14 Aprile 2022

“Di lui che vide tutto...”. Nikolaj Gumilëv, il poeta anticomunista che attraversò l’Africa e conquistò Anna Achmatova

Perfino nelle fotografie scattate dopo l’arresto, mantiene quel viso volitivo, tra l’audacia e l’estasi, gli occhi alienati da un sonnambulismo permanente, le labbra spesse, solide. Semplicemente, gli pareva impossibile che potessero ucciderlo: Nikolaj Gumilëv fissava con equidistante disprezzo i cecchini. Ferocemente antibolscevico, era stato arrestato dalla Čeka il 3 agosto del 1921 con l’accusa di ordire una cospirazione monarchica, atta a sovvertire il politburo sovietico. Naturalmente, era una menzogna, costruita a tavolino dalla polizia sovietica con l’intento di “eliminare il settanta per cento dell’intelligencija di Pietroburgo, che opera in campo nemico” (così Yakov Agranov, direttore del dipartimento di sicurezza dello stato). Nel febbraio dello stesso anno era stata sedata nel sangue la rivolta di Kronštadt, condotta da marinai e soldati.

A Gumilëv, dopo tutto, non dispiaceva fare la parte del cospiratore, del vandalo. Disse – con esagitato candore – che pur di rovesciare il Soviet supremo avrebbe fatto di tutto. Nato nel 1886 proprio a Kronštad, cresciuto nel liceo di Carskoe Selo, sotto il magistero del poeta Innokentij Annenskij, da ragazzo lo chiamavano “Artiglio di Falco”. Alternava la raffinatezza del dandy al voluttuoso desiderio del rischio; amava la prova, il pericolo: esplorare gli altri mondi e flirtare con l’aldilà. La sua poesia era aggressiva e deliziosa allo stesso tempo: fin dai primi versi (dai titoli esemplari: Fuggo dalle città verso la foresta, 1902; La via dei conquistatori, 1905), l’istinto alla ribellione non è esente dal gusto per la forma affettata, la brutalità si mescola con l’esotismo circense. Gli piaceva indossare la divisa da soldato; aveva i vezzi – e il corpo – del guerriero. D’altronde, nel 1914 si era arruolato volontario in un reggimento di ulani, aveva combattuto sul fronte di Salonicco, era stato nominato sottotenente nel 5° reggimento degli ussari: un paio di croci di San Giorgio testimoniavano, con impeccabile lucentezza, il suo coraggio.

Amava i miraggi, Gumilëv; adorava i conflitti. Amò Anna Achmatova: dopo una corte spietata, durata anni, riuscì a sposarla, nel 1910; per il viaggio di nozze scelsero Parigi: lei fu eternata da Modigliani, lui spaziava tra il lungosenna e i bordelli. Nel 1912 nacque il loro unico figlio, Lev: reiteratamente arrestato – discendeva da autentici antirivoluzionari – fu storico, antropologo, autore di un libro – tradotto nel mondo anglofono come Ethnogenesis and the Biosphere – che è, pur frainteso, il mantra di Aleksandr Dugin, una ‘fonte’ spesso citata da Vladimir Putin. Tuttavia, l’Achmatova è indomabile, discende dai khan dell’Orda d’Oro, è fatta per cantare l’amore, non per amare; Gumilëv non accettava ombre, la conquista lo sfiancava. Il matrimonio, in crisi quasi subito, finì nel 1917, i due divorziarono l’anno dopo. Per Anna Achmatova – di cui, nel 1907, sulla rivista parigina Sirius, fondata per gioco, aveva pubblicato i primi versi – Gumilëv fondò l’acmeismo, che descrisse così: “In cambio del simbolismo, sorge una nuova tendenza comunque la si voglia chiamare: acmeismo (dalla parola àkmé, il più alto grado di qualcosa, il fiore, la stagione di rigoglio) oppure adamismo (visione virilmente ferma e chiara della vita), che in ogni caso esige un maggiore equilibrio di forze e una più esatta cognizione dei rapporti tra soggetto e oggetto di quanto non sia avvenuto nel simbolismo”. I più sopraffini esponenti di questo nuovo modo di cantare la realtà, senza fronzoli, con esattezza lirica, furono la Achmatova, Osip Mandel’štam, Michail Kuzmin. Gli acmeisti si radunavano nella “Gilda dei Poeti”, nata nel 1911 sotto l’egida, va da sé, di Gumilëv, un po’ vate un po’ Parsifal: si ribadiva una sorta di aristocrazia della forma, una poetica esoterica, che affascinò, tra gli altri, il giovane Vladimir Nabokov, “in un certo senso […] voleva essere un ‘dolce stil novo’” (Cesare De Michelis).

Fin da bambino, Gumilëv sognava l’Africa e l’Africa fu per lui ciò che Tahiti fu per Gauguin: inesausta fonte di ispirazioni. Partì per l’Abissinia da Odessa, nel settembre del 1909: un quadro di Olga Della-Vos-Kardovskaya – che anni dopo avrebbe realizzato uno dei più noti ritratti di Anna Achmatova – ne riassume l’incongruenza da poeta-avventuriero: su sfondo africano, in un dilagare di baobab, il poeta, elegantissimo, con baffi ispirati, si aggiusta una margherita all’occhiello della giacca; le mani sembrano specchi. Pare abbia avuto un abboccamento con il Negus; di certo, tornò dal viaggio con una silloge di versi, intitolati “Inni all’Abissinia”. La spedizione più importante, tuttavia, accadde nel 1913, sotto il coordinamento dell’Accademie delle Scienze di San Pietroburgo, per la quale il poeta si impegnò a raccogliere manufatti e documenti. Il viaggio cominciò in aprile: imbarcato a Odessa – “Città dai vasti caffè, pieni di commercianti sospettosamente aggraziati” – passa per Costantinopoli – “La bellezza di questo luogo non annoia mai, eppure è a tratti troppo decorativa, un diamante sul Bosforo, fitto di vele latine da cui i marinai turchi ti sorridono ostentando i denti, allegri” – attracca a Port Said. La descrizione del Mar Rosso registrata nei Diari africani, va letta sinotticamente alla poesia omonima, per capire la cospirazione lirica del poeta: “L’acqua riflette i raggi del sole, pare argento fuso. Ferite negli occhi, vertigine. I miraggi sono frequenti e ho visto diverse barche, preda di inganno, schiantarsi contro la costa. Isole, crude scogliere, sembrano bestie africane ancora senza nome, aliene alla zoologia. Spesso vedo un leone, in assetto d’assalto: la criniera è vicina a me, il muso allungato. L’acqua è pallida, pari agli occhi di un assassino: rende la notte più meravigliosa, più vasta, inquietante. La Croce del Sud, sospesa di traverso, nel cielo, sembra colpita da qualche splendida malattia, coperta dall’eruzione dorata di altre stelle. Ad Ovest scoppiano fulmini: lontano, in Africa, i temporali tropicali bruciano foreste e distruggono deserti. Potresti salire sul ponte della nave e cadervi, reso irrequieto da incubi selvaggi”. La propensione verso l’originario, il selvatico, il gigantesco, dilata il diario di Gumilëv nel fiabesco. Toccò Gibuti, Aden, Harar, replicando, forse, il percorso, antipoetico, compiuto da Rimbaud, che aveva amato e tradotto, da ragazzo. “Non priva di maestà è la vista: il deserto bruno, aspro, trafitto dalle intemperie, tutto fessure e frane, la stagione delle piogge lo ha illividito di fiumi fangosi e laghi evanescenti. Dalla bassa boscaglia, fugge un’antilope abissina; una coppia di sciacalli mi fissa, curiosa. Somali e Dancali dagli enormi capelli arruffati stanno appoggiati alla lancia. Nelle stazioni, frequentate dagli europei, si vedono folle di bambini neri, nudi: tendono le mani, annoiati, intonano qualche canzone, pronunciano la parola più popolare in questo mondo: dono. Al di là dei binari, a destra e a sinistra, domina il mistero”. Gumilëv arruolò il nipote, Nikolaj, come fotografo: al Museo etnografico di San Pietroburgo donò un portfolio fotografico di eclatante bellezza; in una di queste immagini, il poeta, in divisa, è al fianco di un sacerdote, ha il solito viso pronto all’irritazione; tutto è profondo ed enorme, in Africa: alberi, pietre, canali, lance; alcune mani sfogliano il sacro libro di Sheik Hussein, santo sufi dell’XI secolo (diverse notizie si trovano in: Nikolai Gumilev’s Africa, Glagoslav, 2018, di cui sono grato ad Angelo Cassinelli).

“Poeta di cappa e spada, amante della terra e della vita attiva, viaggiatore e guerriero, non si limitò ad esaltare a parole l’ardimento ma si espose lui stesso ai pericoli e alle battaglie”: così lo descrive Angelo Maria Ripellino. Molto prima di Hemingway, Gumilëv fu esteta dei safari, si vantava di aver ucciso il leone e di averne mangiato il cuore. Per questo, fissò con disinteressato disprezzo chi lo voleva morto. Maksim Gor’kij scrisse al Presidium di Pietrogrado per liberare il poeta, alla luce “della sua grande importanza per la letteratura russa”. Non ci fu nulla da fare. “La fine di Gumilëv fu coerente con le ragioni spirituali più profonde del suo essere poeta: il mondo dei ‘ninnoli di porcellana’, il mondo sovraccarico e prezioso di un certo simbolismo, dello Jugendstil russo del primo Novecento si era trasformato nella catastrofe presentita dai suoi versi, in quella ferrea e insanguinata realtà del comunismo di guerra che l’avrebbe schiacciato” (Michele Colucci). Gli spararono il 26 agosto del 1921, nella foresta di Kovalevskij, è probabile, nei dintorni di una caserma. Era insieme ad altri 56 prigionieri. Di nessuno fu ritrovato il corpo; quello di Gumilëv, è certo, ruggiva.

Per dire della sua indole, contraddittoria, insoluta, aveva tradotto Théophile Gautier e Leopardi, Oscar Wilde e Villon, ma è nota la sua versione dell’Epopea di Gilgamesh:

“Di lui che vide tutto, perfino i confini dell’universo
che conobbe lo sconosciuto, vide il nascosto, seppe ogni cosa,
sperimentò la sorte della terra e quella del cielo
le labirintiche profondità della sapienza.
Ha dato notizia dei giorni che precedono il diluvio,
ha camminato a lungo, fu stanco, ritornò”.

Vent’anni dopo la morte del marito, Anna Achmatova lo ricordava mentre gli leggeva la traduzione del poema, “è straordinario, ancora più bello dell’Iliade”, diceva, lei, a chiunque. Lei, a letto, si pettinava i capelli, dando all’eroismo il criterio erotico di un vezzeggiativo.

*

Il Mar Rosso

Salve, Mar Rosso, zuppo di squali,
negra vasca da bagno, sabbiosa caldaia!
Suoi tuoi scogli, invece di umido muschio,
come cactus di pietra il calcare è fiorito.

Nella sabbia rovente delle tue isole,
obliati dalla marea che cresce nella notte,
crepano di mestizia i mostri del mare,
ottopodi, tritoni e pesci spada.

Dalla sponda africana centinaia di piroghe
salpano in cerca di perle
e centinaia di feluche dall’araba sponda
si affannano a scacciarle verso oriente.

Se un negro sarà preso, lo porteranno
al mercato di schiavi, a Hodeida, in catene,
ma l’arabo sventurato trova asilo
negli ardenti flutti della tua melma rossiccia.

Come un maestro fra monelli, a volte
vi passa in mezzo una nave oceanica,
sotto l’elica gorgoglia acqua nevosa,
e in coperta son rosse rose e ghiaccio.

Tu non puoi nulla su di essa; ruggisca l’uragano,
l’onda si innalzi come un monte di cristallo,
accesa una sigaretta, sospirerà il capitano:
“Grazie a Dio, un po’ di fresco! Siamo stufi del caldo!”.

Tutto il giorno sull’acqua, come uno stormo di libellule,
si vedono aurate rondinelle di mare,
nelle lingue falcate di terra sabbiosa
le dune come fiori sono verdi e rosse.

Sfolgora l’aria iniettata di diafano fuoco,
il sole, uccello fiabesco, guarda dall’alto:
Mare, Mar Rosso, tu sei di giorno maestoso,
ma di notte due volte abbagliante.

Scorrono come una nube i vapori dell’acqua,
ombre di nere rusalke balenano sulle onde,
asce, croci, costellazioni a noi straniere
si accendono sopra di te nei giardini celesti.

E ad un tratto cominciano a scintillare
come fuochi di Bengala le tue maliose correnti
con raggi e faville, quasi tu voglia creare,
invidioso del cielo, le tue proprie stelle.

E quando affiora la luna allo zenit,
il vento corre, celando fragranze di bosco,
come l’arpa di Eolo la tua superficie
tintinna da Suez a Ba bel Mandeb.

Sulla riva scoscesa escono gli elefanti,
tendendo gli orecchi al fragore delle onde,
per adorare l’immagine della luna calante
si appressano all’acqua e temono gli squali.

E tu ricordi che, unico fra i mari,
un tempo eseguisti la legge divina,
spezzando potenti leghe di flutti
perché, passato Mosè, perisse il Faraone.

1921

trad. it. di Angelo Maria Ripellino

*

Giaguaro

Ho fatto uno strano sogno:
brillavo, nel cielo, ma cos’è
la vita, questa sventura immalinconita
di mostri che ci setaccia fino alla povertà?

Mi trasformai in un giaguaro
brulicante di desideri insaziabili
nel cuore – fiamma del fuoco affamato
nei muscoli – frenesia di brividi.

Mi insinuai nella dimora umana
il campo era cupo e vuoto
ho assalito il cibo a mezzanotte
la quota stabilita per me da Dio.

Eppure, nel bosco ceduo, scuro
l’immagine di una ragazza
ricordo, i ciondoli lucenti
gli occhi da regina…

“Spettro di vaga felicità, sposa bianca”
pensavo tremando – e lei: “Non muoverti!”
fissavo il silenzio, rotto dall’amore.
Cani furiosi, in rotta, mi prendono…

E lei penetrò nel bosco,
con passi leggeri: la luna
faceva lampeggiare i suoi gioielli
le stelle sembravano pietre.

Parigi, 1907

*

Sudan

Ah, questa mattina i tamburi
rivestiti da pelle di coccodrillo
sono troppo rumorosi –
le maghe piangono con forza
lungo gli scogli del Nilo
il cuore è stritolato
la fronte un falò, gli occhi gonfi di timore,
e nei tuoi sogni, moli affollati,
voci di marinai oscuri
il mare glorioso e in brandelli
e oltre l’oceano le cave del Darfur,
le foreste a spirale del Kordofan
le quiete acque di Bornu.

Città allucinate dal sole
come tesori in un sotterraneo verde,
da lì, come mani nell’assalto,
minareti scavano il cielo.
Sopra troni d’avorio,
i re e i padri del Sudan
siedono come antichi rancori
e accanto a tutti, incatenato,
il leone socchiude gli occhi, alza il cranio,
sorbisce sangue d’uomo dai baffi
mentre il boia gioca con l’ascia,
labbra evolute, pelle lucida,
nero come l’azzardo dei tiranni…

Nikolaj Gumilëv