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Lo scandalo della nudità. “Ora narra pure di avermi vista senza veli: se lo potrai…”.

L’interdizione che lo svelamento della nudità prescrive, riguarda il detto, non il visto, come ingenuamente si potrebbe pensare. Lo scandalo dell’oscenità non può essere riferito, nulla in esso è urlo sguaiato. Al massimo è risata, come quella che Baubo (o Baubone) riesce a strappare all’afflitta Demetra alzandosi le vesti e mostrandole la vulva parlante.

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La traccia che sottende lo scandalo della nudità è muta. Il corpo nudo è stupore di lingua che non deve parlare, è anatema che preannuncia la morte. “Maledetto (sia) Kenaan, servo di servi sarà per fratelli suoi” (Gn 9, 25), è la maledizione che Nòach (Noè) scaglia contro la prole di suo figlio Cham colpevole di averlo visto nudo e di aver “annunciato” (nagàd, questo è il verbo nella lingua cementizia dell’ebraico) lo scandalo ai suoi due fratelli. Nel racconto biblico un simile “annuncio” si trova anche in corrispondenza di un’altra nudità svelata (Gn 3, 11), quella dell’adàm (Adamo) che nel paradiso, dopo aver mangiato con desiderio un frutto dall’albero interdetto, per pudore e scorno nasconde le proprie pudenda all’occhio onnivedente di Dio. Come poi si sia conclusa la faccenda, è fatto noto a molti.

Simone Peterzano e allievi, L’ebbrezza di Noè, 1586 circa

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Una ferale interdizione, dunque, sembra regnare sulla nudità. Il corpo nudo va contemplato in silenzio, quello che l’occhio vede non deve essere “annunciato” ad altri, questo dice il precetto. La nudità non si può dire. È in questa afasia che si rintraccia il significato tragico dell’oscenità. Osceno non è affatto il contenuto lubrico, inquietante, scabroso, scandaloso e perfino peccaminoso di una rappresentazione, di un’immagine o di un comportamento. Osceno non è assistere a ciò che crea scandalo ma l’impossibilità di dirlo, di annunciarlo. È essere interdetti dal pronunciare parola. Osceno, insomma, è l’irripetibile. Ciò che l’occhio avidamente consuma, la lingua deve trattenerlo come un segreto o con il silenzio di Arpocrate, il dio bambino che vedeva e ascoltava ma non parlava.

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Anche la celeste mitologia della grecità antica ci consegna il mutismo dei suoi eroi quando sono testimoni della nudità. La fuga che Atteone cerca come riparazione alla colpa innocente di aver visto, – colpa cadutagli addosso senza “annuncio” –, è accompagnata soltanto dall’affanno singhiozzante e tremulo del quadrupede che egli è diventato dopo la metamorfosi inflittagli dalla dea Artemide. Lui, esperto cacciatore degno allievo di Chirone, ha avuto la sventura di ammirare il biancore del corpo nudo della dea mentre prendeva il bagno presso una fonte. Perciò, col sembiante completamente trasfigurato nella ferina fisionomia di un cervo, Atteone, nipote di Cadmo, cerca di sfuggire alle zanne acuminate dei suoi stessi cani, trentasette segugi, feroci animali da caccia e da riporto, che non vedono l’ora di stringere le fauci sulla carne debole di un così splendido esemplare di mammifero.

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Atteone è vittima inconsapevole, olocausto innocente di una colpa incolpevole che lo rende istantaneamente muto, altresì incapace di difendersi e di reagire, almeno a parole, all’affronto violento della nudità svelata di Artemide. Come Billy Bud, l’antieroe marinaio melvilliano, che dinanzi alle ingiuste accuse – vere e proprie calunnie – rivoltegli da altri sventurati uomini di mare, canaglie prive di scrupoli, subisce senza reagire la condanna a morte che gli viene inflitta dopo un processo sommario e non senza i ripensamenti del suo comandante-giudice.

Bernardino Cesari, Diana e Atteone, s.d.

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Eppure Atteone non scopre nulla, non svela alcun segreto. La sua colpa è semplicemente quella di aver visto. Al suo arrivo presso la fonte in cui anche lui stava per bagnarsi, il corpo di Artemide era già nudo come nudi erano quelli virginali delle ninfe che fecero da scudo alle sue vergogne. Nondimeno la reazione dell’austera figlia di Zeus fu crudele, feroce e aggressiva. La morte di Atteone fu accidentale, certo, preterintenzionale rispetto alla punizione che la dea volle infliggergli ma, ciò nonostante, ella creò le condizioni perché il delitto si compiesse. Togliergli la parola, questa fu la punizione che la Trivia inflisse ad Atteone quando decise di trasformarlo in un cervo. Ella voleva escludere del tutto la possibilità che parlasse, che egli, insomma, raccontasse ad altri di aver visto le sue divine pudenda, un’esperienza intima e oscena proprio perché inaccessibile al racconto. L’impedimento che la dea costruì a danno del suo innocente ammiratore, dunque, fu proprio la sostituzione della parola con il mutismo animale del cervo. Un mutismo che instaura il mito della nudità come tabù o interdizione.

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Di fronte alle membra scoperte di Artemide, l’ignaro e inconsapevole Atteone perse la parola o, semplicemente, la possibilità di dire. «Nunc tibi me posito visam velamine narres, si poteris narrare, licet» («Ora narra pure di avermi vista senza veli: se lo potrai», Ovidio, Metamorfosi, Libro III, vv. 192-193), così la dea dileggia e minaccia l’inerme cacciatore al quale ha appena cambiato fisionomia. Dopo queste parole, tutto ciò che si ode nella valle di Gargafia, tra il verde dei “pini selvatici e degli aguzzi cipressi”, è lo schiamazzo della canèa. Le estreme conseguenze della nudità svelata di Artemide sono la morte di Atteone. Trasformato in cervo, il cacciatore diventa preda, inatteso pasto per i suoi trentasette cani, quelli dei quali Ovidio (come Dante con i diavoli Malebranche della sua Commedia), con serena e disincantata precisione, fa pure l’elenco e l’anagrafe.

Vincenzo Liguori

(continua)

*In copertina: il “Noè ubriaco” di Guido Cagnacci

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