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“Siamo carnivora felicità”. Piccolo discorso sulla poesia di Mario Fresa

Mario Fresa è poeta colto, raffinato, e conosce il dolore. Cerca uno scatto nella scrittura che lo decentri, che lo sradichi da sé stesso. “… come il precipitare della tua fiducia / in una nuova legge che salvi te, senza più luce, e tutti i tuoi colleghi”.

Sono versi di Mario Fresa, dalla raccolta Svenimenti a distanza (Il Nuovo Melangolo, 2018), li leggo e vorrei avere qualcosa per sottolinearli. La salvezza non è per uno solo, per chi si perde (quello che non ha fiducia e non ha più luce), la salvezza deve essere anche per gli altri. Per me, che sono qui, in metropolitana, fra sguardi che temono, controllano, misurano le distanze.

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Entro in una cartoleria e compro una matita; vado avanti a leggere: “Che nessuno ci salvi; che i salvati / se ne vadano presto da qui”. È come se non si volesse una salvezza scontata, una salvezza qualunque, o un colpo di fortuna, no!, bensì una salvezza vera, una per ognuno.

“Fin qui, tutto bene: però la prima volta, adesso, lui dice / che non potrà sposarsi finché lei non è / del tutto guarita”. E dopo qualche verso: “Risposta non ufficiale: se anche lei alla fine, / poi riuscirà a sposarlo, durante un attacco di buona salute, // vedrai che se ne pentirà”.

S’intende dire lo scandalo della salvezza, in mezzo alla fine. Contro tutti: gli insensibili, gli ipocriti, perché occorre una felicità vera, non provvisoria ma duratura e salvifica.

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Continuo a leggere e a sottolineare: “La réclame, dimenticata presto dai tuoi buoni genitori, / succede di continuo e diventa familiare: dopo di noi, / ci ha salvato tante volte che lo abbiamo preso / in giro come un divo”. Troppe volte la salvezza non viene presa sul serio, per distrazione, perché inseguiamo visioni sbagliate, invece: “Pareva un regale scherzo, e intanto non ci siamo / allontanati mai da qui”. Infatti, come si fa ad allontanarsi da “un vero amore puro” sebbene “violento e screpolato”?

“Basta una sola camicia, però, quando avresti dovuto / solo chiedere perdono. Partono così tutti dal viso: / e tu allontani la gente, vista come una piccola / bestia che spalanca certi visceri d’artrosi; / o come una tetra camera un po’ tutta / da superare e con la quale uscire insieme, / come il dolore che richiama da vicino, / e che si muta in altra cosa…”.

Quale cosa?

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Uscito dalla cartoleria, in strada, vedo una bambina che prende la mano di un manichino e sorride. La madre, impegnata a scartabellare i vestiti di una bancarella, la chiama, la rimprovera da lontano. Ma la bambina guarda il manichino, è beata, stringe quella mano di bambola oltremisura.

“… mi piacerebbe sapere qual è la verità.  / Finale incompreso da tutti e due: / ‘Ti sei sbagliata mia cara se speravi / ch’io scendessi. Dal giorno che ho veduto / delle ali di cicala in una cacherella di volpe, / delle volpi io non mi fido più!’”. Scrive il poeta a pag.56, mentre a pag.53 si chiede: “Ma cos’era successo davvero, / ai nostri poveri amici? Oltre il giardino / dell’ospedale, dico? Oltre l’abbraccio / della prima ora? // E tu, scontrosa diligente, mi basterai per l’ultimo / proiettile, per questo allegro ballo inciso / nel fosforo dell’aria?”.

L’ultimo proiettile da scaricare è quello della domanda più vera, quella che s’incide persino nell’aria, che può arrivare a fare questo, permanendo nel tempo. Cosa ci lega al corpo, se non c’è la salvezza, se non c’è la verità della salvezza? Cosa me ne faccio del mio corpo? “(si aggiungevano, poi, strani segnali, abbracci / ininterrotti; il corpo è uno e ci accompagna, / ormai, quasi a metà)”.

E oltre la metà cosa c’è?

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Il metodo di Mario Fresa è inequivocabile: occorre cercarla la salvezza, a costo di sacrificarsi, di sacrificare sé stessi. “Ognuno è un mendicante. Ognuno, prima o poi, vuole vederti”. Sì, ma se arrivasse da sola, come un dono, e qui, in questo momento, nella malattia, nella morte, durante una riunione scolastica, in un interno familiare, nel mezzo dei nostri balbettamenti originati dall’ansia, insomma nel bisogno più urgente. Se fosse possibile! “Andavamo, insieme, già bruciati e impauriti, per finire, cioè, nella purezza delle cose: chi ce lo spiegherà sarà davvero un santo”.

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E ora Mario Fresa pubblica un nuovo libro di poesie, che s’intitola Bestia divina (La Scuola di Pitagora, 2020). Lo ordino da una grande libreria di Milano. Dopo qualche settimana mi mandano un sms per avvisarmi che è arrivato ma, quando vado a ritirarlo, vedo la commessa indaffaratissima, che va su e giù per i corridoi, vedo la sua testa che passa scorrendo sopra gli scaffali, in ansia, manco fosse dentro un labirinto e cercasse l’uscita. Alla fine mi viene incontro e mi dice di scusarla ma il mio libro non c’è. “Non ho parole” dice lei. “Figurati io” le rispondo. Proprio quando si dovrebbero trovare le parole, queste ci mancano, penso io andandomene. E, allo stesso tempo, penso: che bella storia, un libro che si perde! Potrebbe essere inserita in quel meraviglioso racconto di Dylan Thomas intitolato “Come iniziare un racconto”, che suggerisce il modo di liberarsi dagli stereotipi della narrativa corrente. Allora, mettiamo che io mi fossi messo d’impegno e non avessi mollato, protestando e non volendomene andare fino a quando non mi avessero dato il libro! Che sarebbe successo? Non male per un inizio letterario, no? Immaginatevi la cagnara e lo sconcerto… Comunque questo episodio fa pensare a quanto siamo deboli, quanto ci scoraggiamo facilmente. Uomini di poca fede!… Siamo sempre lì. Invece, il giorno dopo, mi telefonano dalla libreria per scusarsi e per dirmi che l’hanno trovato!

Leggo subito Bestia divina, lo divoro per non lasciarmelo scappare. Di Mario Fresa sorprende la compattezza dell’opera, del linguaggio, pur nell’estrema varietà dei registri, e la sicurezza dell’uso che ne fa, che non è mai frutto di tentativi, bensì di consapevolezza espressiva. Il dettato è limpido sebbene misterioso, grondante ubbidienza, nella tensione che serve l’ascolto al verso, la precisione della sua musica; forma che si torce per dire il vero, il senso della parola-abisso, il senso novecentesco della parola nascosta, ardua, che forse indica un’offerta di sé, giacché, scrive il poeta: “La buona notte è degli altri e mica tua”; oppure nelle tenebre della poesia si compie un sacrificio? “Anzi si spacca sul vetro fino, diresti, / a non essere più”. Come per essere solo quello che porta il peso della poesia, che regge il corpo di un malato grave, che non si tiene più in piedi, e il poeta desidera portarlo alla fine, condurlo alla salvezza (già, la salvezza!, ce l’eravamo dimenticata). Troia è in fiamme, Enea si carica sulle spalle il padre Anchise, sebbene sia vecchio, cieco, malandato e: “Lo ricorda perfino il medico, / scuotendo la sua coda: non può mica migliorare”.

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Ecco la bellezza del darsi, di dire una parola armoniosa, nel pieno dei nostri tempi, imbozzolati nella paura di dire e di vivere. Ma non finisce qui: “Mi disse padre, mortalità. Non potevano finirle. / Saremo a casa con la bocca già / pronta a finire in gloria”. Che senso ha la poesia se non è una consegna, un votarsi a? Ecco cosa scrive Mario Fresa in Disertore: “Noi stiamo con un ultimo ferito che sta intero / e che gli viene addosso: vero soldato / pronto a morire per una lingua che non passa / più mercato; e se ritorna, c’è una pesante corte / delle imprese che a suo modo / cerca di vivere, lo guarda a lungo / e poi gli chiede: che guerra è questa se in effetti / proviene dalle gambe che diventano, / come per sbaglio niente?”.

Dobbiamo sempre fare i conti con il nostro niente, che il poeta sfida nella sua allarmante natura, mentre “Il terreno, come d’incanto, ci spinge / a essere vivi”. Si assiste, dunque, a un movimento intrecciato, su imitazione del vero, del suo carico esistenziale, fatto di conquista e perdita, che raccoglie frutti e, a tratti, crolla: “Perciò studio di contorcermi tutto per vedere di trovare le delicate e asciutte parole di comando che serviranno a scegliersi la fine, il divampare della paura”, scrive il poeta in un frammento di prosa, a pag.40. Siamo sul fronte dei non-amati, di una grazia che non arriva, o se arriva si mostra contraria al suo proposito, come nell’Idiota di Dostoevskij, dove ci si chiede che fede si possa sviluppare guardando il quadro del Cristo morto di Holbein. Eppure non tutto si spegne con la nostra fine, con il nostro male. Ce l’hanno insegnato. Non a caso l’ultimo verso della raccolta dice: “… siamo carnivora felicità”. È un’immagine velocissima, da cogliere al volo, prima che svanisca, nel senso che anche l’invisibile agisce, è autonomo rispetto ai nostri desideri, e ci designa, forse ancor più della nostra volontà. E sempre, sempre, emerge il desiderio di un’altra vita, più alta. Così come siamo, stanchi del deserto e della desolazione, stanchi della fatica del deserto e della desolazione.

Vincenzo Gambardella

*In copertina: Nicola Samorì, “Il corpo squisito”, 2017

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