skip to Main Content

L’Imperatore

Tutte le mattine scendeva verso la spiaggia, nera: da lì l’isola gli sembrava un pianeta sconosciuto, «una terra grezza, una creazione imperfetta, lasciata a metà», diceva lui. Ma non immaginava più, ora, di poter compiere anche quella creazione, di competere ancora con il Creatore, di essere «uno strumento del Caso giunto a detronizzare Dio dai sogni degli uomini». Non gli era concesso il cavallo, perciò Napoleone, ogni mattina, con la divisa indossata ad Austerlitz e a Waterloo, scendeva verso la spiaggia a piedi. Gli stivali affondavano in quella terra melmosa e torbida, come se ogni passo compiuto dall’Imperatore cambiasse la struttura generale dell’isola, la migrazione delle rocche, l’infinita noia della nascita, della morte. Ora Napoleone, il dominatore dei popoli, poteva agire sull’aggressione dei granchi, sulla corsa delle tartarughe ostacolate dalla violenza degli uccelli marini. Ma ora il re non desiderava spaventare i gabbiani, amava muoversi in silenzio, senza disturbare il mondo.

Spesso l’avevano visto bendarsi i polsi, «queste braccia che hanno ordinato orde di massacri, adesso non infastidiscono neanche gli insetti», dicevano che dicesse a se stesso. Si sedeva sulla spiaggia, Napoleone, ogni mattina. «È necessario conoscere senza ambiguità i luoghi su cui domineremo, che legheremo con la legge», aveva detto l’Imperatore, molti anni prima, prima di perforare l’Egitto, come Alessandro Magno prima di lui. Perciò aveva chiesto che classificassero gli alberi dell’isola atlantica, che gli fosse offerta una lista con i nomi delle bestie che la abitavano. La mappa del luogo l’aveva disegnata lui, conducendo escursioni diagonali, percorrendo la sfera dell’isola a piedi. Eppure, l’isola era ostile, impermeabile alle mappe e alla scienza. Nessuno sapeva dire al re i nomi delle piante, ciclopiche e innumerevoli e strane, né quelli degli animali: «sembra che l’isola produca creature nuove ogni giorno – come sommare gli insetti? come dar conto delle effervescenti fioriture?», dissero al re, sforzandosi di sostenere un tono aristocratico. Quanto alla mappa, neppure Napoleone poteva redigerla. Sembra che il profilo dell’isola muti a seconda del mio umore, pensò.

L’oceano bagnava le gambe dell’Imperatore, come il lenzuolo del mio palazzo, a Parigi, all’Elba, a Vienna, pensò lui. Dalla giacca, Napoleone estrasse un bicchiere, apparteneva al servizio dello zar. Finse di non ricordare la capitale deserta, la capitolazione, la neve, «come se l’intero universo si sgretolasse sopra di me, cadendomi in grembo», aveva scritto alla sorella Paolina. Ogni mattina raccoglieva un pezzo di oceano con il bicchiere e lo beveva. «L’unica cosa a cui mi si può paragonare è l’oceano», aveva detto, anni prima – quanti? quando? –, a Vienna, rabbioso, l’Imperatore. L’acqua era spessa, gli sembrava di inghiottire legno. Napoleone assaggiava l’oceano per sapere quante navi, ora, lo solcassero, quali battaglie stessero progettando gli inglesi, quali ingiurie si stipulavano a Parigi. Il mare diceva tutto al re, era il suo suddito prediletto. Ogni mattina il mare gli sussurrava le malignità dei suoi nemici, i pensieri di tutti i potenti della terra – sempre gli stessi, infine. Come se il bicchiere fosse una bocca e il mare una lingua infinita, Napoleone era informato di ogni infimo segreto che agitava gli imperi e rendeva fragile la sostanza degli Stati. Sapeva – e sorrideva. 

Facilmente l’Imperatore aveva soggiogato il militare inglese che lo custodiva come fosse un mobile, la reliquia di un’era morta, di terrore, di gloria, di libertà avida. L’inglese era disposto a seguire Napoleone ovunque e a morire per lui. «Un altro che vuole morire per me – per munirsi di senso l’uomo deve morire per qualcosa, non gli basta vivere, desiderare la morte santifica la vita», disse l’Imperatore. Soltanto con gli occhi Napoleone aveva carpito le anime dei suoi carcerieri, senza parlare li aveva convinti che in Antartide esistevano metropoli intagliate nel ghiaccio, città raggianti, più belle di Roma, Londra, Pietroburgo, Costantinopoli. Erano pronti, tutti, a salpare per quella terra promessa, nel gelo. Purché li guidasse lui, l’Imperatore, ogni dolore era ammesso, riscattato dall’idea, da un destino di conquista e di gioia. 

I varani non hanno bisogno di regge né di guerre per guizzare la lingua fulminea o ruotare lo sguardo, pensò il re. Pensò all’ambizione che guidava l’esistenza dei varani: assisi sugli scogli, era impossibile distinguerli dalla pietra, regali, indifferenti. «Dio è l’insopportabile – non abita come il serpente tra le pietre dei precetti, o lo si fugge o ci si lascia soggiogare». Napoleone aveva adattato questa frase, estrapolata dal libro biblico dei Proverbi, per descrivere e destinare la propria opera. Alla parola “Dio” sostituì il suo nome: fece ricopiare la frase così composta nella fodera interna delle sue giacche e sull’elsa della spada ornamentale; la utilizzò come esergo apposto al libro delle sue memorie, nel capitolo che racconta la campagna d’Italia. 

Napoleone non voleva che lo accompagnassero quando si dirigeva sulla spiaggia. La terra umida gli inghiottiva le gambe, curve e brutte; fece fatica a rialzarsi. Avrebbe voluto costruire città con la sabbia, ma la melma oceanica, simile a colla, non glielo concedeva. Ora Napoleone viveva in una capanna, ma continuava, per non offendere i suoi aiutanti, a farsi chiamare Imperatore. Aveva capito che è perfetto vivere senza che qualcuno percepisca la nostra vita – che bisogna morire dimenticati. I morti che aveva provocato, lassù, nei cieli scuri come l’oceano, non lo avevano dimenticato, per causa sua ancora non potevano morire del tutto. Napoleone, consapevole degli uomini, ora viveva come un albero. 

Joseph Gries

Joseph Gries (Norla 1923 – Tokyo 1979) è considerato insieme a Knut Hamsun «il grande innovatore della letteratura norvegese contemporanea» (Fulvio Ferrari). Indisciplinato, ha preferito pubblicare le proprie opere per editori d’arte o tipografi, ma ciò non gli ha impedito di essere segnalato al Nobel per la letteratura, nel 1976. Dopo l’esordio poetico (Cronache, 1947), ha pubblicato i romanzi L’epicentro dell’alba (1953), I lupi che divorarono la luna (1957), Mia sorella è l’assalto (1962), Come rettili della terra (1967) e Il malvagio non è un peccatore (1975), il suo libro più importante, «dove l’impianto romanzesco impossibile, totalizzante, che ricorda Hermann Broch, si mescola alla lucidità stilistica di Borges» (Daniele Piccini): è questo l’unico libro di Gries pubblicato in Italia (per Guida, nel 1989). Importante la produzione saggistica, che spesso sfocia nella narrativa: Reazione (1962) e Atlante letterario di tutti i tempi (1970), costruito da una antologia di un centinaio di autori totalmente inventati, sono diventati libri “di culto” per la nuova generazione di scrittori e artisti norvegesi. Studioso di religioni orientali, dopo aver diretto una biblioteca nell’isola di Flagh, Gries ha insegnato all’Università di Tokyo, la città dove è sepolto. 

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca