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“Non voglio il perdono. Non sono il sacrario del lutto e del rimorso”: la lettera di Ted Hughes dopo la morte di Sylvia Plath

Hughes Plath

Consustanziale. Rapporti consustanziali. Congiunzioni fino al frastuono e allo sfascio. Dante non esiste senza Beatrice; Petrarca ha bisogno della morte di Laura per compiere il proprio Canzoniere. Leopardi e il timore della carne; Manzoni e la foia (monacalmente negata) del sesso – dieci figli, superato solo da Lev Tolstoj. Sibilla che si rotola per i colli appenninici avvinghiata a Dino. Infine: l’estasi idiota della coppia più bella del mondo (Celentano+Mori) che gorgheggia quanto è bella felicità (Al Bano+Romina). Sylvia conosce Ted nel febbraio del 1956. In giugno si sposano. Nell’ottobre del 1962 si separano. Febbraio 1963: Sylvia si uccide. Sette anni prima aveva conosciuto Ted. L’opera poetica di Sylvia e di Ted è consustanziale. Hughes esordisce nel 1957, con The Hawk in the Rain. Successo plateale. Sylvia pubblica, in vita, The Colossus (1960) e il romanzo claustrofobico e pazzo La campana di vetro, un mese prima di uccidersi, ficcando la testa nel forno, dopo aver preparato la colazione per i due figli, Frieda Rebecca e Nicholas Farrar, e sigillato le finestre con il nastro isolante. Con la mamma, Aurelia Frances Schober, Sylvia aveva un rapporto contorto. La vita matrimoniale di Sylvia e Ted è determinante per capire la loro opera.

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Ted Hughes e Sylvia Plath, la coppia poetica più vertiginosa del Novecento

Nei dirompenti Diari (pubblica Adelphi) Sylvia parla di sé (“Ho un buon io, che ama i cieli, le colline, le idee, i piatti appetitosi, i colori brillanti. Il mio demone vorrebbe ucciderlo imponendogli di diventare perfetto”), parla di “Ted: forte, gentile, affettuoso, caldo, intelligente, creativo”, e parla di entrambi, “entrambi siamo troppo introversi: troppo spesso preferiamo i libri alla gente. Coazione all’antisicurezza…”. Parla, Sylvia, della paura che Ted vampirizzi la sua scrittura (“se riesco a crearmi un’individualità e un lavoro posso assumere un ruolo attivo nella coppia, senza essere la metà dipendente e debole… non devo restare senza identità… una solidità inattaccabile”). Si sono massacrati. Sylvia si è sacrificata. Sul senso di colpa Ted Hughes, Poet Laureate del Regno Unito dal 1984, edifica la sua raccolta ultima e definitiva, Birthday Letters. Dalla fine del 2017 sono in circolo, nel mondo anglofono, The Letters of Sylvia Plath: 1940-1956 (ne abbiamo parlato in un articolo, qui). La lettera che pubblichiamo è tratta invece da Letters of Ted Hughes (Faber & Faber, 2009). Un mese dopo il suicidio di Sylvia, Ted scrive alla mamma della Plath, “Cara Aurelia…”. Una specie di confessione di follia. Dai Diari sappiamo che Sylvia non sopportava la madre (“L’odio per mia madre”) e che la madre non sopportava Ted (“Mamma non lo sopporta”). Siamo nell’incavo di un turbamento, come scrive Ted. Anime consustanziali all’ossessione. Linguaggio che martirizza come stimmate. Sorprende, in fondo, che sia il risultato estetico, per così dire, a contare. Ted rassicura mamma Aurelia: la figlia è la poetessa più grande di ogni tempo, paragonabile solo a Emily Dickinson. Le ragioni della poesia vincono su quelle, effimere, della vita e del dolore.

*

 

15 marzo 1963

Cara Aurelia,

non mi è stato possibile scrivere questa lettera prima…

Non supererò mai lo shock – piuttosto, non voglio. Ho visto le lettere che Sylvia ha scritto ai miei genitori, e immagino che ti abbia scritto cose simili, o peggiori.

Le particolari condizioni del nostro matrimonio, il matrimonio di due persone come noi, così clamorosamente sottomesse ad abissali anormalità psichiche, significa che ci siamo entrambi ridotti a vivere in uno stato in cui le nostre azioni e il nostro normale stato mentale era la follia.

Il mio tentativo di raddrizzare il matrimonio è stato una follia dall’inizio alla fine. Il modo in cui lei ha reagito al mio tentativo ha l’apparenza della pazzia – la sua insistenza sul divorzio, la sola cosa al mondo che non voleva, orgoglio ostilità odio, azioni cattive che mi ha mostrato, quando l’unica cosa che voleva dirmi era che se non fossi tornato da lei, non avrebbe potuto vivere.

Solo nell’ultimo mese, improvvisamente, siamo diventati amici, più vicini di quanto siamo stati negli ultimi due anni. Tutto sembrava prosperare per lei, abbiamo avuto momenti felici insieme.

Poi improvvisamente l’uscita del libro sul suo primo esaurimento, una cinquantina di dettagli infernali, lei si agita, mi implora di lasciare il paese perché non può sopportare di vivere nella stessa città, la mia presenza indebolisce la sua indipendenza, e così via, poi molti sedativi, infine questo.

Se non fossi stato così ciecamente coinvolto in una lotta con lei, con quale facilità avrei potuto attraverso tutto questo!

E io avevo deciso che potevamo ricostruire il nostro matrimonio, ora. Lei aveva accettato di interrompere il divorzio. In quel fine settimana ho cancellato tutti i miei appuntamenti. Stavo per chiederle di venire via con me, il lunedì, in vacanza, sulla costa, in un posto che non avevamo mai visto.

Pensa com’è anche per me, ora. Eravamo totalmente ciechi, eravamo entrambi disperati stupidi orgogliosi – e l’orgoglio ci ha resi obliqui, soprattutto lei.

So che Sylvia era fatta così: infliggeva terribili punizioni alle persone che amava, ma tutti sono un po’ così, dovevo avere solo un po’ di intelligenza per affrontarla…

Non voglio il perdono. Non voglio diventare il sacrario pubblico del lutto e del rimorso – preferirei essere il contrario, piuttosto. Ma se esiste l’eternità, che io sia dannato in essa.

Sylvia è stata uno dei grandi autentici spiriti della vita, negli ultimi mesi è diventata un grande poeta, e nessun’altra donna poeta, a eccezione di Emily Dickinson, può essere paragonata a lei, certamente nessun americano vivente.

Non sapevo come iniziare questa lettera e ora non so come finirla. Ti scriverò di nuovo, con affetto,

Ted Hughes

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