10 Luglio 2020

“Un’alba piena di cani, ecco, un’alba simile alla testa di un dio bambino, sbranato, decapitato”. L’ossessione per le lettere d’amore. “Pangea” finisce in una (sontuosa) tesi di laurea

L’epistolario non è mai pari – nasce mutilo. Le mutilazioni sono diverse, di diverso ordine. A volte sono meramente editoriali: si ritiene che siano degne di pubblicazione – cioè sassi che infrangono il privato, iene che irrompono in sala da pranzo – le lettere di un autore notevole (chessò: Samuel Beckett) ignorando quelle dell’altro, l’interlocutore. Eppure, l’epistolario non è un rispecchiamento, non è un gioco di specchi – è una danza. Senza le lettere di uno – ovvio – non ci sarebbero le altre; c’è sempre uno che fomenta la fiamma dell’altro: insieme, si è incendio. L’altra mutilazione deriva dal destino: le lettere di uno dei due sono state eliminate, bruciate, nascoste. Strana malia dell’epistolario: lotta, in fondo, per restare nascosto, privato, uno sposalizio tra due, i soli, da cui gli altri sono estinti. In effetti, ci si scrive per fondare un alfabeto – potrei parlare e scrivere in quel modo soltanto a te, non ad altri.

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Poi c’è la mutilazione più profonda. Un epistolario non rispetta mai le attese – a volte porta più in là; a volte in un punto morto; a volte in una giungla desertificata. Scrivere è sempre un atto d’offesa, torcere la quiete di un lago, alterare le superfici, rompere i vetri. Svegliare la serpe che dorme. L’esito è inesplicabile, ma sempre inquieto – l’uomo non dovrebbe scrivere, comporre verbi, ma accennare. Ci si scrive per non darsi pace, per darsi un appuntamento, spesso frainteso, più sovente mancato.

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Lavorare negli epistolari è una trappola. Impaniarsi nelle vite altrui significa soffocare la propria, alterarla. Nel terremoto della retina ci scopriamo visionari prima che voyeur, minimizzando le isole del possibile.

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Anna Maria Domenella si è recentemente laureata – magistrale – all’Università degli Studi di Verona con una tesi sull’“evoluzione della scrittura d’amore: dagli scambi epistolari su carta a quelli in rete”. Nel lavoro, la Domenella usa, come forme esemplari, tre testi: le Lettere a Bruna di Giuseppe Ungaretti (edite nel 2017 da Mondadori), narrate anche attraverso un dialogo con Bruna Bianco; lo straordinario lenzuolo su cui Clelia Marchi scrive la sua confessione/biografia (pubblicato dalla Fondazione Mondadori nel 1992 come Gnanca na busia); l’epistolario, “Senza gestire l’ignoto”, che ho condiviso con Veronica Tomassini, pubblicato su “Pangea”, per qualche mese, dal gennaio del 2019, e sul blog della Tomassini.

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In ogni caso, le mutilazioni sono multiple: a volte nell’assenza di risposte, altre di prospettiva. La mutilazione è implicita nella lettera di carta, perché modifica il tempo: ricevo oggi una lettera che hai scritto qualche giorno fa, sono valide, ora, quelle asserzioni? Compressione – il tempo esiste solo quando ti leggo – e mutazione – è ancora autentico il nostro patto?, quanto sei cambiato da allora? – rendono l’epistolario un ‘genere’ che alimenta i dubbi, e dunque le grandi passioni.

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Il lavoro della Domenella è generoso e audace: sfocia su un epistolario fittizio, creato in rete da autori di oggi, senza la prospettiva di una pubblicazione cartacea, per ora. Per ragioni diverse, dettate dal destino con il mirto in mano, io e la Tomassini abbiamo l’ossessione per le lettere, forse perché sono qualcosa di tanto fragile, improvvido, foriero di incomprensioni, che va accudito. La Tomassini – scrittrice di rabbiosa grandezza, che ha il coraggio, tra i rarissimi, di consumarsi scrivendo, come una liturgia di ghiaccio – ha fatto degli epistolari una virtù letteraria, una formidabile forza. In fondo, ne sono stato graziato. “Dei tre epistolari, di certo, questo è quello che mi ha richiesto più energie. Oscuro e luminoso, insieme. Il buio altro non è che una forma di luce”, scrive la Domenella. (d.b.)

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Qui pubblico, in sequenza, le risposte che ho dato ad alcune questioni della Domenella.

LA SCINTILLA. Motivo di scrittura. Perché ha scritto?

Mi è giunta una richiesta. Inattesa. Che andava esaudita. La scrittrice Veronica Tomassini si è chinata su di me, proponendomi la scrittura di un epistolario fittizio, di un romanzo epistolare. Fu una domanda così nitida, candida, bianca, che dissi di sì. Ogni ‘sì’, però, chiede una responsabilità: morale e estetica. Insieme a Veronica Tomassini abbozzai l’ipotesi dei due protagonisti di questo romanzo epistolare, Vera e Nathan. Uno scrittore non ha vita, è un crocevia di ossessioni, immagina le vite degli altri. Ho dovuto guardare con esattezza microscopica alla vita raminga di Nathan. Poi, abbiamo cominciato a scrivere. Scrivendo, è importante complicarsi la vita, interrare trappole, ideare svolte e capovolgimenti. Scrivere è l’ingresso nel rischio. Dire ‘sì’ a una richiesta, infine, è l’equivalente del sì di Abramo che è disposto a sacrificare ciò che ha di più caro, il figlio, senza tentennamenti.

IL FUOCO. Contenuto. Cosa ha detto quando ha scritto?

Nathan è un nome che amo: significa ‘dono’, ed è il profeta, nella Bibbia, che raddrizza – per lo meno, tenta – le violenze del re Davide. Ho amato confondermi in quel re caratterizzato dalla fionda e dalla cetra, da seduzione e omicidio – e ho voluto un nome da usare come pungolo, come cilicio. In realtà, Nathan è un uomo disadatto: colleziona tigri di vetro, vende preziose mappe celesti, antiche, avute chissà come, a personaggi di dubbia moralità, ama il sottosuolo e l’attico della Storia. Ha incontrato soltanto una volta Vera – crede sia sua sorella – è la sua stimmate – la ama a distanza, non intende raggiungerla, consapevole che ciò che tocca si lacera, si rompe, si disintegra. Nel suo vagare disordinato, passa da Praga a Parigi, poi volge a Est, in Georgia, in Armenia, fino ai recessi della Mongolia. Ama la carne, fa incontri al limite del grottesco, infine preferisce sparire, essere la traccia d’argento di un ricordo contraffatto. Per virtù discorde, non può accontentare Vera: al contrario, le scrive con esattezza le parole che lei non vorrebbe sentirsi rivolgere.

LA BRACE. Eredità. Cosa lascia con questo epistolario?

L’eredità non riguarda lo scrittore, gettato in uno spazio incontaminato, in un futuro che alterna deserto e bosco. Lo scrittore nasconde i verbi tra i cespugli, reclina le proprie storie in un nido, tra le rupi. Vuole essere scovato, eventualmente condannato. Non so se il libro, quello che vediamo in libreria, in piramidi, sia oggi il supporto adatto per una grande storia. Forse lo scrittore dovrebbe fabbricare in libro le proprie storie, fotocopiarle, lasciarle sulla soglia delle case, scelte casualmente. Consegnarsi, così, povero, nudo, scabro, irrichiesto. D’altronde, il romanzo epistolare scritto con Veronica Tomassini – e retto dalla sua richiesta di cristallo –, di cui ha parlato, per grazia, anche qualche quotidiano nazionale – ricordo “Avvenire” e “il Giornale” – è rimasto inedito e non vi è intenzione di pubblicarlo. È stato un momento, un gesto unico, come un’alba memorabile, seghettata di verde, che perfora l’oscurità. Un’alba piena di cani, ecco, un’alba simile alla testa di un dio bambino, sbranato, decapitato.

*In copertina: Liv Ullmann e Bibi Andersson in “Persona” (1966) di Ingmar Bergman

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