26 Marzo 2018

Nell’era digitale tutti vogliono il ‘mi piace’ per giustificare le proprie cagate. Ma i gesti più grandi sono adornati di insulti. Così dicono i Vangeli

Il racconto che la tribù cattolica ascolta con indolente impazienza in questi giorni – sperando nello sprint verso l’Uovo di Pasqua – è di rubina bellezza. La Passione è l’evento sconvolgente, l’avvento della novità cristiana. Altri dèi, nei primordi, sono diventati uomini, sono stati sconfitti e scotennati, sono supereroicamente risorti. Qui però la latitudine della carne e la dimensione del decoro è davvero altra. Il Dio diventa uomo e verifica la sua umanità gettandosi al giudizio degli uomini, soffrendo ogni forma di dolore per serbare la quintessenza del male – e sovrastarlo, così. L’episodio della Passione e lo strazio della carne sono tanto importanti che nelle Chiese il simbolo di riconoscimento è la Croce – mica il Risorto. La Croce è la serratura. Da lì – tortura, crogiolo di carne e di gioia – è scattato l’immaginario occidentale. Tutto. Da San Paolo a Dostoevskij; da Sant’Agostino al Marchese De Sade, da Dante a Shakespeare a Tolstoj a Testori a Pasolini a qui.

Da quella storia estraggo due eventi. Primo. La massa è volubile. Cui segue. Guai ad accontentare le masse. Quelli che sventolavano ‘le palme’ per applaudire l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, sono gli stessi che “aizzati” dai “capi dei sacerdoti” inneggiano l’uccisione di Gesù in cambio di Barabba. La massa è feroce e ferina: si soddisfa nel vedere la morte del debole e del giusto, ne esce, così, magnificata. Pilato sbaglia perché pur conoscendo il lato dove vive la giustizia preferisce “dare soddisfazione alla folla” (Mc 15, 15). C’è sempre una ragione ‘elettorale’ e ‘politica’ nei gesti dei potenti: il lezzo della folla (quanto è volubile e vano il ‘governo del popolo’, spesso governato dal proprio intestino) modifica il getto della giustizia.

Ma questo è banale. La parola al centro, nel percorso di Gesù, è “dileggio”. In una coerente e devastante sequenza di scene, Gesù – che sia Figlio o uomo poco importa: è un maestro che porta la fermezza della speranza e la rivolta della rinuncia – viene insultato dai soldati (“…gli sputavano addosso… dopo averlo schernito…”, Mc 15, 19;20), viene insultato dai passanti (“i passanti bestemmiavano verso di lui, scuotendo la testa”; Mc 15, 29), viene insultato dai sacerdoti (“i capi dei sacerdoti con gli scribi lo deridevano”; Mc 15, 31), viene insultato dai compagni di martirio (“anche quelli crocefissi con lui lo dileggiavano”; Mc 15, 32). Tutto il mondo insulta Gesù, mentre i suoi discepoli lo hanno tradito o si sono rifugiati in un nido di notte. Gesù, così, sperimenta la grandezza della solitudine.

Ora. Io non vengo a portare la lieta novella né ballo la samba sul pulpito degli altri. Mi sorprende una cosa. Noi viviamo l’era del pollice su, del like, della conferma di ogni minchiata. Se non c’è l’applauso, l’Ok del pubblico, il numero adatto di ‘accessi’, il mucchio selvaggio di ‘seguaci’, andiamo in depressione, nessuno ci vuole bene, ci lagniamo perché siamo soli in questo immenso mondo digitale. Dall’altra parte c’è il testo che determina la nostra storia – indipendentemente dalla fede personale di ciascuno – che pone con violenza il tema dell’insulto, del dileggio, della bestemmia. Il gesto più alto e disinteressato è giudicato degno di essere scassato, ucciso. La purezza è silenziata dall’insulto; la nudità è martoriata dalla bestemmia. Ogni gesto è adempiuto dall’insulto, non c’è altra grazia all’altezza. Quindi: cosa andiamo cercando? Già è miracoloso che qualcuno abbia voglia di ascoltare le nostre fragorose cretinate senza ricoprirci di vaffanculo – cosa che qualcuno, con le unghiate del livore, fa per mestiere. Lasciamo perdere. Sintonizziamoci dentro quella gola che ha appena il brillio di chiedere ragione dell’abbandono – così assoluto, così carnale. Fino a levigare l’assenza in dono. (d.b.)

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