19 Luglio 2020

“Quella luce rappresenta per me la consumazione dei miei desideri e delle mie esperienze”. Henry Miller in Grecia. Una lettera ad Anaïs Nin

Henry Miller, dopo una vita spericolata – compresa fuga da New York, ventenne, con donna divorziata che aveva il doppio della sua età – e un matrimonio contratto per gioco, atterrò a Parigi, certo di essere un genio. Era il 1930, Anaïs Nin, ninfa dei salotti, lo accolse nel suo harem; le piacque l’uomo e la sua testa. E pure la di lui moglie – la seconda, di cinque – Juliet ‘June’ Smerth, nata in Bukovina da famiglia ebrea, emigrata negli States, abile ballerina. La trovava “bellissima”. Il trio si divertì, poi, sfiancato dal giogo dei ghirigori sessuali, si dileguò. Henry divorzia da June nel 1934, a Mexico City, lo stesso anno in cui, a Parigi, Anaïs riusciva a trovare i soldi – grazie a Otto Rank, lo psicanalista amico di Freud – per pubblicare “Tropico del Cancro”. Il libro, come si sa, è pubblico per la Obelisk Press, casa anglofona con sede a Parigi; sulla copertina, bellissima, un enorme granchio passeggia, minaccioso, sul globo terrestre tenendo tra le chele il corpo di una fanciulla svenuta; la scritta “not to be imported into Great Britain or U.S.A.”, ci ricorda che il romanzo fu tacciato di oscenità. La Obelisk Press ideata da Jack Kahane nel 1929 meriterebbe un romanzo a parte: erano tempi in cui gli editori sorgevano con avventata facilità e senso dell’avventura. Con quel marchio, pubblicarono Anaïs, Richard Aldington, Cyril Connoly, Lawrence Durrell – tutta gente che si godeva la vanità della vita – ma pure James Joyce. Nel 1939 Obelisk Press editò anche quell’altro romanzo, “Tropico del Capricorno”, che consacrava la fama di uno scrittore eccellente, barocco e brutale allo stesso tempo. Fu dopo quel libro che Miller, su ispirazione di Lawrence Durrell, che viveva a Corfù, partì per la Grecia. Il viaggio gli fornì l’idea per un libro, “Il colosso di Marussi” (1941) in cui – giura la ‘quarta’ dell’edizione Adelphi, edita vent’anni fa – “Henry Miller diede il meglio di sé”. Che la gita greca sia stata folgorante lo si capisce da questa lettera che Miller invia all’amata Anaïs Nin: le scrive come un Giovanni della Croce alla sua arrischiata Teresa d’Avila. Non è una sciarada: il linguaggio dell’eros è affine a quello mistico, e il corpo, nel vigore letterario di Miller, sta tra illecito e altare. Su tutto, è l’esperienza della luce a sconvolgere lo scrittore: in Grecia non è albina, opalescente, pari all’albume, come nelle città occidentali; è, al contrario, carnale, con un odore, da predare, è un corpo.  

 

18 gennaio 1940

Anaïs:

Due settimane in mare e sembra che sul passato recente sia calato un sipario. La Grecia ora è già parte del mio bagaglio di esperienze. Mi è accaduto qualcosa lì, ma cosa sia stato non lo posso formulare ora. Non sono in mare aperto, sono già in America. Ero già in America al Pireo, dal momento in cui ho messo piede sulla nave. La Grecia sta rapidamente svanendo, morendo proprio davanti ai miei occhi. L’ultima a sparire è la luce, la luce dietro le colline, quella luce che prima non avevo mai veduto, che non avrei potuto immaginare se non l’avessi vista con i miei stessi occhi. La luce incredibile dell’Attica! Se anche conservassi non più che questa memoria sarei contento. Quella luce rappresenta per me la consumazione dei miei desideri e delle mie esperienze. Vi ho visto la fiamma della mia vita consumata dalla fiamma del mondo. Tutto pareva bruciare e ridursi in cenere, e questa stessa cenere si scomponeva e si disperdeva nell’aria. Non vedo cosa un luogo, un paese possa offrire di più di una tale esperienza. Non solo ci si sente in comunione, in armonia, un tutt’uno con la vita – ma si è messi a tacere. Questa forse è l’esperienza più forte che io abbia conosciuto. È una morte, ma una morte che fa vergognare la vita. E ora, sulla nave, in un contesto del tutto americano, mi pare di vivere con persone che non sono ancora nate, con mostri fuggiti dal grembo prima del tempo. Non sono più in comunione con nulla… Mi sembra di ricordarlo vagamente, ma poco tempo fa io ero vivo, vivo in piena luce del sole. C’è un’altra luce che mi avvolge ora. È come la fredda illuminazione di un riflettore meccanico. La casa è buia. Solo il palco è illuminato. Si alza il sipario.

Henry Miller

*La lettera è tratta da “A Literate Passion: Letters of Anaïs Nin and Henry Miller, 1932-1953”, a cura di Gunther Stuhlmann. San Diego, 1987; la traduzione è di Valentina Gambino