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“Qui si sta, in tabarro o in canotta”. Viaggio lungo la Pianura come fosse un arcipelago con in mano “Oceano Padano” di Mirko Volpi

La vita è noia, e questo è un vecchio tema. Leopardi lo dice spesso. Si può concludere che nella vita tutti sono annoiati. Ma c’è annoiato e annoiato, si distingue: l’annoiato superiore e l’annoiato inferiore. Dico a parte: se non ci fosse il lavoro forse tutta l’umanità si suiciderebbe. Il lavoro ci fa dimenticare l’insopportabilità della vita. Il lavoro può dare serenità. La solitudine può dare letizia: lenimento dei desideri, indi superamento, soddisfacimento pienezza.

L’annoiato inferiore, che è del maggiore numero, ha bisogno, più che dovere, di lavorare e lavorare. Nel lavoro trova salute fisica, e non ha di che appigliarsi per gridare alla noia, poiché non ha tempo per pescare nel torbido dei desideri che, nel suo caso, sono sempre di bassa lega. Il primo desiderio dell’annoiato inferiore che lavora è il riposo, ed è necessario concederglielo […]. Ma il riposo è galeotto. Qui gli nascono quei desideri che non potrà soddisfare […].

E infine abbiamo l’annoiato superiore, che è rarissimo. Sono uomini che hanno presto capito, come direbbe Leopardi, la vanità del tutto. Ricchi o poveri, malati o sani, che siano. Si sono sinceramente annoiati delle cose del mondo, confessandosi lealmente e coraggiosamente la realtà dei fatti. Gli altri li chiamano pessimisti; ma è errato almeno nel senso di condanna che ci mettono. Facilmente ritrovano dopo la grande e sublime caduta, una nuova gioia di vivere che è tutta loro speciale e personale, assolutamente esclusa da orgasmi e impazienze. Possono lavorare, possono non lavorare. Ma in genere sono, prima o dopo, di una rara attività. […] Hanno il senso della morte, che riconoscono somma principe della vita. […] Amano la solitudine come l’unico vero piacere che concede la vita, e dalla contemplazione traggono motivi di serena, seppure tragica (non disperante) umanità. Si perdono talvolta in accorati richiami degli antichi tempi, ed è questa la loro sola retorica, benché elevata retorica. Da questi uomini sorgono i santi e gli eroi i grandi tiranni i ribelli gli artisti. Il loro concetto della morale nella vita, è complesso e disparato. Possono essere operai o contadini e sono non felici, ma paghi del loro stato.”

Parole del padano Antonio Delfini, che pure, almeno stando a quanto riporta Alberto Arbasino a proposito dei suoi anni romani, era di quelli che non la smettevano mai di correre qua e là in auto, lavoricchiando sì, ma soprattutto saltando fuori la sera per strepitare dei: “Cosa facciamo?” – dei: “Dove andiamo?” – dei: “Bisogna divertirsi!” (la capitale non deve far bene neppure in questo campo), ma la citazione (se si può perdonarne l’ampiezza coronata di grandezza), tanto puntuale quanto esauriente, è perfetta come introduzione ad altro padanissimo autore.

L’unico che possa far ringiovanire Bacchelli. L’unico che possa far dimenticare Zavattini. L’unico che nel cuore possa sostituire Brera – quel gran figlio della Bassa pavese che ebbe “la casta Olona come madre e il grande Po come padre”, grande almeno quanto il fiume sentito e amato anche da Ceronetti, che lo invoca in uno dei passi più belli di Un viaggio in Italia (“Il Po è sacro, è il fiume-padre italiano, ed è una figura di Verbo sofferente per il suo coricarsi di male lungo il suo percorso enorme. Una purità d’origini assoluta e trascendente: quella buca comunica con le Acque Superiori, di lì passa allo stato fluido, vestito di neve sciolta, l’angelico inviato per cominciare, dopo la tregua preistorica, il suo viaggio attraverso l’orrore umano.” – “Fa’ sparire l’Io che non sono, […], fiume; se ti medito e piango mi vedo svanire.” – “Ora che si fa sera, io sono lontano dal Po. Sento che mi chiama, io sono lontano.” – “Bello anche noi farci seguaci sui, pigliarlo per guida, per modello, espiare con lui. Così era, senza saperlo, il vecchio uomo del Po.”)

L’unico che nel cuore possa sostituire Brera – bardo della Padania centro della civilizzazione europea – almeno finché libera da occupazioni sabaude e romane. L’unico che possa citare Umberto Bellintani. Non l’unico che possa far dimenticare le pagine di Gianni Celati. Ma l’unico che possa accompagnarsi alle icone del grande Ghirri.

Questi, per anni il miglior fotografo italiano, scrisse queste parole: “È forse che la provincia è il luogo per antonomasia, mescolanza di affetto e ripulsa, luogo dove si  incrociano odio e amore, il tutto e il nulla, la noia e l’eccitazione”; tra solitudine (molta) e compagnie (poche), tra (saltuarie) allegrezza e (consuete) malinconie, tra imprecisioni annebbiate e la precisione limpidissima di “spietati realismi terrestri”; e aggiunse inoltre, di giusta esattezza: “Le meditazioni metafisiche, con gli assemblaggi di storia e presente, si associano alla poetica del paese che, sottoposto ad analisi microscopiche, nel senso dell’attenzione per il più piccolo dettaglio, diventa per analogia, da microcosmo di partenza, macrocosmo, fondendo così in maniera inscindibile, e mitologicamente, paese e universo.”

È l’incredibilmente adespoto Mirko Volpi, quest’unico possibile nuovo bardo del grande Oceano Padano (Laterza, 2015), come da titolo della sua opera seconda e maggiore, in cui dà conto di un mondo rurale che va forse perdendosi e insieme resiste, di una campagna che è mito fittizio buono giusto per le fughe fuori porta degli inurbati asfissiati, dei milanesi intristiti, dei milanesizzati, forzati di una metropoli che è chiaro si fa sempre più onnipresente, nelle Ikee e nelle Idee – falsamente progressiste, va da sé, perché preconfezionate come mobili svedesi e dunque estranee – in queste terre di atavica saggezza contadina, in queste isole, isolette e piccoli arcipelaghi padani – Vigevano, Pavia, San Zenone, Brescello, Guastalla, Luzzara, Concordia, San Benedetto, Ferrara – nella fantasmatica Padanìa di Roberto Longhi, un poco mitica, ma mai arcadica, assai distante dalla Padània d’oggi, ma che pur resiste, sottotraccia, sotterranea oltreché iconica e monumentale, un Genius Loci che da Wiligelmo a Strapaese, dal Neorealismo a Ligabue, sfuma in un sentire più vago e più duro a un tempo, sempre più spesso in un pensare più alieno, ma senza mai una completa perdita di quella che lo stesso Ghirri definiva l’“armonia che non è una formula sentimentale romantica o nostalgica, ma è il sentirsi parte di una comunità, essendo tutti e tutto costruttori della comunità stessa, dei suoi valori, delle sue atrocità e bellezze”: una comunità per lo più assente e silente; eppure a un tempo presente ed eloquente; non mancando asprezze e neppure le grazie.

E tra le maggiori grazie sperimentabili passeggiando per le città, i paesi, è rinvenibile nelle pagine di Ceronetti, il “mirabile refrigerio” di San Michele a Pavia e d’ogni chiesa lombarda o longobarda (uno stile che fu detto romano o romanico da un francese di somma imperizia – e gli italici ignoranti e pecoroni altro non fecero che seguirlo nel suo abbaglio) nella terrificante calura estiva padana, a Pavia, “le vie […] fornace”, ergo “le vie […] deserte”, e vale a dire quello svuotarsi dalla gente che rende tutto più decente mentre il Po “discende per aver pace”.

Una pace dalle mille agitazioni in moto e in nuce, da cui sempre cercava di sfuggire Ceronetti, e comprese quelle del fiume-padre, di cui ha molto scritto Brera, e di cui l’Oceano Padano non è esente, ma non manca di contromisure, tra le quali una certa pascaliana saggezza per cui l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa, ossia dal non riuscire a stare tranquilli in una stanza, come scrive nei suoi Pensieri un autore che sarebbe modello di dandismo se non si fosse obnubilati dalla vulgata che vuole che il dandy sia un vacuo emulo di Lord Brummel, Lord Byron e Oscar Wilde, e non di Orazio (Odi profanum vulgus, et arceo è con ogni probabilità una massima cara a Volpi), dei damerini da rivista patinata e non del “dandy della mangiatoia” Bernanos, o magari di Nimier, con la sua insolenza (frase tranciante; paradossi sconcertanti; aridità apparente; disimpegno controllato), e la sprezzatura contemplerebbe non solo il tabarro un tempo di Giovannino Guareschi, oggi di Camillo Langone, ma anche la canottiera, divisa estiva di Volpi, quando di ritorno nella sua Nosadello dismette giacca e cravatta d’accademico pavese, filologo e dantista.

Ma il Volpi che più interessa i meno accademici lettori è, come vorrebbe lui stesso lo si ricordasse un giorno, l’autore di esili quadretti e ritrattini di provincia che dà il meglio di sé nelle modeste rappresentazioni di piccole malinconie meridiane, dai nobili maestri letterari un po’ fuori dal tempo e per questo vivi, Manzoni, Gozzano, Bellintani, cantore del paesello in cui sempre è, ovunque sia, nella stasi e in una spoliazione non tanto giansenista alla Pascal, ma profondamente, naturalmente, osmoticamente assorbita dai luoghi che mai lascia e mai lo lasciano.

È sempre lì alla maniera di “un pioppo cresciuto di guardia alla roggia”, detestando “la voga nel viaggio, mai abbastanza corto”, e certo che ogni spostamento, sia esso più o meno necessario, “è una lacerazione”, lo smuovere le radici “un atto innaturale”, masochistico al punto di considerare estremo anche solo il trasferimento nella città di Pavia “disassando il [suo] personale baricentro oceanico di cinquanta chilometri più a sud”, non solo per una ricerca di pace alla Pascal, ma perché sicuro che: “La stasi è vita, spostarsi una sua ipercinetica contraffazione.”

“Ovunque vada, io rimango qua”, scrive Volpi appioppato alla sua terra e che accoglie la lezione del Pasolini dialettale, conservatore se non reazionario, il suo invito in Saluto e augurio a conservare, pregare, difendere la chiesa e la roggia, e fare dunque come i pioppi, “che incorniciano i [suoi] primi ricordi”, i primi come gli ultimi, e che con le loro radici tengono assieme il terreno, con le loro sagome delineano i campi, e accettano la noja dei giorni, diluita nei giorni come insegna il Vangelo cui Volpi è fedele, quello spleen padano già ben noto a Dossi e a Delfini e che non di rado si fa “sensazione latente di rottura di balle”.

Sprezzando questa noja che conosce da sempre e anzi facendo d’essa una forza, Volpi appartiene “senza enfasi ai luoghi” nei quali è stato catapultato dal destino e dagli avi mezzadri, gente padana la cui storia è anonima ma ramificata su un albero genealogico radicato, legato a un oceano di campi, terre grasse imbevute nei secoli dallo spirito del fiume-padre, un universo che “galleggia su tre elementi: acqua, letame e burro”, e sulla bassa piana “si srotola dalle esigue bassure piemontesi al più bel verde di Lombardia alla sinistra del Po, e di qui fino al delta del Gran Fiume lungo le depressioni emiliane, e finanche romagnole, e venete. Ma il suo autentico nucleo, come dice Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, è la Bassa lombarda, quel po’ dell’indefinibile Brianza, il Milanese senza Milano, il pavese non oltrepadano, la bassissima bergamasca, ma di più ancora – a stringere sui versanti emblematicamente, figurativamente rappresentativi – il Lodigiano, il Cremasco, e di qui quanto resti all’immaginazione di più clamorosamente fertile e piatto già verso Cremona, e a digradare sfumando in direzione di Mantova.”

I confini della Bassa sono sfumati ma qui come e forse più che altrove il confine è sacro, scrive Volpi, quello dei borghi, dei contadi e dei campi, delineato dalle rogge e dalle strade (“le uniche, vere, tangibili demarcazioni catastali sono le rogge che incorniciano i campi, le strade che ne seguono le bizzarre sinuosità”), ma anche il limite alla hybris, che pure c’è, ma è misurata, nelle operose genti di queste terre grasse perché l’acqua sgorga da sola dalla terra, dalle risorgive che sono i veri e propri “vasi linfatici” del corpo padano, che lo conservano caldo anche d’inverno, la polenta, il riso e la sacra carne di maiale negli stomaci come l’acqua nei campi dalla vertiginosa, infinita orizzontalità miracolosamente intersecata, oltre che dai pioppi, non solo dagli ancor più umili eppur più umbratili salici, ma dalla verticale dei campanili longobardi che ingentiliscono assieme alle cascine e ai ruderi di casupole rurali, il paesaggio fatto di silos e capannoni d’allevamenti intensivi e d’edifici moderni che, rimarca Volpi, fanno inorridire i foresti italici e qualche indigeno un po’ refrattario, pronti ad accanirsi contro le costruzioni, ville, villette e condomini in serie, a loro volta ostili alla bellezza: insensibilità che a sentirli contraddistinguerebbe gli avidi nordici di cattivo gusto, i gretti padani e veneti, come se queste anime belle non solo venissero tutte dai centri di Lucca, di Urbino, di Lecce, ma non avessero attivamente contribuito o “costretto” a edificarli, e prima non avessero vissuto in edifici non meno incongrui e squallidi delle casette famigliari squadrate violacee, e quindi tras de ciuc (vomito d’ubriaco), senza manco avere un Volpi a difenderli con sprezzatura sublime di un Don Chisciotte in sella alla bicicletta e alle prese con miraggi di silos di melga (ovverosia il grano), un po’ ottenebrato dalla calura e certo inebriato dagli effluvi del concime, siccome: “Sotto un sole lattiginoso, tutto è pace, tutto è in silenzio, tutto giace in un’ingannevole apparenza di stasi. / Ogni cosa è concimata.”

Perché Volpi, come Brera e gli altri grandi cantori padani, non è certo il poeta di una qualche arcadia perduta, altro cliché per milanesi e forestieri, e la sua ispirazione baudelairiana, al contrario di Delfini, non invita al viaggio se non lungo le rogge, dove ai sogni tra fragranze orientali si sostituisce la realtà in forma di spüsa (puzza) di letame (“l’inconfondibile spüsa di letame vaccino, così pungente nell’ora del tramonto, ora del desiderio, del sempre felice ritorno tra gli atolli”), conforto di chi non vuol solo sognare ma anche mangiare, e dunque terre fertili:

“Nelle ore estive, quando d’improvviso si diffonde per il paese un odore invincibile di deiezione suina trasportata da quel timido bigolo di vento che così di rado si solleva sulle verdi distese oceaniche a luglio, in quel momento in cui la puzza ci raggiunge mentre siamo in mutande e ghiacciolo in mano, nell’atto di accendere lo zampirone o di scrollare la tovaglia nel vialetto, ecco, allora, tutti noi, dalle corti e dai cortili e da sotto i portichetti o affacciandoci rapidi alla finestra a scrutare l’orizzonte di là dal fosso, quasi a volerne trarre segnali e auspici o a dedurne le ferree ed eterne leggi della campagna, tutti, tutti noi, vecchi e giovani, in atto di involontaria solennità nel certificare l’esatta ripetizione dell’uguale, del più bello stimma odorifero padano, tutti indistintamente, con la naturale gravità di chi, nella terra, ci è nato e ne conosce i cicli vitali o ne rispetta gli indecifrabili misteri, tutti noi abitanti delle più disperse isole dell’Oceano Padano, all’irrompere di questo tanfo dall’inequivocabile origine, commentiamo sillabando all’unisono: ‘I gh’ha mulat al giüs’. Hanno mollato la merda.”

*

Le vacche e la loro merda, i maiali e il loro grasso, i campi ben concimati e tenuti a maggese, le stagioni che regolano la vita secondo i ritmi rurali in un clima peculiare le cui quattro declinazioni sono “afa, desolazione fredda, gelo, desolazione tiepida” a rotazione con estremi “di assenza totale di sole per settimane” in cui i soli colori sono “grigi tristissimi e monotoni” con un gelo senza neve  (“fa troppo freddo”), intermedi o intermezzi brahmsiani di pioggia o meglio di un “piovigginare acquerugiola nebulizzata” (cioè la “sbrunsina”), in primavera graminacee ergo allergie, d’estate tremenda calura e tra maggio a settembre “l’azzurro lombardo del cielo”, così confortante nel suo sereno splendore, infatti già esaltato da Manzoni e Sereni: “Così, noi non ci apriamo l’un l’altro, né in famiglia né fuori, e i problemi che affliggono cuore e coscienza, e di cui altrove si parlerebbe volentieri per ore, pensiamo di poterli affrontare soltanto fermando lo sguardo nella muta, corale contemplazione delle vastità di cielo azzurrissimo che oltre l’ultimo campo di grano lascia intravedere le prime catene montuose innevate.”

D’altronde, l’Oceano Padano di Volpi è sì un mondo in dialetto, e infatti si frughi nel libro, non si troveranno le parole “Italia” e “italiano”, ma più ancora di pudico silenzio, “la lingua comune […] che tace affratellandoci nella contemplazione del piano”, specie quando parlare significherebbe esprimere emozioni o confidenze.

Un mondo di discreti adoratori delle feste comandate, Santa Lucia, Santo Natale, il Santo patrono e la sagra del paese. Un mondo in cui gli animali sono bestie e il cane sta in cortile, il maiale nel porcile, gli uccelli sugli alberi o in pentola. Un mondo in cui la madeleine è la cassoeula, e in cui “la buca l’è no straca se la sa no de vaca”, ovvero di formaggio. Un mondo di grandi mangiatori di castagne, polenta, burro, verze, salami e cotechini. Un mondo in cui, se va bene, a un “auguri, alura, ne’”, risponde un “auguri, sì, ciau”. Un mondo in cui “nessuno va a trovare nessuno, nessuno vuole che venga nessuno.” Un mondo in cui parlare a una ragazza significa fidanzarcisi. Un mondo in cui il matrimonio è indissolubile e per davvero. Un mondo di figli illegittimi riconosciuti e tacitamente amati.

Un mondo in cui gli uomini, non perché siano maschilisti, ma per semplice rispetto del naturale ordine delle cose, sono autorizzati a non fare niente in casa, regno della donna, o perlomeno non i “mestieri” e tutto quello “che pertiene l’economia domestica, l’ordine, la pulizia”. Un mondo in cui non esiste spazio per quelle che Volpi, non per passatismo quanto per senso di conservazione della tradizione, per difesa di ciò che funziona, e secondo leggi non scritte perché non votate, definisce “posticce libertà inferte senza riguardi al bello e al vero”.

Un mondo in cui in realtà qualcosa è cambiato, e non è che ci si annoi di meno, ci si parli di più, si suoni di più ai campanelli e si apra di più la porta, o si sia smesso di tenere tutto pulito e in ordine, ogni cosa a posto e “le porte del caos […] chiuse”. Ma “i recinti sono stati aperti: non divelti con la forza o abbattuti, nessuna violenza è stata perpetrata apertamente, nessun lanzichenecco è sceso nei borghi dispersi a razziarli”, e lo spirito del tempo sfiora, e a volte tocca, pure le isole oceano-padane. L’Oceano Padano non è esente da mutamenti, corrosioni, sfaldamenti, devastazioni, e c’è gente che mangia compulsivamente finto sushi finto giapponese all you can eat mentre le trattorie di pesce d’acqua dolce chiudono, niente più rane e pesci gatto. E contemplando come sempre i campi di melga si può forse provare la stessa sottile inquietudine che un altro uomo e scrittore padano che preferiva restare, e non partire, Tommaso Labranca, descrive, in Agosto oscuro, nei versi di Metafisica del mais. Un esotico pollo indiano ma nel mais lodigiano.

Volpi resiste però come un pioppo, o meglio ancora come l’uomo che è, “aggrappato a una gaba: il tronco mozzato (‘‘capitozzato’’) di un albero – salice, pioppo – ormai utile a nulla, da cui tenaci spuntano ancora esili rami, qualche foglia verdeggia, un passero si avvicina, si posa incerto, forse potrebbe di nuovo farci un nido”.

E in questo vivere conservatore, colmo di fedele speranza e grato di necessaria protezione, si fonde e si salda tutto. “La noia superiore, da paesaggio esterno e interno” e “l’atavica predisposizione a quella sensazione di languido abbandono che ci fa restare attaccati alle finestre a guardar fuori”. “Una comunione, un vincolo di fedeltà alle origini” e “la distanza dal secolo, l’incanto segreto della roggia che scorre silenziosa al riparo da una modernità che non ci può salvare”.

*

Un mondo biblico? Un eden realistico? Un oceano infinito il cui centro è per Volpi, giustamente, doverosamente, Nosadello e la circonferenza i bordi della pianura. Un mondo che ci si porta dietro, se si è nati e cresciuti, con la certezza, a ogni ritorno di non potersene andare veramente. Un mondo basico, semplice, iconico, che con Ghirri fa tornare alla mente l’elegia in cui Rilke rimarca l’assolutezza, l’universale, l’elementare essenzialità delle poche cose di cui bisogna dire.

 “Noi forse siamo qui per dire: casa, / ponte, fontana, cancello, brocca, albero da frutto, finestra / al massimo: colonna, torre… ma per dire, cerca di capire, / oh, per dirle così, come mai le cose stesse / hanno mai intimamente creduto d’essere. / Tuttavia essere qui è molto, perché sembra / che tutto qui abbia bisogno di noi, / questo luogo effimero che stranamente ci riguarda. / Noi i più fugaci. Ogni cosa una sola volta. / Solo una volta e mai più. E noi ugualmente / soltanto una volta. Mai una seconda. / Ma questo essere stati una volta / anche una sola volta, essere stati terreni / sembra irrevocabile.”

Marco Settimini

*In copertina: Luigi Ghirri, Campagna modenese, 1985

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