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“Ti chiedo perdono di essere nato. Di esserci, di infliggere una macula alla purezza del creato”. Mario Luzi, il poeta fondamentale. Dialogo con Daniele Piccini

Mario Luzi è lì, profilo da airone, generoso e austero, nel cuore del ‘canone’ – che non è una gabbia, ma una savana mobile, nobile – tra i cardini (Ungaretti-Montale-Saba) e i futuri. A tratti, i dardi lirici di Luzi sembrano provenire dal futuro, atti marziani di pietà: “In salvo? – Lui solo può saperlo,/ macché, neppure lui,/ lui meno di chiunque altro – e questo/ più di tutto lo sgomenta/ in quel sogno di naufragio/ troppo spesso ricorrente”, canta, umano per eccesso, dal brillio del naufragio, il poeta che aveva esordito, nel 1935, con un testo intitolato La barca. Fu – classe 1914 – poeta precoce, Luzi, presto canonizzato, presto inarrivabile, spesso scomodo (“Posso esprimere liberamente i miei dubbi sull’esito che sono destinati ad avere gli inviti al realismo che si fanno sentire anche nel campo della poesia lirica. In parole più chiare, una vera poesia realistica mi pare improbabile”, scrive nel 1954, in opposizione a Pasolini e ai sodali di “Officina”), consapevole di sé, della sua specie speciale, fino a forgiarsi l’agiografia in vita (“A nove anni risale la prima poesia. Quei primi versi erano ispirati alla figura di Dante…”). Morto nel 2005, Luzi ha scritto tanto, con poliedrico carisma: la tensione è quasi sempre rapace, tenace e blu, alcuni libri restano – resteranno – decisivi, Nel magma, Su fondamenti invisibili, Per il battesimo dei nostri frammenti. Soffrì la sua epoca, con intensità civica (“Per me è stato un periodo di sofferenza vera, e ricordo che quando fu trovato il cadavere la mia reazione fu di pianto”, racconto, in relazione all’assassinio di Aldo Moro, “Acciambellato in quella sconcia stiva,/ crivellato da quei colpi,/ è lui…”, attacca una poesia su quel disastro), e rappresentò, in autarchia, lo spirito italiano, l’Italia; fu, forse, l’ultimo poeta di una nazione fondata dai poeti e che i poeti dileggia, disprezza. In una poesia, Poscritto, ancora “sulla lunga controversia”, Luzi assembla “il poeta e l’assassino”, giunti in una stessa metafora. Fu sfuggente, benché aureo, come certe figure icastiche e regali scaturite da Bisanzio, Luzi: la monografia che Daniele Piccini – studioso, accademico, poeta, soprattutto, che qui abbiamo invitato al dialogo – gli ha dedicato per Salerno Editrice è quindi strumento fondamentale. “Ti chiedo perdono di essere nato. Di esserci, di infliggere una macula alla purezza del creato, un grumo opaco alla sua trasparenza, un ingombro alla sua libertà illimitata. Sparire, essere soppresso, negato, vanificato, mai esistito: può una entità chiedere questo all’essere? Lo può una creatura al suo creatore?”, scrive Luzi, poeta sempre in picchiata, in ascesa verso i precipizi, negli ultimi pensieri. (d.b.)

Domanda canonica: qual è il ruolo di Luzi ‘nel contesto del canone lirico italiano del Novecento’?

Mi pare che la posizione di Luzi sia di indiscutibile centralità. Tra l’altro ha avuto in sorte una storicizzazione e una canonizzazione precocissime, ad esempio con l’inserimento nei Lirici nuovi di Anceschi del 1943 (dai quali mancava Caproni). Si può dire che nessuna antologia o disegno storiografico della poesia novecentesca possa prescindere da Luzi. A partire dalla sua giovinezza in odore di ermetismo passando per la sua maturità che va verso il “vero” e la prosa del mondo (ma anche verso i poemi aperti e instabili), fino alla stagione estrema che vive della affermazione in poesia dell’essere, Luzi ha sempre occupato un posto centrale della scena. Il che non significa averlo occupato senza controversia, un tema del resto così luziano. Basta leggere le critiche di Fortini e di Pasolini per intenderlo. Luzi è stato centrale, anche nel momento in cui rappresentava un’idea di poesia invisa a molti: è stato un punto di riferimento, a tratti anche polemico.

…ma subito appresso ti domando, in quarta, dopo aver citato la parola ‘canone’: Luzi ‘resisterà’ allo scempio dei titani e delle forme, alla poesia smaterializzata, al futuro? E per quale ragione?

Credo che resisterà, in parte perché la canonizzazione nel suo caso è un processo irreversibile, in parte per lo specifico della sua parola, che è spesso dilemmatica, interrogativa, problematica, e dunque capace di abitare epoche e riferimenti culturali diversi. Si può pensare in questo senso pure al suo teatro: anche dove parte da riferimenti storicamente precisi (Ipazia, il mito della rivoluzione in Rosales) li trascende e li rende figurazioni di un processo trasformativo e metamorfico che è sempre in atto nella storia. Lo stesso avviene nella saggistica luziana: parte da un autore, da un dato, da un problema e mira all’esemplare, a un’analisi che può risultare ancora utile in un altro e diverso contesto. Mi sembra insomma che, oltre al valore intrinseco della sua parola, Luzi sia contemporaneo di epoche diverse e in grado di parlare anche alle prossime generazioni. Il senso di scrivere una monografia su di lui sta anche nel cercare di rendere evidenti e di condividere queste coordinate.

Il libro di Luzi che ti pare decisivo. Il verso che ti sembra il più incisivo. E perché.

Luzi è un autore che si presta a moltissime e diverse citazioni, da Aprile-amore (in Primizie del deserto): “L’amore aiuta a vivere, a durare, / l’amore annulla e dà principio […]”, a Nel caffè (in Nel magma): “non posso non sentire in questo scalpiccio un che di santo”, fino almeno a Non ebbe (Estate mia settantesima), in Frasi e incisi di un canto salutare: “questa estate che mi fu data / e tolta / da aggiungere o da elidere? – qual è / il misterioso calcolo? Quale?”, ma passando per “il duro filamento d’elegia” da “recidere” di Il duro filamento, in Dal fondo delle campagne. Ecco, ti ho fatto alcuni esempi, tra i molti possibili. Le ragioni dell’essere incisivo di Luzi sono in una memorabilità che si lega a scoperte filosofico-teologiche e di senso, a una cooperazione al mondo, al suo travaglio.

C’è un evento miliare nella vita di Luzi che indirizza parti del suo lavoro poetico? Oppure Luzi è poeta distante, cristallizzato nell’assoluto di una vita mentale? 

Credo che la presa d’atto del disastro della seconda guerra mondiale (a cui non partecipò perché era stato riformato) e poi la morte della madre siano i due fatti che più hanno contato nel costringere Luzi a calarsi nel dramma di una vicenda comune, cioè di tutti.

Luzi senatore a vita; Luzi che stende un omaggio celebrativo alla bandiera italiana. Insomma, per un periodo Luzi ha rappresentato la poesia e il Paese, in una pur strana congiunzione. Ecco, sul rapporto tra il poeta e la politica, la storia civica, che profilo di Luzi emerge?

Emerge un curioso paradosso: il divenire ufficiale e nazionale di un poeta che ha sempre guardato con diffidenza al potere e al suo esercizio (non per nulla si era formato in un’epoca di mancata libertà come quella fascista). In effetti, se si va a vedere, Luzi non è mai stato il pacifico portabandiera di un’idea nazionale, ma un monito sull’eterna incompiutezza e tensione del disegno nazionale italiano (penso anche al modo in cui ha scolpito in versi la tragedia della morte di Moro). Inoltre non si è sottratto all’agone: le polemiche feroci che il Centrodestra berlusconiano sul finire della vita del poeta gli ha riservato e, prima, il sempre problematico appoggio italiano alla sua candidatura al Premio Nobel (che infatti non ottenne mai) fanno fede di un autore che si è sempre sottratto ai mercanteggiamenti di palazzo. 

Luzi oggi: cosa insegna a un poeta, cosa insegna a un lettore, a un uomo?

Secondo me suggerisce un’idea magnanima, generosa e drammatica della lingua. La parola è per Luzi un atto creativo che coopera e collabora alla creazione del mondo e fa sentire la creatura nel vivo della storia e della vicenda, con anche tutti i suoi assilli, i suoi tormenti, le sue interrogazioni. Suggerisce di usare la lingua per essere nel perenne generarsi della realtà, nelle doglie del parto della creazione, come dice san Paolo.

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