossero i rischi di mostrare il suo lato più vero televisivamente. Avevo immaginato, per la puntata che dovevamo girare, un semplice tracciato, un percorso che da Marechiaro, il salotto a cielo aperto di Posillipo, dove il mare si adagia sulle banchine con la stessa evanescenza di un acquerello, ci avrebbe condotti fino al cratere del Vesuvio, lì dove non solo si attraversa la storia naturale della città, salendo per i sentieri del suo Parco curato e rigoglioso, ma, per contrasto, anche incontrando lo scempio dell’incuria. Tra le colate di lava che avevano incenerito Pompei ed Ercolano prima, fino alle ultime del 1944, era stato posato un cielo di lamiera e monnezza, e pure quelle eccentriche sculture in pietra lavica, che disegnavano il percorso in salita fino alla bocca del vulcano, non facevano che accrescere una disarmonia estetica, lo stesso gusto che era capace di produrre edicole dedicate a Maradona e complicatissime lavorazioni di coralli e cammei che avevano reso Torre del Greco famosa nel mondo, o in quella fetta di mondo, dico l’Oriente, in cui il kitsch è un’esibita pacchianeria. A Napoli, del resto, anche la nobiltà nasce già decaduta, o si rifugia in un’eleganza dandy più simile alla tristezza, se non fosse che anche nella tristezza si cela il germe di un sorriso che non diventa mai ghigno, come di chi sa recitare tanto bene la sua parte da essersi dimenticato il momento in cui una sceneggiatura è divenuta sceneggiata.

Conoscendo il traffico di Napoli, per arrivare in tempo all’appuntamento che avevo preso per quella mattina, avevo deciso di chiamare un taxi, convinto che una guida anarchica avrebbe potuto quantomeno risolvere, pure maldestramente, qualche ingorgo. Di fatto era stato così, solo che sembrava che il mio autista, per evitare l’intasamento, avesse autonomamente deciso di circumnavigare la città. Appena era riuscito a strapparmi la confessione che fossi un autore televisivo e che ero lì proprio con lo scopo di raccontare la sua terra, si era messo in testa di diventare la mia personale guida turistica. «Vede dotto’» aveva preso il discorso alla lontana, da Fuorigrotta, «non sa quanto erano felici i miei figli quando l’agg’ purtati all’acquario di Genova: cernie, pescispada, pescecani. Tenevano l’uocchi tanti» e togliendo le mani dal volante mimava la grandezza delle pupille con i pollici e gli indici, «Fino a Genova sono arrivato!». «E cosa c’è di male dell’essere arrivati fino a Genova?». A quel punto avevamo passato Margellina e ci infilavamo in via Caracciolo. I tempi erano calcolati perfettamente. «Comm’ che c’è di male? Dotto’, mi meraviglio di voi. E non c’abbiamo forse l’acquario pure noi a Napoli?», e me lo indicava mentre lo costeggiavamo, «E allora perché non ha portato anche qui i suoi figli?». Non fingevo ingenuità, davvero non capivo dove mi stesse portando, «Ahe, ccà nun ce stanno proprio ‘e pisce».

Forse quell’assenza, pensavo, era dovuta ancora a quanto raccontava Malaparte. Quando gli alleati liberarono Napoli avevano impedito la pesca per evitare che il mare divenisse una via di comunicazione col nemico tedesco. «In tutta Napoli era impossibile trovare non dico un pesce, ma una lisca di pesce: non una sardella, non uno scorfano, non un’aragosta, una triglia, un polpettiello, niente. Talché il Generale Cork, quando offriva un pranzo a qualche alto ufficiale alleato (…), aveva preso l’abitudine di far pescare il pesce per la sua tavola nell’Acquario di Napoli: che, dopo quello di Monaco, è forse il più importante d’Europa».

L’appuntamento era al Museo Archeologico Nazionale, ma mi ero fatto lasciare a Rione Sanità per camminare in quel dedalo di vicoli in cui ritrovavi non tanto una Napoli da cartolina ma da immaginario condiviso, o quella in cui Napoli metteva in scena la sua rappresentazione, dove insomma fingeva di essere se stessa. Le lenzuola penzolanti dagli stretti balconi, le scritte pittoresche sui muri – una diceva: «Pagherete tutto!» –, le grida di donne da una finestra all’altra, i portoni che parevano ingressi in chissà quale sottosuolo. Ma non ero lì per ritrovare un’immagine consolatoria, volevo capire, in maniera del tutto ingiustificata, perché questa città la si ammira e nello stesso tempo la si teme, perché il suo fascino è in quel pericolo che nasconde; qual era, alla sostanza, la strada in cui Napoli conosceva la sua perdizione. Era proprio nelle strade della Sanità che era cresciuto Mimmo, l’operatore che mi avevano assegnato per questa puntata. Il giorno prima, a pranzo, lo avevo visto fare una video chiamata con sua figlia, e mi era sembrato un ragazzino troppo dolce, troppo innamorato; troppo dolce e innamorato per l’enorme corporatura che portava: la pancia una sfera autonoma, addirittura un oggetto estraneo al proprio stesso corpo, e un’altezza smisurata che lo costringeva a chinarsi quando parlava con qualcuno. Dopo qualche bicchiere di vino, mi aveva svelato che da adolescente si manteneva svaligiando appartamenti. Poi, però, aveva messo al mondo questa bambina che non aveva compiuto ancora diciotto anni e con la stessa fretta con cui aveva fatto un figlio anche la vita aveva deciso di cambiarla. Si era iscritto all’università, laureandosi in Architettura, e non contento aveva voluto prendersene un’altra, di laurea, studiando il cinema. Ma non dava troppa importanza a quegli studi. Anzi, a dire la verità, gli sembrava che fossero qualcosa di così privato che parlarne era quasi un oltraggio, o il tradimento di un segreto. Infatti, capito quanto il racconto avesse catturato la mia attenzione, mi aveva dato una pacca sulla spalla e chiesto di versargli un altro bicchiere di vino: che non pensassi di potermelo bere da solo.

Ma anche i pesci nell’acquario, durante i mesi della liberazione, stavano per esaurirsi. Ne restava solo una specie, dice Malaparte, una sorta di Sirena, più simile alla fisionomia di una ragazzina che a quella di un pesce. «Accade spesso, percorrendo i miserabili vicoli di Napoli, d’intravedere in qualche “basso”, per la porta spalancata, un morto disteso sul letto, in mezzo a una ghirlanda di fiori. E non è raro vedere una bambina morta. Ma non avevo mai visto una bambina morta distesa in mezzo a una ghirlanda di coralli. Quante povere madri napoletane avrebbero augurato per i loro piccoli morti una così meravigliosa ghirlanda di coralli! I coralli son simili ai rami di pesco in fiore, dànno gioia a guardarli, donano un che di lieto, di primaverile, ai cadaveri di bambini. Io guardavo quella povera bambina bollita, e tremavo di pietà e di orgoglio dentro di me. Meraviglioso paese, l’Italia! pensavo. Quale altro popolo al mondo si può permettere il lusso di offrire a un esercito straniero, che ha distrutto e invaso la sua patria, una Sirena alla maionese con contorno di coralli?».

La cinica pietà di Malaparte, questo ossimoro vivente, questo soggetto atipico della letteratura italiana che era capace di farmi inorridire – e cacciavo da me l’immagine della figlia di Mimmo servita come un pesce alla mensa di soldati stranieri –, mi insegnava pure a guardare Napoli da un’altra prospettiva, a riconoscerne la risata che nasconde la ferita, a riconoscere in quella risata il mascheramento della vergogna, o il suo superamento, quando anche l’umiliazione, l’umiliazione a cui ci sottopone la vita, la si accetta non tanto per destino ma come dono del cielo.

Davanti al Museo Archeologico già mi aspettava Pino. Era un amico a cui volevo molto bene, nonostante ci fossimo incontrati non più di un paio di volte ma scritti e parlati al telefono un’infinità. Ma era pure uno dei migliori scrittori che l’Italia avesse – proprio in questo paese in cui tutti sono diventati scrittori per annientare il peso della vita, per reprimere, della vita, la sua mortale assenza, lui resisteva dal fondo del suo vistoso isolamento, dove nessuno lo disturbava perché si sapeva che preparava sempre qualcosa di importante. Quante volte Pino aveva raccontato la sua Napoli, quella città in cui convivevano ordine a caos, pietà e cinismo. «Ricordi Pino…» gli dicevo mentre camminavamo fianco a fianco in quelle vie del centro, il solo centro storico d’Italia abitato dal popolo, l’unico centro storico d’Italia che mi sembrava non lo si potesse visitare da turisti ma solamente vederlo vivere sotto il governo dalla sua gente, «Ricordi le pagine in cui Malaparte parla di quella ragazzina che i soldati americani andavano a trovare a casa, offerta loro dal padre, per testarne con mano, bastavano cento lire, la verginità? Certo, lo so, c’è dentro l’eccesso di Malaparte, e in fondo potrebbe essere, quello che racconta, tutto falso. Ma non è questo il punto. Non si tratta solamente della miseria e della disperazione, della fame e della povertà, ma di come tutto questo sia spettacolarizzato». Se non avessi saputo che era un grande scrittore, Pino poteva apparire come il tipico napoletano sornione, che mostrava disinteresse e scarso coinvolgimento a qualsiasi cosa, anche a quelle cose che più avrebbero dovuto interessarlo e di fatto lo interessavano. «Prendi Pompei. I Napoletani osservano i loro antenati e si domandano chi sono. Siamo l’unico popolo europeo che può riflettersi nello specchio dei suoi antenati. Ma chi sono questi antenati? Statue? Manco per idea. Sono calchi vuoti dentro. Sono sagome d’uomini. Sono maschere di calce. Dentro quelle sagome un tempo c’erano corpi, c’era una vita. Ora quella vita è umiliata da questa ombra che cela la cenere, che dà forma al vuoto; da questa ombra che imita la morte, che la morte deride assumendo forme assurde, le pose di quegli uomini che scappavano come pazzi da un’eruzione che li avrebbe inevitabilmente uccisi. I Napoletani sono abituati allo spettacolo perché da quando sono nati sanno che il dolore che provano oggi, domani sarà la forma ridicola di una loro posa, che il tempo non gratifica il dolore, ma lo ridicolizza, appunto: lo umilia. Tanto vale, allora, deridere fin da subito la morte, che poi vuol dire la vita, che poi vuol dire se stessi». Avevamo già dimenticato la visita che dovevamo fare nel museo; del resto, mentre parlavamo, mi era parso che sarebbe stata ora un’inutile trasgressione camminare tra quei reperti archeologici, osservarli senza sentirmi io stesso ridicolo. «Napoli è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita», scriveva Malaparte, «È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno».

Napoli era stata attraversata dai popoli e dai secoli, ma quasi per errore. Tutta l’arte, la cultura, i Cristi velati e i Caravaggi, le Ville Vesuviane e quella di Oplontis, dove si recavano che da ogni parte del mondo frotte di turisti, non contavano nulla, non erano nulla. Nulla nella misura della vita profonda di questa città che, nel suo primitivismo esistenziale, nella sua selvaggia coscienza, aveva imparato a vivere deridendo la morte, cacciandone l’idea con un mazzo di carte e amuleti, scommettendo con la superstizione. Poiché ogni vita, a guardarla troppo seriamente, fa ridere, mostra il suo lato comico. La vita il cui calvario è umiliante. Ora guardavo Pino, quei suoi occhi tristi e allegri dietro la curva delle lenti scure degli occhiali da sole e mi veniva in mente la frase di un suo fortunato libro, «ci stavamo chiedendo se la verità faceva bene alla vita o se invece la vita era fondata sulla menzogna».

«Questa domanda, nonostante quel romanzo l’abbia scritto tanti anni fa, resta ancora viva», ora si schermiva, quasi non volesse dare troppa importanza non soltanto a quello che aveva scritto ma a quanto stava per dirmi, «È un interrogativo antico come questa città. Ha la stessa età dell’uomo. E l’uomo non è altro che un Io sconfitto, un essere che non può dire la verità perché non sarebbe capito, ne verrebbe deriso, come derisi sono stati i poeti, i santi, lo stesso Cristo». Non mi guardava, non voleva guardarmi, camminavamo estranei l’uno all’altro in questa città di stranieri del mondo, che del mondo sono l’ombra, «Cosa resta, dunque?», avevo provato a continuare io il discorso, «se non ridere di se stessi, se non avere pietà della nostra stessa abiezione», «E non è forse quella del giullare, del pagliaccio, del buffone, dell’uomo ridicolo la maschera più santa della vita?».

Nei giorni seguenti, durante le riprese, avevo provato a registrare, attraverso la lettura dei conduttori, alcuni brani dalla Pelle; voci che speravo di poter utilizzare come una narrazione fuori campo che accompagnasse le riprese di un drone che avevamo avuto il permesso di far volare in tutta la città, su piazza del Plebiscito e nei Quartieri Spagnoli, sopra il Vomero e sul San Carlo, sul Castello dell’Ovo e sul Lungomare Caracciolo, fino a sfiorare la spuma del mare dove riposavano imbarcazioni che non avevano alcuna voglia di partire, con Capri e Ischia viste all’orizzonte come macchie di colore che un pittore imprime al fondo della prospettiva lasciando il dubbio se lì, in quella pozzanghera di blu e di verdi, ci abbia abitato mai essere vivente. Ma a risentire quelle parole in postproduzione, quando la puntata su Napoli andava montata per la messa in onda, percepivo che, in bocca ad altri, erano totalmente snaturate, quasi fossero una forzatura, o l’eccesso di un eccesso. Allora, mi pareva di comprendere definitivamente che Napoli aveva saputo tanto bene mascherarsi da essere stata capace di farsi deridere, e insultare, e schernire, mostrando di sé la sua bella cartolina luminosa e ridente, proteggendo così il suo volto segreto, la verità di chi troppo ha sofferto per prendere davvero sul serio la vita, sputtanandola perché troppo sacro era il dolore. Una verità inscalfibile, impronunciabile, quella che appartiene solo agli uomini sconfitti, ai poeti, ai santi, ai poveri Cristi.

Andrea Caterini

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