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Nathalie Léger: letteratura come provocazione di innocenza

Come molti di coloro che non hanno mai pubblicato niente e che dicono di non voler mai pubblicare niente qualche volta ho provato a farmi pubblicare qualcosa, persino un racconto in un concorso di racconti in cui il primo premio per i vincitori era appunto di essere pubblicati; di suo la casa editrice ci metteva il marchio, neanche le spese di carta e inchiostro perché sarebbe stato tutto elettronico, non solo il libro, immagino, ma pure gli ipotetici e futuristici lettori automatizzati. Il racconto mi fu rifiutato, nel racconto provavo a immaginare qualcosa attorno all’omicidio più che sulla storia di Giuseppina Pasqualino di Marineo uccisa a Gebze il 31 marzo 2018.

Non mi piacciono le storie criminali, se diventano massmediatiche ancora meno. Un amico ha scritto un libro sulla vicenda di Cogne, non l’ho mai letto. Non so in quanti siamo, in Italia, a saper poco più di nulla della strage di Erba, del delitto di Avetrana, dell’omicidio di Yara Gambirasio. Quando ho letto La città dei vivi di Lagioia non mi ero prima accertato di quale ne fosse il contenuto, non sono di quelli che controllano le quarte di copertina o che visionano i trailer prima di scegliere il film al cinema o alla pay-for-view: alle opere va lasciato il loro sostrato di buio perché tra me e loro possa scoccare un vero primo appuntamento. Avessi saputo che era la ricostruzione del caso dell’uccisione di Luca Varani da parte di Manuel Foffo e Marco Prato non avrei letto La città dei vivi. Non mi interessano i dettagli, l’analisi minuziosa dall’orrore allettante. Non mi interessa chi deve trarre ispirazione da un male eclatante per risalire al signora-che-tempi. Però lo storia dell’artista Pippa Bacca m’interessava, volevo saperne qualcosa in più, ma non qualcosa in più sulla sua morte violenta, allora cosa? Quando ho scritto un racconto, rifiutato, sulla sposa in autostop non mi ero documentato in nulla, avevo allargato la reminiscenza, la reazione emotiva che fu, ancor di più non fu un racconto su Pippa Bacca ma su una artista che aveva voluto replicare l’impresa di Pippa Bacca, replicandone il finale, la protagonista del racconto era il personaggio di un inedito di Antonio Moresco sfuggito alla sua trama, così nella mia mente, completamente in fuga ma da qualcosa di presente e pulsante.

Il libro di Nathalie Léger L’abito Bianco, per La Nuova Frontiera, non è un libro su Pippa Bacca. Ne sono stato deluso, inizialmente. Un libro che avevo atteso, che mi doveva qualcosa: Nathalie era andata dove non ero voluto andare io, a informarsi, a visitare i luoghi, a ricostruire i fatti, a tastare i segni della tristezza umana per riportarli, per scriverne, per darmeli senza che fosse toccato a me andare in giro a raccogliere i cocci. Invece neanche era riuscita a intervistare la madre della giovane donna uccisa perché si era voluta fiduciosa e coraggiosa, uccisa mentre provava a dimostrare l’indimostrabile, uscendo viva dall’affidarsi continuo e spregiudicato. Cosa m’interessa del faldone dato in eredità come una colpa dalla madre di Nathalie a Nathalie? Delle bolse amiche di sua madre, delle passeggiate a Cap d’Antibes con la madre, delle giornate sotto il plaid a casa della madre? Delle altre artiste situazioniste uscite vive dal darsi in pasto al pubblico ma ogni volta più pelo pelo cosa m’importava? Accusavo dentro di me la Léger perché non stava facendo quello per cui dentro di me avevo accusato Lagioia: che senso ha ripercorrere una storia giornalisticamente setacciata fino allo svuotamento, supercommentata, interpretata, commercializzata fino alla mancanza di qualsiasi rispetto verso il sentimento della memoria? Il libro di Nathalie Léger non è sul male, sul suo essere inevitabilmente banale e pacchiano, umano cioè contemporaneamente anche inumano poiché ogni natura è contemporaneamente la sua contronatura: è un libro sul mistero della bontà, sull’arte intesa come tentativo di fare un gesto buono.

Credevo di non saper nulla di Nathalie Léger, invece qualcosa ne sapevo: è la curatrice di Dove lei non è di Roland Barthes in morte della madre; qualcosina in proposito l’ho scritta. Un diario minuscolo quello di Barthes, un non-diario, non possono essere che minuscole le parole di fronte al dolore, le parole non possono dare la misura del dolore però possono dire che c’è stato, non lasciarlo andare, non perché al dolore venga eretto un monumento ma perché il qualcosa è superiore al niente e le parole, come scrive Anne Carson, non sono un niente. Laddove altri avrebbero potuto riscontrarci i sussulti di una vicenda scontatamente personale Nathalie Léger ha riconosciuto nelle pagine minime di Barthes la letteratura che è l’arte di non soccombere al nulla, non per far dispetto al nulla; per amore del qualcosa.

Scrive Nathalie Léger in L’abito bianco: “un grande gesto può essere un gesto mancato, la storia lo dimostra facilmente, a meno che non conservi solo i gesti riusciti, immortalandoli a lettere maiuscole quando invece si potrebbe affermare ipoteticamente che il senso delle cose e degli esseri, mi riferisco a quelli viventi sì, i viventi, non possa essere scritto che a lettere minuscole e magari anche cancellate”.

L’abito bianco è un capolavoro del pudore in letteratura laddove pudore finalmente non significa omertà, reticenza, dissimulazione, a riprova che la letteratura non si fa soltanto con la mancanza di pudore, con l’eccesso, con la spietatezza: si può dire il proprio limite e lo sforzo di superarlo, vincere sé stessi senza per questo annientarsi, cercare la pagliuzza d’oro di una verità senza prima far saltare in aria tonnellate di roccia che l’attorniano a colpi di dinamite, infine senza pretendere “di trasformare, davanti alla morte, l’impotenza in eloquenza”.

Perché scrive chi scrive e perché scrive proprio di un questo e non di un quello e in un modo e non in un altro? Nella Léger non c’è la leziosa manfrina dello scrittore chino su sé stesso ma la doverosa riflessione sulla responsabilità delle letteratura intesa come arte cioè come spazio di indagine del mistero della bontà, il più grande e insoluto di tutti.

Letteratura come riscatto, risarcimento, rimedio, rimarginazione? Proprio no, soprattutto nessuna redenzione poiché “la redenzione è una forma perversa di vendetta”. Letteratura è avvicinarsi a una giovane donna “idealista, una mistica dei tempi moderni, una simpatica bislacca, un’animatrice di associazioni” e ammettere di doversene allontanare per non esserne strinata, per non arrivare a dover mentire dicendo parole laddove la bocca viene impastata dal silezio al cospetto di quel che non si capisce ancora, che chissà se si capirà. Cosa può rendere giustizia a una donna punita per la sua provocazione di innocenza? Cosa rende giustizia alle vite che non si sono date protezione o a cui la protezione è stata strappata via? Lo scrittore – chi la gradisce s’immagini pure la parola con la schwa fnale – non lascia l’ultima parola alla morte, alleggerendo la morte stessa, andando in soccorso alla morte schiacciata da tutte le parole che le vengono lasciate in carico perché nessuno sa, nessuno vuole sapere come si fa a prenderne su di sé il peso, la responsabilità, la bianca bellezza.

Non c’è storia per cui cui si possa essere accusati di appropriazione indebita perché non esiste storia che non lo sia anche di tutti. Bisogna però imparare cosa dire, e come dirlo, e quando tacere, e come. La forza di ogni racconto è rendere evidente che la sua fine non è meno importante del suo inzio per potersi dire compiuto, non c’è nessuna fine da intendersi come spiegazione, rivelazione, dell’inizio: tutto è dall’inizio alla fine con identica dignità, dignità dovuta a tutti come a tutti è donato di vedere, per esempio e dopo averlo fatto indossare alle parole, che “il perossido del tramonto è perforato dalle luci della città in sottofondo.”

Antonio Coda

 

 

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