23 Marzo 2018

Notizia straordinaria: Jonathan Littell torna al romanzo. Ovvero, la sottile differenza che c’è tra Lionel Messi e Marco Nappi

Dieci anni fa si urlò allo scandalo. Cioè, al miracolo letterario. Un americano di origine ebraica, dopo essere stato in Bosnia, Cecenia, Afghanistan e Congo – cioè: dove si muore, dove c’è qualcosa da narrare – affratellato a una Ong, scrive il libro che lascia a bocca aperta mezzo Occidente. Il libro racconta la storia di Maximilien Aue, ufficiale delle SS, alfiere di Eichmann nell’organizzazione dell’Olocausto, sessomane. Le benevole. Così s’intitola il libro. Pubblicato da Gallimard nel 2006, oceanico (1400 pagine), sbarca in Italia l’anno dopo, griffato Einaudi. Catastrofe. In molti vanno in deliquio. Sul Corriere della Sera Alessandro Piperno ne parla come di un “libro assoluto”, “un libro importante del nostro tempo”. In effetti, Jonathan Littell, l’autore, riesce dove i nostri falliscono: scrivere un’opera di tracotante ingordigia, dove si perfora la Storia per distillare il miele del male. Per lo più votato alla saggistica – le riflessioni su Francis Bacon, ad esempio – di Littell s’erano perse le tracce da anni. Nel 2016 – dicono le cronache – gira un documentario sui bambini soldato, in Uganda, Wrong Elements. L’ultimo romanzo è del 2012, Une vieille histoire. LittellOra, sei anni dopo, Littell torna. Con lo stesso libro. Rivisto. Une vieille histoire. Nouvelle version. Stampa Gallimard, con stile (pp.384, euro 21,00). “Normalmente quando pubblico un libro, per me finisce lì, ma poi è successo qualcosa di strano: il libro ha continuato a evolvere, a lavorare dentro di me”, ha detto l’autore, piuttosto evanescente. La storia è bizzarra. “Il narratore esce da una piscina, si cambia e si mette a correre lungo un corridoio grigio. Scopre delle porte, che si inoltrano in territori (una casa, una camera d’albergo, uno studio, una villa o una zona selvaggia), luoghi dove accadono e riaccadono i rapporti umani più essenziali (la famiglia, la coppia, la solitudine, il gruppo, la guerra). Percorsi questi territori, finisce la corsa. Poi, tutto ricomincia”. Detta così, pare un incrocio tra un film criptico di Christopher Nolan e la noia da nouveau roman. Secondo Liberation, invece, c’è l’idea del labirinto e di Jean-Luc Godard, dietro le quinte, e comunque, “la lettura è particolarmente ipnotica e rinvia alla rappresentazione del mondo quale è quella che ci offre il presente: una concatenazione di immagini di amore e di morte, di lusso e di miseria, di energia e decrepitezza, di bellezza e di volgarità”. Gli esperti dicono che le fonti di Littell sono il Marchese de Sade e Georges Bataille; lui, di rimando, cita William Burroughs. Per voi, impiatto l’incipit: “La testa ha rotto la superficie e la bocca si è aperta per mordere l’aria, in un frastuono di schizzi, le mani hanno trovato il bordo, hanno preso sostegno e, trasferita la forza della spinta alle spalle, ho issato il corpo gocciolante fuori dall’acqua. Restai un istante, in equilibrio, sul bordo, disorientato dagli echi assurdi delle grida e dei brusii d’acqua, stordito dalla visione per frammenti di parti del mio corpo dentro il grande ghiaccio che inquadrava il bacino”. E questo è solo uno che si issa fuori dalla piscina. Il romanzo chiarirà l’arduo dilemma: Littell è un grande scrittore o una promessa mancata? Tra Lionel Messi e Marco Nappi, visto un video, come si sa, non è che ci sia poi tutta questa differenza… La differenza la fa la costanza nell’opera, l’esplosione concatenata. Involuto, astratto, diligentemente osceno, Littell titilla gli intellettuali. In questo libro, dice lui, “rimuovendo la nozione di ‘realismo’, conservo solo ciò che è fondamentale: i rapporti umani”. Sembra la frase di un convertito.