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Un libro senza amore, un coltello. “Le quattro casalinghe di Tokyo” di Kirino

Non c’è una goccia d’amore nemmeno se lo strizzi fino al midollo e all’ultima pagina (che corrisponde a pagina 652 del romanzo pubblicato nel 2003 da Neri Pozza, traduzione di Lydia Origlia). Il celebre romanzo, ormai più che maggiorenne, Le quattro casalinghe di Tokyo infiamma forse più dell’amore che non c’è. O, se proprio vogliamo tirarlo in ballo, l’amore è quello che si dice oggi “un amore tossico”, la violenza carnale, la tortura di un amore che strappi via a brandelli, dal corpo dell’altra, con un coltello ben affilato. Natsuo Kirino, l’autore, è un’autrice, in verità: un nome (maschile) di carta, inventato dalla scrittrice giapponese Mariko Hashioka, premio Edogawa Ranpo (nata nel 1951, a Kanazawa, un’antica città del Giappone centrale).


Un nome maschile per raccontare la spietata condizione femminile a Tokyo e dintorni d’accordo, ma, senza retorica, si può trasporre la stessa minestra a diverse latitudini. La condizione femminile è soffocante, specialmente dentro la fabbrica di colazioni. Da preparare, con massacranti turni di giorno e di notte, ci sono milleduecento colazioni di riso con il curry. Carne da preparare a fettine ben distese. Le quattro casalinghe di Tokyo sono per la verità operaie che si trovano a trascorrere l’esistenza intorno ad un nastro trasportatore di colazioni di una catena di montaggio alimentare. “Quello che “faceva le porzioni” aveva la posizione chiave alla catena e stabiliva il ritmo del lavoro. Yoshie, che era la più esperta, si occupava sempre di versare il riso e decideva la velocità del nastro trasportatore. Si fidava di Masako, e si assicurò che fosse lei a passarle le scatole da riempire. Masako staccò uno dall’altro i contenitori di plastica impilati, in modo da poterli afferrare più facilmente, e lanciò un’occhiata a Yayoi. L’amica non era abbastanza svelta e aveva appena lasciato che qualcun altro le portasse via il facile compito di versare il curry. All’altro capo del nastro Kuniko, che era riuscita ad assicurarsi quel lavoro, alzò le spalle”.

L’amicizia tra le quattro casalinghe di Tokyo è destinata a trasformarsi in qualcosa d’altro, dal momento che una di loro, Yayoi, sposata e madre di due bambini, in un improvviso assalto di odio ed esasperazione, decide di uccidere il marito, Kenji Yamamoto. Il suo amore per il marito si era presto trasformato in odio, un “odio puro”. “Yayoi Yamamoto contemplava la propria immagine nuda nel grande specchio. Al centro del suo candido corpo di trentaquattrenne spiccava, all’altezza dello stomaco, un livido bluastro quasi circolare. Quello era il punto in cui suo marito Kenji, la sera precedente, l’aveva colpita con un pugno”. Il sentimento di odio, una volta che nasce alla coscienza, si allarga, come il livido sul petto e “come una nube nera e densa” si impossessa del cuore della giovane. La violenza sorprende e annichilisce. Risveglia istinti sopiti. Come diavolo aveva potuto sposare un uomo del genere? Lavorava alla catena di montaggio perché il marito sperperava tutti i suoi soldi al baccarat dove si era pure invaghito di un’altra donna. Yayoi era talmente dimagrita che i pantaloni le scendevano sui fianchi. Doveva indossare una cintura per tenerli su. La sera dell’assassinio, la pazienza di Yayoi “si ruppe come un filo”. “Veloce come un fulmine si tolse la cinghia dei pantaloni e la strinse al collo del marito”. Il piccolo gatto bianco, Milky, miagola forte e scappa. Ma anche il rimorso è inutile che lo cerchi dentro di sé perché Yayoi non ne prova neanche un po’. “Andava bene così, non poteva fare altro, era la cosa giusta da fare, continuava a ripetersi”. Il romanzo prosegue, anzi è appena iniziato, in un lungo viaggio esasperato e furibondo, lungo le derive pratiche e spietate che riguardano l’occultamento del cadavere di Kenji Yamamoto. Ma nessun omicidio può restare senza colpevole. E quello che facciamo con le nostre mani, ci rimane addosso, nonostante lavaggi intensi e continui. Le misure igieniche sono inutili: le mani rimangono sporche. Il desiderio di amore si confonde con il desiderio di morte, quello di uccidere. Lo sguardo “diventa una palude” a cui non si può resistere. Tutto precipita nel fango.

Gli unici due amanti  del romanzo sono coloro “che hanno imboccato una via senza ritorno”. Masako e Satake. Satake: l’assassino di una donna, un assassino per amore. L’unico amore possibile, in questo romanzo, è malato, malatissimo. “Satake disse che la odiava perché era una donna. Ma se la odiava tanto, perché faceva sesso con lei, perché non la uccideva e basta? A un tratto Satake le fece pena, perché non poteva provare piacere senza odiare ed essere odiato. Lentamente incominciò a intuire vagamente il suo passato”. Lui è guasto fino in fondo, non diversamente da lei. “Era questo che l’aveva attratto in lei, la sua rovina interiore, fin dal primo giorno in cui si erano incontrati. Il pensiero di quel misterioso legame tra di loro alimentò il suo odio nei confronti di Satake che si muoveva dentro di lei. Lui le succhiò le labbra. La passione con cui lo fece le rivelò quanto la desiderava. Satake snudò il pugnale e lo posò accanto alla sua testa”. Quando finalmente, dopo pagine di violenza senza pace, Masako si rende conto di provare qualcosa per Satake e tenta di baciarlo, lui sta morendo: è tutto pieno di sangue. Ai primi raggi del tiepido sole di una giornata invernale, Masako intravede la verità della sua vita e del suo alienante destino femminile. Decide di partire, avrebbe comprato un biglietto aereo e si sarebbe allontanata dal suo passato e dalla sua condizione. “Ma che cosa ne sarebbe stato di lei, della donna che era stata finora? Masako si guardò le unghie tagliate corte, fino alla carne. In quei due anni trascorsi a lavorare nello stabilimento delle colazioni non le aveva lasciate crescere neppure una volta. Le sue pallide mani erano ruvide e rovinate dalle continue disinfezioni. I vent’anni di angherie nell’istituto di credito. La nascita del figlio, i lavori di casa, la vita in famiglia. Che significato aveva tutto questo? Tutti quei giorni, quei mesi, quegli anni?”. Dopo avere chiuso tutte le porte alle spalle, forse non ne resta che una da aprire, verso la libertà interiore. Verso un futuro che non sia il tessuto della trama di un sogno passato, vissuto e morto, impossibile da ritrovare.

Linda Terziroli

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