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“Il volto sbiancato nell’intangibile”: la disfatta di Iperione, la caduta di Empedocle. A Napoli l’Olimpia di Luigia Sorrentino

Luigia Sorrentino (nata a Napoli, vive a Roma e lavora alla Rai) sceglie una poesia polisemica, come se ad un certo punto la scrittura, sotto forma di metafora, attraversasse un’arteria stradale e deviasse ogni volta in più diramazioni laterali. Mi spiego. Olimpia (Interlinea, 2013) è a tutti gli effetti una summa della propria esistenza e non di un io schiacciante che incarna la supremazia della donna rispecchiata e spogliata in sé.

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Olimpia si divide nella dialettica tra la nascita e la morte, tra due estremi conciliabili, tra un inizio e una fine che potrebbero coincidere con un tempo circolare. Ecco perché le strade percorse si moltiplicano: Luigia Sorrentino è terrena e spirituale, distingue vista e visione, guarda in basso e in alto, immagina la fedeltà alle cose e la luce della rinascita, la sorgente e la foce, un’assolutezza esclamativa tesa, di chi non getta gli ormeggi. Si rivela e ci rivela postulati frementi per rispondere ai bisogni materiali e cognitivi. “Siamo colui che sprofonda a un passo da noi”, scrive in quel processo di immedesimazione che esce dalla soggettività per suscitare il confronto, la consapevolezza confortevole dell’altro, vicino o lontano che sia. Dunque una poetessa di ripartenze, perché la nascita è anche il ritorno, la morte un punto di transito, non un gorgo dove precipitare.

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Dalla foce si risale controvento alla sorgente sapendo che la trasformazione dell’uomo è la via di senso, la celebrazione della vita, come è stato detto, compreso quando la mancanza dell’amato si fa sentire. Subentra la poetica della perdita e della reificazione. Il dolore si scioglie e i lemuri forgiano la parola, stabiliscono la cerniera che chiude e apre un dialogo asciutto, sacrale, mai tetragono. Possiamo affermare che Luigia Sorrentino, come facevano i greci, ricerca la parresia, un realismo metafisico che consente di non disperdere l’altrui verità. I suoi sincretismi sono tesi quanto scabri, lirici, per una resa che suona all’orecchio come un manufatto cosmologico. In alcuni dei versi più belli, Luigia Sorrentino chiarisce: “lei era lì / non era più la stessa / il volto sbiancato nell’intangibile / nulla più le apparteneva / si rivoltava in un’altra che l’offendeva / nell’involo mostruoso in lontananza / lei era un soffio chiuso / tutto era in sé pieno, attaccata / alle pareti, lei era ormai radice”. Si ha l’impressione che uno specchio magico ridia la vita alla morte, che una mano divina ripianti la radice estirpata nel segno “intangibile” che è parte di un moto perturbante, il vettore che torna alla base e risale come il sangue pulsato nella frequenza cardiaca. La vastità del mondo, nella prospettiva spaziale, è abbracciata da un gesto dolcissimo, mediato dalla lingua nell’ampiezza capace di accogliere i destini della gente.

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Al “Napoli Teatro Festival Italia”, il 16 luglio andrà in scena Olimpia, tragedia del passaggio (Giardino Romantico di Palazzo Reale, ore 22.30), una rappresentazione teatrale nata dall’incontro della drammaturgia di Luigia Sorrentino con la regia di Luisa Corcione. Ci saranno attori come Emilio Vacca, Noemi Francesca e Peppe Voltarelli. Ha affermato Luigia Sorrentino: “La figura di Iperione è emblematica. Viene al mondo dall’oscurità della madre terra, ma una volta fuori si rende conto che il suo destino è quello di soccombere. Resterà confinato nella non luce, in quella sottile linea che divide la notte dal giorno. Poi Iperione si trasforma in Empedocle, che ben presto prenderà coscienza, che superata la soglia, il confine tra l’umano e il divino, non potrà difendere la sua sete di potere perché egli stesso è l’artista che sconfina”.

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La storia si rifà al mito, al tempo primordiale di Olimpia e del titano Iperione, suo discendente, che per affermare sé stesso tenta di squarciare la barriera del sottosuolo per gettare un ponte fra il mondo dei vivi e l’aldilà. Iperione perderà la sua battaglia contro Olimpia, rimanendo prigioniero con le braccia e le gambe saldate contro il corpo.  La lingua tedesca parlata da Iperione in alcuni passaggi dei cori (la traduzione è a cura di Bettina Gabbe), risulta un omaggio all’Iperione di Hölderlin, testimonianza di esilio, nostalgia e isolamento. Empedocle rimanda al personaggio principale della tragedia incompiuta di Hölderlin, La morte di Empedocle. In Olimpia, tragedia del passaggio, veste i panni, appunto, dell’artista.

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L’opera maestosa realizzata da Empedocle, il ponte che avrebbe dovuto congiungere l’Occidente e l’Oriente, deturpa l’armonia della natura, causa una strage e spezza l’equilibrio della città. Empedocle, che ha raggiunto in tutto il mondo greco fama e potere, incarna il fallimento, la caduta della civiltà e della cultura dell’Occidente. Anche l’arte, creduta insuperabile, è destinata alla distruzione nella vulnerabilità di tutto ciò che incarna un’esperienza tangibile. L’insuccesso che colpisce Empedocle esprime il dissidio fra arte e natura nella città di Olimpia, mentre la disfatta di Iperione riguarda il contrasto fra l’uomo mortale e la divinità di Olimpia. In questo senso entrambi i protagonisti perdono la sfida: l’uno nei confronti dell’arte, l’altro nei confronti della divinità. Nell’opera teatrale di Luigia Sorrentino, dopo un serrato confronto fra la morte e Empedocle, riappare il volto apollineo di Olimpia ad infondere grazia con la sua quiete, con un pensiero alto che abita il regno degli dei. La scenografia si compone di opere artistiche (pitture, sculture e installazioni). La musica e la danza sono il corollario di un viaggio in cui la poesia è vidimata nell’oralità della pièce. Olimpia ascende nel suo volo celeste, nelle stagioni senza tregua.

Alessandro Moscè

*In copertina: Gustave Moreau, “La chimera”, 1867

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