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Maschere, mascherine, mascherate. “Un melanconico chiarore illumina la stregoneria dell’operazione creatrice”. L’artista è uno stregone che forgia maschere (proteggetevi: là fuori brulicano i vampiri!)

Scolpire una maschera con la stessa disciplina con cui si eleva l’icona. L’artista non esiste: immerge il mostro – il meraviglioso – nell’opera, che non è opera d’arte, ma atto, penitenza, scongiuro. L’icona si porta in processione, è incunabolo di preghiera – non importa la forma, il gusto è sacrilegio: vale la sostanza, l’assoluto. Di una icona non si dice che è ‘bella’, ma – semmai – che sbilancia verso il Bello; non si giudica la sua bellezza estetica ma la sua forza metafisica. “L’icona è in grado di mostrare cose più eccelse di ogni altra forma artistica. Senza dubbio in ogni arte è presente l’ambizione di fare vedere ciò che è invisibile. È ciò che realizza l’icona” (Alain Besançon). Per far vedere l’invisibile, l’artista si annienta, si fa cieco, agnello sacrificale.

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Lo stesso metodo accade per la maschera sbalzata con dionisiaca ebbrezza dal contadino/artista Walser. La maschera non ha ragione se bella o brutta: deve essere efficace. Inchiodata sullo stipite della casa, sulla soglia della proprietà, ha il compito di scacciare il male – è indocile antidoto. La maschera ha lo stesso effetto del serpente di bronzo mostrato al gomitolo di serpi: il veleno uccide, il suo distillato è ciò che salva.

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L’icona viene dall’aria – l’oro di cui è adornata, in fondo, imita il vento, lo Spirito, il velo della Vergine è vertigine d’Himalaya. La maschera è un parto della terra: i capelli sono crine di cavallo, pelo di capro, i denti sono ricavati dalle bestie. La maschera mostra gli infiniti mostri che lacerano l’uomo, dà forma al deforme: una litania continua, sonnambula, specie di Bardo Thodol alpino, rosario che imbambola i morti, è scoccata mentre si scava la maschera. Ogni forma è una maschera, e dentro ogni forma c’è un’altra maschera ancora.

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Icona e maschera nascono per un compito, terminato il quale devono svanire. Il compito estremo, che segue la guarigione, si conforma al fuoco. Alla Radiotelevisione svizzera, Cristina Campo parla della liturgia come azione di uscita dal mondo, estasi edenica: “Ciò che avevamo una volta e che abbiamo gettato via, per ragioni certamente sublimi ma che io non afferro, sono conservati nella liturgia armena per aprire i cinque sensi, che diventano cinque porte per far entrare l’invisibile. I profumi di una chiesa armena non possiamo immaginarceli: il profumo del miron, il crisma dove hanno bollito per tre giorni e tre notti cinquantasette aromi diversi alla lettura continua del Vangelo in un fuoco scaturito da icone e alimentato dal vescovo è qualcosa di indicibile”. E in un testo del 1972: “È noto che la presenza degli spiriti malvagi è segnalata o simboleggiata da sgradevole odore. L’incenso, fragrante e benedetto dal celebrante col segno della Croce, si oppone a questa presenza, creando un cerchio di benedizione e operando nel regno dell’olfatto quello stesso esorcismo che la campana opera nel regno dell’udito, l’acqua benedetta in quello del tatto”.

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L’arte non è arte, ma esorcismo. Tutte le maschere, infine, finito l’inverno, si bruciano. Naturalmente, c’è una maschera che scaccia i mostri e c’è una maschera che serve per spaventare – e un’altra che cela, evoluta celata. Se non lo si conosce, il mondo delle maschere è un rebus: chi è posseduto, chi il possidente, chi lo spossessato?

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Da quando non costruiamo maschere, declassando il rito a moda, il rango a modo d’essere, il ruolo a empatia o simpatia, siamo esposti: i nostri esercizi di difesa – muscolare, facciale, economica – sono ridicoli di fronte a chi trova lussuria nella tracotanza, a chi si ciba delle nostre disarticolate ambizioni.

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In un mito della Micronesia la luna porta la maschera, è la sposa velata del sole: quando il sole la svela, per unirsi a lei, la luna, contorta in un bianco pudore, scappa, gli sfugge, crea la notte; la maschera, intanto, gettata, continua a sbriciolarsi, nell’ambiguità dell’universo, dando forma alle stelle cadenti. “Un melanconico chiarore illumina la stregoneria dell’operazione creatrice, assimila lo stile all’ago dello stregone. Rivaleggiando col nulla, l’arte si svela rivale del destino. Il simbolo che impone all’uomo il profondo sentimento della sua dipendenza (il segno della morte) ci insegna come l’artiglio capace di marchiarlo marchi il cosmo e l’inconoscibile”, scrive André Malraux. Nella sua visione, Picasso non è lontano dal pittore di Lascaux, tutto è feticcio, è fatto.

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Tra maschera e ritratto, però, la stregoneria è contraria: la maschera copre e inaugura una seconda identità, il ritratto ruba l’unica identità. Eppure: la maschera, come un pozzo, fa smarrire chi la indossa, lo mangia; il ritratto ulcera la memoria – non siamo mai ciò che dovremmo. La carne si dilegua diventando maschera.  

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La mascherina, per quanto estrosa – ricamo che esaspera il grottesco – resta una X sul viso, un colpo di gesso sulle labbra. Cancella bocca e naso, il respiro, la parola – alieni al canto, i mostri sono dentro di noi, addentano ovunque. Nuvole larvate d’arancio, acque lebbrose sono l’interludio del nuovo millennio. Ogni atto ‘politico’, ora, è patetico; non resta che il gesto apotropaico, lo scongiuro, la maledizione alle forze oscure. Una nuova forma d’arte – che radia l’arte a brioso decoro, gesto affratellato all’apocalisse, bieca fiera sul nulla. L’artista, tornato contadino – creatura che sa leggere le nuvole e il cardio della terra, che snocciola i nomi degli alberi e il suono degli alati, che conosce, nel fiume, la porta dove accade il viavai dei morti – costruirà maschere. Appendetele sul muro di casa. Proteggetevi. Là fuori è un vortice di vampiri.

Alicia Sander

*Il testo di Alicia Sander è legato alla nuova impresa d’arte del gruppo Assarabas, “New Mask”; i lavori sono visibili nello spazio Instagram museoimmaginario

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