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“Scoprire all’improvviso che la vita reale è un sogno è terrorizzante”. Indagine dentro l’occhio di Vladimir Nabokov

Se ne L’occhio (Adelphi, 1998) ci chiediamo per tutto il tempo della narrazione quale sia la vera natura di Smurov, in Pnin (Adelphi, 1998) la natura del professore è decisa. Non voglio accostarmi alle analisi lacaniane, ma da profonda amante della letteratura di Nabokov vi racconto questi due personaggi.

Come sappiamo, ne L’occhio il protagonista si trova di fronte a una situazione vergognosa e comica, si spara dopo che il marito dell’amante Matilda lo prende a bastonate. Tornato a vivere in società incontra al salotto dei Khrushchov un giovane di nome Smurov. Chi è Smurov? Per capirlo, il narratore sviluppa in più una trama che ruota intorno a Vanja, una donna che ama ardentemente “glielo devo dire… ormai non fa differenza: parto e non la rivedrò più. Glielo devo dire. In fondo, lei mi conosce… ma in realtà io porto una maschera, sono sempre nascosto da una maschera…”, continua confessando il suo ardore “più della vita”. Insiste a non voler essere paragonato a un pagliaccio come Roman Bogdanovič, continuando a chiedere speranza nel rifiuto secco. E dopo essersi dichiarato, cosa fa? Scende per strada, entra in un negozio di fiori a scegliere un mazzo di mughetti ma per quanto il profumo dei fiori lo inebri in realtà è uno strumento rivelatorio che dona una sentenza brutale: “Scoprire all’improvviso che la vita reale è un sogno è terrorizzante, ma quanto di più terrorizzante è il momento in cui ciò che si credeva un sogno – fluido e irresponsabile – comincia ad aggrumarsi in realtà! Dovevo porre termine a ciò e sapevo come fare”.

Il narratore è attivo, uno che cerca soluzioni dal principio radicali e violente. In un gioco vertiginoso il protagonista muore perché le sue imprese sono inconcludenti, e le sue ricerche irrisolte. Tuttavia, in ogni atto la prima persona non accenna mai alla paura di perdere, anzi, questa fame di speranza lo sprona nelle sue architetture misteriose. Quel bouquet salva il desiderio dell’io, probabilmente è un caso unico dove il narratore si scimmiotta e nella scena si regala dei fiori. “Si sa che non esisto: esistono solo i mille specchi che mi riflettono. A ogni nuova mia conoscenza, aumenta il popolo dei fantasmi che mi rassomigliano. Da qualche parte vivono, da qualche parte si moltiplicano. Io sono non esisto”.

I temi ne L’occhio sono quelli della comprensione della realtà e della felicità: si tratta di un romanzo giovanile di Nabokov, che si domanda cosa sia insegnarsi, cosa possa significare regalarsi un mazzo di fiori e scegliere cosa venga prima nella scala dei valori. Nessun romanzo di Nabokov funge da manuale di sopravvivenza e anche qui Nabokov si avvicina ai modernisti come Joyce più che ai classici russi. Il fatto è che la felicità per il narratore sta nell’osservare, nello spiare, nell’esaminare se stessi e gli altri ma questa è una felicità comica. Sepolta in noi esiste la logica della vera felicità che è quella che non spinge per anni ad osservare, ma a seguire la scia di una esigenza concreta e vitale. Comunque, dopo il tentato suicidio, l’io del narratore continua a restare la sentinella dell’osservazione, il militante che non conclude gli atti secondo il normale ribaltamento degli eventi. La partizione del personaggio di Smurov verso cui è mossa l’indagine dell’io narrante è l’inferno di specchi, a cui Nabokov affettuosamente regala lo spazio della riflessione: il romanzo. La realizzazione più alta del narratore è semplicemente l’estinzione dei desideri che non servono a niente e non hanno soluzione: si può vivere con una mano condannata a incontrare il vuoto.

A questo punto il bisogno dello sguardo si colloca come i fiori di mughetto. Dal momento che leggiamo questo romanzo come catastrofico, questa perenne e oggettiva sconfitta come il tentativo di estinguere la paura, di riuscire a sollevare una imperturbabilità che oltre il senso del dovere e del giusto, oltre la somministrazione continua di reazioni forzate e manovrabili, oltre l’occhio che ti ha trainato e ti ha regalato una educazione emotiva fasulla, in un intravedere da suicida, per cui nella verità nessuno ti osservava e tu nessuno osservavi, oltre l’occhio dei romanzi che appaiono senza il senso autentico di una deposizione sincera e vera dei sentimenti, oltre l’occhio che invece comincia lontano da ogni modello, ogni stereotipo di genere e ogni “panzana marxista” – come direbbe il Nabokov di Intransigenze –, si può resistere all’autodistruzione, alle assurdità e agli aspetti comici privi di eleganza. In questa rete di specchi il malcapitato può sentirsi libero e non trainare una trama che insieme a lui s’arreda a un udito privo di fantasia e privo della vera immaginazione delle persone autentiche nei loro progetti dall’inizio alla fine.

Sabatina Napolitano

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