24 Gennaio 2022

Che fine ha fatto l’Occidente? È un dis-Oriente

Il libro dei Maccabei riassume in un cammeo, di violenta nitidezza, la storia di “Alessandro il Macedone, figlio di Filippo”: “intraprese molte guerre, si impadronì di fortezze e uccise i re della terra; arrivò sino ai confini del mondo e raccolse le spoglie di molti popoli. La terra ammutolì davanti a lui”. Da Ovest, educato da Aristotele, Alessandro si getta, con superba foga, a Est: costella il suo tracciato di città che portano il suo nome, voleva l’India, le segrete della sapienza, si arrese ai suoi, disfatti dal viaggio, a loro dire assurdo, assunto a mania. Secondo le cronache, Alessandro adottò fogge e metodi orientali – ma il potere alterna sempre tributi a massacri, secondo l’estro –, mise reggia a Babilonia, voleva invadere l’Arabia; in un racconto, Jorge Luis Borges lo immagina sempre più a Est, tra “uomini dagli occhi obliqui e di carnagione gialla”, in geografie ignote.

Se Alessandro ha fondato un nuovo mondo, Ponzio Pilato, prefetto della Giudea sotto Tiberio, burocrate di un impero abnorme, ne ha sancito il disastro. Alessandro pensava di inglobare l’Occidente a Oriente; la morte di Gesù, legalizzata da Pilato, disorienta, conclama una diaspora dei punti cardinali, scardinati. Pilato, oscuro funzionario italico, cerca di romanizzare la Giudea: si scontra con il fanatismo dei Farisei, la levantina sagacia dei maestri della legge, l’irruenza degli Zeloti. Quel piccolo grano dell’impero non si sottomette agli dèi che alleviano le pene, suggeriscono l’ozio e la norma, il triclino e il delirio dei corpi; quel popolo sente voci nel deserto, crede nell’alfabeto del dio senza nome e dai mille nomi, sa soffrire, anela al dolore. Se la terra si fa muta di fronte ad Alessandro, Pilato “rimase stupito” (Mc 15, 5) davanti al silenzio di Gesù.

Del governatore che disse, scandita fine di un tempo, “Ecco l’uomo!” e che “ebbe paura” (Gv 19, 8), non sappiamo nulla, il suo avvenire s’impania in nebbie: il console Lucio Vitellio, sostenitore di Caligola – e padre del futuro, effimero imperatore Vitellio –, lo depose dal compito; costretto a riferire a Tiberio, tornò a Roma che l’imperatore era morto, e di lui si perdono le tracce. Secondo una tradizione apocrifa, Pilato e la moglie, sconvolti dalla morte di Gesù, “perseveravano nel recarsi di buon mattino al santo sepolcro e là pregavano” (Il martirio di Pilato). Fatto arrestare da Erode, il deposto ufficiale romano subisce la stessa sorte del Nazareno: è flagellato, arrestato, crocefisso. “Desidero venire crocefisso oggi, con la moglie e i bambini per il Nazareno”, dice, reclamandosi a una beatitudine da ebeti e santi. Nel ritratto che gli dedica Michail Bulgakov, “indossa un mantello bianco foderato di stoffa color sangue”, ha “un’andatura strascicata da cavaliere” e “detestava l’odore dell’olio di rose”. Dedito alla scomparsa, autore di una vita non priva di esaltazione, Pilato è continuamente tradito da orde di tenaci agiografi: non ha pace, disorientato dall’Oriente di cui ha intuito la più fulgida, cupa fiamma.

Alessandro e Pilato sono i due vespri dell’incontro tra Occidente e Oriente: fucilata di lacerazioni. D’altronde, il Vangelo parla greco, si pronuncia in latino, si destreggia nel demonico dominio dei dialetti. Il travaso di radici è visibile, estasi iconica, nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma, dove si fronteggiano la Crocefissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo di Caravaggio. Che la conversione sia una crocefissione – diversamente trafitti, i due sono entrambi a braccia spalancate, sconvolti – è il fatto cristiano. Ai Romani Paolo, l’uomo di Tarso, il convertito, scrive la lettera che stigmatizza, “Siamo stati liberati dalla Legge per servire secondo lo Spirito”; che sutura e scinde, incorpora i pagani e impegna alla “salvezza d’Israele”; leggendo Paolo, Lutero s’infiamma, e scioglie. I padri del cristianesimo s’installano a Roma, Oriente esplode in Occidente, l’Occidente – che esiste per estensione di fuga – si spezza: il Nazareno comporta un orientamento nuovo, un nuovo Oriente, che svanisce i consueti codici cardinali.

Certo, ogni storia ha una topografia: quella mediterranea ha per zenit l’Egitto. Da lì si scardina la sapienza greca – nel dire di Erodoto –; lì Dio segna i suoi per la tratta verso la Terra Promessa; lì si rifugia la Famiglia, ripudiata, per scampare all’assassinio degli innocenti. Ed è vero: Emmaus, il luogo in cui appare il Risorto, è a occidente di Gerusalemme, ma è pur vero che, forse per eccesso di miracolo, quella cittadella è svanita tra i gangli della storia, non esiste più. Assecondando la volontà di Francesco, che mirava ad andare a Oriente, tra infedeli e saraceni, Guglielmo di Rubruk, frate fiammingo, compie il suo Viaggio in Mongolia, nel XIII secolo. Il resoconto, tra lande ignote, indovini, re che abitano labirinti di tende, è limpido, depurato dal facile stupore del commerciante, coraggioso: “Se avessi avuto paura, non sarei venuto fin qui”, dice il frate a Mangu chan, il Gran Khan davanti a cui è invitato a sostenere una “disputa teologica”. Intorno al Viaggio in Mongolia, Inoue Yasushi, tra i grandi scrittori giapponesi del secolo, scrive un racconto – raccolto in Amore, stampa Adelphi – che parla, va da sé, di un amore fino a morirne. Nel travaso dei visionari, ogni via è un dedalo, la vita un dado, e le bussole sballate. Non ci resta che la lingua della dedizione e della latitanza.

Insieme ad Alessandro Dehò, continuiamo a costruire il Nuovo Alfabeto del Sacro; qui è la O di Occidente.

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Occidente ovvero il mio dis-Oriente

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme”.

Cammino da sempre con i Magi, ma da Oriente a Occidente. Non sarò mai uno di loro. Ogni nascita comporta dis-orientamento, questo ho accettato. Non ne sono sempre stato consapevole. Non possiedo l’istinto animale, le mie migrazioni sono naufraghe di evidenti sicurezze. Mi sono fidato di chi giurava orientamenti vocazionali negando che ogni amore prevede smarrimenti abissali. Cerco di non promettere a nessuno mappe dettagliate, la vita costantemente inverte l’ago della bussola, mi affranco alla carne e ai volti.

L’Occidente che mi ha messo al mondo è condanna a una posizione frammentata, a sentieri che da promettenti sboccano spesso in deserti. Occidentale fino al midollo sono lontano dalla pacificazione completa, non riesco a trovare centri di gravità permanenti. Figlio di una Via, di una Verità e di una Vita che incarnandosi accetta il groviglio dei sentimenti e degli istinti. L’Oriente è vivo come meta che sarà, qui sono solo segni da decodificare, interpretare, rileggere, a volte rinnegare. Disorientato in quotidiano esodo.

Cammino con i Magi pur non essendo uno di loro, forse cerco solo compagni di viaggio disorientati quanto me, ma insieme a me. Chiese povere e smarrite. Il Vangelo come prassi quotidiana dello smarrimento per amore. Confido che questo muovermi non perda in umiltà. Mi pare di scegliere meglio i compagni di viaggio ora, se nei loro occhi manca la nettezza dei dogmi, se come me accettano di non sapersi orientare con le leggi, se sprofondando in abissi, se riescono a balbettare il bisogno di farsi salvare, ecco, solo allora mi paiono affidabili.

C’è stato un tempo in cui mi orientavo levigando parole fino a spacciarle per stelle comete condivisibili, mi sono messo a capo di carovane che sapevano esattamente l’approdo, ancora me ne vergogno. Apro il Vangelo e ne assaporo con lentezza la forza disorientante. Con i magi perdo le stelle, imbocco strade chiuse, mi costringo a rivedere i calcoli. Forse per consolazione mi convinco a credere che il mio Maestro sia un disperso d’amore tra i naufragi dell’uomo.

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“Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.

Dell’Occidente di Erode conservo il turbamento. Turbato da pagine evangeliche che non si lasciano piegare in catechismi. Turbato dalla semplicità dei Magi che chiedono solo di adorarla la vita, con una leggerezza e spontaneità che mi suonano feroci. L’Occidente porta alla bocca per mangiare, sbranare, nutrirsi. Il timore diventa spesso paura di morire. Il Dio degli smarriti non si fermerà sulla soglia delle labbra: il pane in carne, il sangue in vino, l’adorazione da bacio si tramuta in morso.

All’Occidente chiedo di essere solamente sé stesso, all’Occidente chiedo di non fingere, il suo e nostro turbamento di fronte alla vita ci impedisce di alleggerire tutto in profumo d’incenso, le piaghe del cadavere si nutrono di mirra e l’oro per essere tale chiede di essere provato al fuoco. Ogni spiritualità che dimentica la paura o che, peggio, la colpevolizza, la sento pericolosa.

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Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”.

Cresciuto alla scuola occidentale delle risposte perfette anche io non riesco a liberarmi. Mi affascina sperare che tutto possa trovare ordine in un libro. Sapere con esattezza il tempo, svelare le profezie eppure non avere ancora il coraggio di accettare la vita esposta. La vita intera, la vita smurata. Gerusalemme me la porto dentro, le sue pietre e il suo tempio, tutto a garantire ruolo e forma. Uscire da Gerusalemme è accettare l’annientamento, il dissolversi. Sulla mia Gerusalemme il Maestro piange, e io con lui, ma non riesco ancora a farne a meno. Teorizzo la libertà ma ogni giorno chiedo ospitalità a un palazzo nuovo, la corte dell’approvazione è la mia condanna.

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Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

I Magi dall’Oriente portano ingenuità, rischiano di consegnare il bimbo al carnefice, l’Occidente intanto affila le parole, Erode oppone la grammatica del potere, di ogni potere: la falsificazione. Cammino con i Magi per non sentirmi Erode eppure anche io sento di aver usato frasi perfette per nascondere la mia paura di morire. E così mi illudo di non essere figlio dell’Occidente, che è terra in cui sole tramonta, in cui la luce si affoga per mutarsi in tenebra. Erode come me ha paura di morire. Se fosse questo il nostro occidentale compito? La descrizione dei tramonti, la narrazione della morte, imparare a prendere il sole e depositarlo oltre l’orizzonte. Non mi fa paura l’Occidente che muore, mi fa paura che falsifichi, che non impari dal rantolo, che si illuda di essere ri-sorgente.

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Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Io mi fermo a Betlemme, i magi si ri-orientano e tornano a casa, di loro non saprò più nulla. La strada sarà nuova, sarà loro e rimarrà misteriosa. La stella intanto ha preso corpo, per nulla celeste. Esploderà in una carne messianica, le parole disorienteranno per sempre, insegnerà a guardare il mondo dalla parte degli smariti, istruirà fami e beatificherà le lacrime. Non sarà compreso. Tenteranno di addomesticarlo in religioso ossequio. Lui attraverserà Gerusalemme per sbucare sul Golgota, come filo e ago a tentare l’impossibile ricucitura tra terra e cielo. La croce punterà eternamente l’ago verso l’alto mentre un sepolcro vuoto impedirà di erigere santuari a cui orientare con troppa sicurezza i nostri pellegrinaggi. All’Occidente disorientato resta il disorientamento di discepoli impauriti. Che saranno chiamato ad accoglierlo quell’occidente smarrito che si portano dentro, a trasfigurarlo in elemosina e forse, a volte, perfino in preghiera.

Alessandro Dehò