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“Che cosa misteriosa, la voce. Un meccanismo imperscrutabile…”. Sul “Re Lear si diverte” di Paolo Patrizi

Giuseppe Verdi fu tormentato fin dal 1843 dal desiderio di realizzare «un’opera insolita, nuova e grandiosa», ispirata al Re Laer di William Shakespeare, ma non ne fece nulla, non riuscì a scrivere neppure una nota e del melodramma mai partorito è rimasto solo il libretto scritto da Antonio Somma. Nel 2015 Maria Federica Maestri e Francesco Pititto propose insieme alla compagnia Lenz Fondazione un lavoro frutto dell’immersione nella “non opera”: «Abbiamo voluto dare forma a un desiderio e vestire un fantasma», disse allora Pititto. Chissà che non sia scaturita allora, dalla visione di quella produzione sperimentale, la scintilla che ha incendiato la fantasia di Paolo Patrizi, il raffinato e impietoso critico musicale, approdato ora alla scrittura narrativa con Re Lear si diverte (Raffaelli Editore, p. 332, € 24,00).

Fin dalle prime battute il romanzo si rivela come un agglomerato di riflessioni sulla musica e sui suoi strumenti, di citazioni colte e di allusioni non troppo velate al mondo del teatro dell’opera, con le sue regole, i suoi personaggi (tutti d’invenzione, precisa l’autore) e le loro perversioni. Il tutto è sapore e sostanza all’interno di un intreccio letterario la cui forma è quella del “romanzo giallo”: l’involucro utile per guardare verso orizzonti che sono prioritariamente musicali.

L’investigatore privato Rambaldo Zanotti, per esempio, il baritono di successo sconfitto nelle sue ambizioni di carriera dalla perdita improvvisa della voce, è il personaggio attraverso il cui destino Patrizi elabora in apertura di romanzo una riflessione sullo strumento dei cantanti: “Che cosa misteriosa, la voce. Un meccanismo imperscrutabile […] che sembra sgorgare naturalmente dalla bocca, tutti la danno per scontata e invece non lo è per nulla”. “La voce”, aggiunge più avanti, “ha una fisionomia come i volti e una complessione come i corpi, i cantanti lo sanno bene”.

Dalle riflessioni sulla natura della voce alle considerazioni sul mondo dell’opera, fino al debordamento nella dimensione politica il passo, in questo romanzo, è breve. A descriverlo Patrizi chiama Rossana, la psicanalista da cui Rambaldo si è separato. A lei, per quanto descritta come “ex-moglie, quindi rompicoglioni” e “anche psicanalista, quindi rompicoglioni due volte”, l’autore concede, unico tra i tanti personaggi, di poter intervenire in prima persona nella narrazione in quattro dei trentatré capitoli. Così Rossana riassume le caratteristiche della “camerata”, l’assemblea segreta organizzatrice di festini, costituita da appassionati del melodramma diventati “melomani pruriginosi”, “deviati di provincia” e “disadattati”, all’interno della quale avviene il primo di quella che diventerà una sequenza di omicidi: “Che cos’è se non una piramide? Alla base ci sono le pedine ignare e prezzolate, le cantanti-puttane e le puttane-puttane, le varie Pamine e le varie Messaline”. Sesso estremo e fede fascista, laddove il fascismo è “solo un collante”, sono le due facce della medaglia, con la musica di Verdi a fare da fuoco scatenante “l’immaginario erotico fascista”: “La forza e la virilità della musica di Verdi”, così Rossana, “la sua difesa della nostra terra, quel tanto di Superuomo alla padana che si è voluto leggere in lui costituivano invece l’alibi delle orge. Il passaporto culturale per le maialate più esaltanti”. Nella “camerata” tuttavia, qualcuno che “scorgeva davvero un cenacolo di farneticazioni operistiche, anziché la scusa per convegni a luci rosse”, c’è. Così il romanzo diventa anche l’occasione per ricordare come alla morte di Verdi a Forlì “un rampante adolescente romagnolo con gran talento per l’oratoria tenne un discorso commemorativo. All’epoca il fascismo non era ancora nato, ma poi l’avrebbe inventato lui…”. Canestrini, un membro “più intellettuale e non per questo meno fascista” della “camerata”, è il personaggio che Patrizi usa per ricordare “un fascismo diverso, meno squadrista, più filosofico”. Canestrini “guardava a un altro Verdi”, “che non si opponeva a Wagner con la melodia all’italiana ma poteva competere con lui sul piano del pensiero”, però “per sostenere la sua tesi, aveva bisogno di qualcosa di più estremo”. È a questo punto che entra in gioco la storia della “non opera, del Re Lear verdiano.

Riuscito nella sua caratteristica di romanzo giallo intriso d’umorismo e di senso del grottesco, in qualche passaggio il libro soffre di un certo, malcelato autocompiacimento del Patrizi colto critico musicale. Il lettore glielo perdonerà.

Vito Punzi

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