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Nietzsche in California. Un testo di Jean-Baptiste Botul

Jean-Baptiste Botul, filosofo francese nato a fine Ottocento e morto a Lairière, Aude, curatore della corrispondenza del più celebre assassino seriale di Francia, immortalato sul grande schermo da Claude Chabrol e da Charlie Chaplin (che a lui s’ispirò per Monsieur Verdoux), Landru, précurseur du féminisme: la correspondance inédite, 1919-1922, e soprattutto autore di tre intriganti saggi, La vie sexuelle d’Emmanuel Kant, Nietzsche et le démon du midi, La Métaphysique du Mou, tutti pubblicati dalle edizioni Mille et une Nuits tra il 1999 e il primo decennio degli anni Duemila, non è mai esistito.

Non è mai esistito, dunque non ha mai incontrato, come si è a lungo vociferato, una serie di figure di spicco del Novecento, quali Emiliano Zapata e Pancho Villa, Simone de Beauvoir e Lou Andreas-Salomé, Stefan Zweig e André Malraux, Jean Cocteau e Jean Girardoux, né lo stesso Henri Landru prima che questi fosse impiccato. Né tantomeno ha mai tenuto una conferenza in una immaginaria società kantiana in Paraguay nel 1946.

Esistono tuttavia questi quattro volumetti, e questo nome che ha curiosamente tratto in inganno un vero o sedicente nouveau philosophe attivo sin dagli anni Settanta, di fama mondiale, firma di Amerivan vertigo, colui che ha sostanzialmente indotto un ex presidente della République, Nicolas Sarkozy, a scatenare una terribile guerra, quella in Libia: Bernard-Henri Lévy, che lo ha citato come studioso realmente esistito, in un libro del 2010.

Ottima consolazione per lo scrittore franco-israeliano d’origine algerina, il non esser stato di sicuro l’unica vittima del “tranello” filosofico-letterario genialmente messo a punto da Frédéric Pages, oggi settantunenne, già giornalista di un quotidiano satirico francese di grande diffusione, Le Canard enchaîné, già collaboratore di Radio France, nonché fondatore della stessa Association des Amis de Jean-Baptiste Botul, e del quale Il Melangolo ha pubblicato in italiano il “semiserio” La filosofia o l’arte di chiudere il becco alle donne, da porre sullo scaffale accanto a certe pagine schopenhaueriane.

Quanto alle pagine degli altri testi di Botul, vale certo la pena leggere quelle, suggestive, del capitoletto “Nietzsche in America”, tratte dal breve saggio, uscito nel 2004 e di cui costituiscono il finale, dedicato al pensatore di Aurora, descritto come eternamente alle prese col demone del mezzogiorno – l’accidia, vizio ma anche spunto per la contemplazione filosofica – e lì lì per salpare verso un futuro che, come l’autore, non è mai esistito.

Per chi volesse aderire al pensiero di Botul, la sua scuola filosofica è definita, dal suo stesso immaginifico creatore, “botulismo”.

Per chi volesse sognare un altro Nietzsche, una fine diversa per le umane vicende del pensatore di Röcken, ci sono queste pagine.

Un altro Nietzsche, che s’inventa – o meglio, che si sarebbe potuto più o meno felicemente inventare – una nuova vita in un altrove, per molti versi radicale, come accadde a tanti immigrati anonimi e a grandi filosofi, romanzieri, cineasti, pittori e musicisti, specie mitteleuropei, ucraini e russi: da Ludwig Wittgenstein e Paul Feyerabend a Erich von Stroheim e Billy Wilder, da Max Ersnt e Mark Rothko a Henry Roth e Vladimir Nabokov.

Impossibile saperlo. Un non datur totale. Un non datur sul quale non si può fare altro che filosofeggiare con un sentimento misto tra malinconia e goliardata – proprio quello che segnala il “botulismo”. Impossibile di sicuro più di quanto non lo sia pensare che Jean-Baptiste Botul sia più filosofo di Bernard-Henri Lévy – beffardamente senza esser manco esistito.

Con una domanda finale, per la quale bisogna ringraziare il signor Pages, ossia: BHL è un vero pensatore o un mero ciarlatano?

Grazie a Dio, Pages, senza troppe pretese di essere né l’una né l’altra cosa, è “solo” uno straordinario botulista che sa far pensare.

Marco Settimini

***

Nietzsche in America

Già il cielo impallidisce e l’aurora birichina fa il dito medio alla notte. Mi avete ascoltato fino alla fine e ve ne sono grato. Alcuni, che si sono addormentati, sembrano non udirmi ma so che in fondo al loro sonno accolgono queste parole che si faranno strada. Nulla è andato perduto di ciò che ho appena raccontato.

Eppure non m’illudo, so che mi state per condannare. Ho parlato troppo di Lou e di Nietzsche, non abbastanza di Héloïse e me. Non è così grave. Saprete decidere in coscienza. Dopotutto, non avendo mai immaginato di fare carriera nei taxi, bisogna pur che da questo mestiere me ne esca in un modo o nell’altro. Che importa se devo proseguire la mia strada a piedi?

Per lo meno non finirò su una sedia a sdraio a contare e ricontare le stesse monete, come un bimbetto, in attesa che mia madre o mia sorella vengano a nutrirmi col cucchiaino. Sapete che è ciò che è capitato al nostro povero Fritz…

Quell’uomo così intelligente è morto talmente idiota! A volte sogno che non sia morto, che quello che il suo amico Overbeck a Torino ha preso e portato alla clinica di Iena sia un sosia, che quello che Elisabeth aveva sistemato su una poltrona, per far credere a chi andava a trovarla a Weimar di aver sempre a fianco suo fratello, sia un manichino. Mi piace immaginare che il vero Nietzsche avesse messo da tempo le vele, molto lontano dalla Germania. Ma dove? E per far cosa? Come ha potuto sopravvivere?

Questi interrogativi mi ossessionano.

Immagino che siamo nell’agosto 1914. Nietzsche ha settant’anni. Lou ne ha cinquantatré. Eccoli, quarant’anni dopo il loro primo incontro in quel di Roma…

Nietzsche ha sempre la stessa abbondante capigliatura, ma quella criniera è bianca. Si è rasato i baffi. È un bel vecchietto che si tiene dritto sulle sue gambe e il suo bastone. Anche Lou ha un bel portamento. La sua ampia fronte sempre scoperta, il suo sguardo di fuoco. Sempre nei suoi mantelli di pelliccia e nei suoi boa.

Sono in un porto, Marsiglia o Le Havre, pronti a imbarcarsi. Non sono insieme, non prendono la stessa nave. S’incrociano ma non si riconoscono. Nietzsche s’imbarca per l’America.

Non sopporta quell’Europa appena entrata in guerra.

Le sue tristi predizioni si sono avverate: il macello del 1914 ha inizio e sta per devastare il Vecchio Continente.

Nietzsche viaggia da solo o accompagnato? Con l’età, siccome la sua vista non sta migliorando, ha bisogno di qualcuno. Ma chi può prendersene cura? Chi può rammendargli i calzini? La signora Röder è morta.

***

Pensare la sopravvivenza di Nietzsche è impossibile.

Eppure bisogna farlo. Bisogna smetterla di porsi la trita domanda “di che cos’è morto?” per domandarsi “come avrebbe potuto sopravvivere?”.

Vi propongo di barattare l’enigma della sua morte con l’enigma della sua sopravvivenza.

***

A cosa sarebbe somigliato un Nietzsche tra le due guerre? Dove avrebbe posato le sue valigie? Che cos’avrebbe fatto del suo successo mondiale? Perché il successo alla fine è giunto, colossale, nel momento stesso in cui sprofondava nella malattia. In qualche anno Nietzsche è diventato un filosofo mondialmente riconosciuto, un autore di successo, un uomo ricco e ricercato. È qui che giungiamo all’impensabile.

Perché, signor Presidente, miei cari confratelli, non si può immaginare un Nietzsche ricco e celebre. Nell’ipotesi in cui la derelizione non l’abbia ucciso, il successo l’avrebbe fulminato. Possiamo immaginare Nietzsche che dà conferenze, che concede interviste, che offre il volto ai fotografi, che firma autografi, che racconta sulle riviste i suoi fallimenti amorosi con Lou?

Immaginate Nietzsche alla testa di un’immensa fortuna, che gestisce i suoi diritti d’autore? Io no!

***

Senza contare le donne, ammiratrici isteriche e candidate spose, che si sarebbero accalcate spintonandosi in battaglioni interi e in ranghi serrati alla sua porta per colmare la solitudine del grand’uomo, senza contare le aspiranti incubatrici pronte a raccogliere il seme del genio per tentare di riprodurre nel loro ventre dei piccoli Nietzsche! Ma il genio non si riproduce. Nietzsche non può fare dei piccoli. In nessuna maniera. Ma col pensiero? Non potendo essere i suoi figli carnali possiamo affiliarci a lui col pensiero e diventare i suoi figli spirituali? Anche questo, credo di no.

E allora?

E allora, è mancata una scintilla perché lo Spirito Nietzsche prendesse forma. Lo Spirito Lou ha “preso”, come una cristallizzazione, come una polimerizzazione. Lou fu la poly-mère delle Lulu e delle Lulita. Perché in lei c’era qualcosa che non le apparteneva, di cui sentiva la presenza, e di cui cercava di liberarsi. Qualcosa cui non sapeva dare un nome.

Quanto a Nietzsche, ciò che lo possedeva era chiaramente la filosofia. Aspirava a liberarsene, a passare dall’altra parte dello specchio, verso la musica e la poesia. Come fare quando ci si è caduti dentro sin da piccolo? Un altro filosofo avrebbe potuto ispirarlo: Ludwig Wittgenstein, un cugino spirituale, anche lui minacciato dalla follia, che mira alla “pace nel pensiero”, non alla soluzione dei problemi filosofici ma alla loro dissoluzione nella vita e nella maniera di vita. Grazie a Wittgenstein, Nietzsche avrebbe potuto comprendere che non è la filosofia cristiana a essere una malattia, ma ogni forma di filosofia. E che bisogna liberarsene non attraverso nuove risposte bensì attraverso un rifiuto delle vecchie domande. Allora i vostri eredi non sono delle persone che pensano come voi, ma che grazie a voi vivono diversamente.

Per disfare quel nodo filosofico che si era infilato attorno al collo, Nietzsche doveva innanzitutto “abbandonare la casa”, per riprendere la formula del Buddha, cui era affezionato. Quale casa? Non il focolare domestico che non aveva voluto fondare, ma la casa Europa, col suo pubblico, i suoi editori, i suoi avvocati.

Ma per andare dove?

Herr Doktor non aveva la canaglieria di Arthur Rimbaud, e non lo vedo in Africa negli abiti di un mercante d’armi o di un trafficante d’oppio.

A dire il vero, lo immagino piuttosto in partenza verso il Messico, attirato dall’arte primitiva degli indiani, a coltivare l’anonimato nella folla indifferente di un paese povero. Avrebbe potuto incontrare Antonin Artaud, il solo vero nietzschiano di questo secolo.

Lo immagino piuttosto risalire verso la California, affascinato dal cinema nascente, a scoprire con delizia il piacere delle sale buie nelle quali i suoi occhi malati, non avendo più nulla da temere dalla luce solare, avrebbero potuto lasciarsi accarezzare dallo scintillio di uno schermo.

Lo immagino anche in un club fumoso, a scoprire una musica che stava per conquistare il mondo. Non era certo quella di Wagner, come credette nei suoi anni di gioventù. Era il jazz! Le sue orecchie avrebbero potuto udire i primi accenti di quella musica dionisiaca, una musica di gioia e d’innocenza saltellante, capace di esprimere “l’eccesso dorato del mondo” (1). Ciò che Nietzsche si aspettava da Wagner per l’Europa, il jazz l’ha dato alle nazioni: un’arte della sovrabbondanza, della spontaneità, dell’allegria incondizionata. Ciò che Nietzsche amava tanto in Bizet e nella sua Carmen – quella “gaiezza africana”, come la definisce – il jazz poteva fornirglielo a profusione. Sì, quella musica nuova poteva purgare l’uomo dei suoi vapori malinconici e nichilisti meglio delle pesantezze wagneriane.

Nietzsche avrebbe finalmente danzato. Sono certo che avrebbe allora preferito una sola Elsa Fitzgerald (2) a dieci valchirie!

Avrebbe dato una gran ripulita e ripreso tutto da zero. No, un filosofo non è per forza solitario, casto, profetico! Sì, un filosofo può essere anche una donna! Avrebbe compreso che c’è un’età per tutto, ivi compreso per la filosofia, e che a filosofare fino alla fine della sua vita non ci sono che i vecchi bambini e gli adolescenti che non cessano d’esser tali.

Per cui ha lasciato quell’Europa ebbra di sangue e di massacri. Tutta quella cultura accumulata per arrivare a Verdun e al gaz moutarde! In quell’Europa ha giusto lasciato la sua impronta, l’indelebile orma dei suoi passi, una leggera depressione capace di provocare certi giorni, sotto il colpo del mezzogiorno, un soffio impercettibile, come lo sfioramento dello spirito che fa visita al viaggiatore solitario nel deserto di una grande città.

Colui che ha un libro da scrivere e si ritrova solo in una stanza d’albergo di una città sconosciuta, quell’uomo, o quella donna, è necessariamente visitato dallo spirito di Fritz che gli canticchia una canzone di speranza:

“Ciò che ho vissuto, tu puoi viverlo un’infinità di volte ma facendo più attenzione di me.”

Attenzione al tuo cuore, al tuo sesso, ai tuoi occhi!

[…] (3)

Torno al mio improbabile incontro su un molo tra Nietzsche e Lou.

Se non si possono riconoscere, non è soltanto perché l’età li ha cambiati. Che cosa c’entra l’età in questa storia? Uno sguardo di Lou basterebbe a tradirla sotto i suoi capelli bianchi. E nel 1914 gli occhi di Nietzsche, inimitabili, sono sempre rivolti verso l’interno.

Eppure nessuno, nemmeno Lei, può riconoscerlo. Perché?

Perché imbarcandosi verso il Nuovo Mondo, Nietzsche ha infine trovato l’accessorio che gli salva la vita e la vista. È così che dobbiamo immaginarlo vivo nel 1914: con degli occhiali da sole.

***

(1) Verso del poeta tedesco Keller (“Das golden Überfluss der Welt”). NdA

(2) Evidentemente, si tratta di Ella Fitzgerald. NdT

(3) Pausa o taglio presente nel testo originale. NdT

Jean-Baptiste Botul

*traduzione di Marco Settimini

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