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“Con la sua voce infatti egli condusse ogni cosa nella gioia”. Il canto strepitoso di Orfeo

Preso dal caso, da una richiesta casuale, m’immergo nei libri. Il caldo, fuori norma, evoca strani insetti, un falò di zanzare. Le finestre sono piastre incandescenti. Il mare, quando è così, è una poltiglia di meduse. Apro La sapienza greca di Giorgio Colli, il repertorio che riguarda Orfeo. Un distico mi ammalia. Finora l’avevo ignorato. “La tua lingua è contraria a quella di Orfeo:/ con la sua voce infatti egli condusse ogni cosa nella gioia”. Siamo alle battute finali dell’Agamennone di Eschilo, è Egisto, amante di Clitemestra, corresponsabile della morte del capo degli Achei, a parlare. Egisto si rivolge con sprezzo al coro: al distico citato sopra segue, in struttura binaria, questo, “tu invece, che mi provochi con stolti lamenti/ sarai condotto via: sottomesso ti dimostrerai remissivo”.

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“Orfeo dall’aurea lira” (così Pindaro) è simbolo della poesia, o meglio, del verbo che muove le cose, che dà ritmo – non senso – al mondo. Di solito, la vicenda di Orfeo è legata a un fallimento: la poesia ammalia gli dèi inferi (“E perfino le case della Morte rimasero incantate, e i recessi più intimi del Tartaro…”, canta Virgilio), incanta le bestie feroci (Orfeo riproduce nel canto l’età dell’oro, quella in cui l’agnello dormirà con il lupo), ma non riesce nell’intento di liberare Euridice dalla morte, dalle ombre che la affliggono (o detergono, a seconda). Una cupa nostalgia avvolge la vicenda di Orfeo: incapace di liberare la sua donna – per quel gioco degli occhi, quel tentennamento, quell’umana fragilità che per alcuni è la poesia, ormai scissa dalla magia – il poeta viene squartato, letteralmente, dalle Baccanti (brandelli/versi), “che si vendicano della sua indifferenza alle leggi della vita e dell’amore” (Maria Grazia Ciani). Se Orfeo è sciamano (come è: Angelo Tonelli ha dimostrato in Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, 2015, il rapporto tra la sapienza del poeta greco e lo “sciamanesimo iperboreo e panasiatico, che a partire dalla Mongolia e dalla Siberia si diffonde nel Tibet e in tutta l’Eurasia”) la leggenda dimostra che è un misero sciamano: gli è concessa la gita tra i morti, ma non sa consolarli. Li seduce, semmai, li imbambola – ma ciò che ama gli sfugge, per sempre.

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Quel distico, così, mi ha stupito, si è inciso sullo stipite di un certo numero di notti. La lingua di Orfeo è quella che porta “tutte le cose nella gioia”. Come se, prive dell’accordo del poeta, le cose siano destinate a corruzione, all’insoluto: ed è così, forse. Faccio razzia di traduzioni. Tonelli, nel libro sull’orfismo, traduce: “…egli infatti con la sua voce portò tutte le cose nella gioia”; nell’Agamennone tradotto per Marsilio (2000) sceglie però un’altra versione, “La tua lingua è il contrario/ di quella di Orfeo, che trascinava tutte le cose/ con l’incanto della voce”. Il senso è diverso, quasi opposto: la gioia svanisce, resta il potere incantatorio di Orfeo, mitico, noto, infine, però, vacuo, seduzione disincarnata, che al risveglio provoca un senso di disincanto, di prova perduta, occasionale esercizio di stile. Questa è la traduzione scelta da molti: “Tu hai una lingua che è l’opposto di quella di Orfeo: lui con la sua voce portava con sé tutte le cose affascinandole” (Enrico Medda); “lui con la dolcezza del suo canto, trascinava e incantava tutto” (Monica Centanni); “quello sapeva trascinare, con l’incanto della sua voce” (Ezio Savino). In questi casi, la poesia di Orfeo trascina, incanta, seduce: è disincarnata dal creato, è istante illusorio, cappa lirica, cappio. Svanita la nebbia della poesia, tutto torna ciò che è: proprio come accade nel caso di Euridice, il canto che incanta rabbonisce i mostri, trama un velo intorno alla donna, per mutarsi, poi, in strazio, canzone dolente. Il poeta che salva diventa poeta che soffre, il canto taumaturgico stona in requiem, a cosa serve ipnotizzare le tigri se a vincere è sempre la morte?

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Eschilo, però, nel suo miracoloso distico, usa la parola karà, che significa gioia; in particolare, nel contesto del verso, karai, al dativo, che si può tradurre “con la gioia”, cioè: “conduceva ogni cosa con la gioia che scaturiva dalla sua voce”. Non c’è una destinazione – “nella gioia” – ma resta il fossile primo e ultimo dell’atto poetico, il canto incuneato nel gioire. Da karà ci si lega a karis, la grazia, la gioia che proviene dalla bellezza, in un mondo sferico per cui il bello è sigillato al bene, al vero. Nell’incanto di Orfeo non c’è nulla di obliquo, di sinistro, di illusorio – la truffa delle ‘belle lettere’ – ma la gioia che giunge dal canto esatto, che conferma il corpo alla danza delle cose. Precipitare nella gioia, in un’ebbrezza che vince la violenza, sacrificando la ragione, avventati al candore. Le nuvole hanno chiazze arancioni, gli alberi sono slanciati in stanchezza, il cielo sembra avere la lebbra, oggi. “L’uomo snello… nel suo manto azzurro… impaziente e muto… a passi grandi come morsi”: così Rilke descrive Orfeo. Su una sentenza inalterabile Virgilio chiude la vicenda di Orfeo: “una follia improvvisa prese l’incauto amante, da perdonare, certo, se gli dèi sapessero perdonare”. Il poeta leggendario è diventato amante, e folle – come se fosse possibile cautela, nell’amare. E gli dèi non amano chi per eccesso contraddice le leggi. Quella gioia, però, mi pare ancora più primordiale, sembra precedere gli dèi, che di quel canto, in fondo, sono figli. (d.b.)

*In copertina: un Orfeo attribuito a Paul Duqueylar (1771-1845)

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