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“Sono un disertore, è ora di ammetterlo”. Dialogo con Marino Magliani

Finalmente un libro fuori tempo, fuori dal tono dominante, da leggere mentre la luce si scioglie in volpi e potremmo scegliere la via del mare, quell’empireo blu. Il cannocchiale del tenente Dumont “è la cronaca di una diserzione. Ha inizio in Africa nel 1799 e termina alla fine del 1800, in Liguria”. I disertori emergono dalla campagna d’Egitto, seguaci di Napoleone, dove hanno scoperto l’hascisc, la dolce droga che traduce la cronaca in sogno. Dopo Marengo, in tre – il tenente Gerard Henri Dumont, il capitano Philippe Lemoine e Bernardo Gilbert Urruti, chasseur – si danno alla macchia, tra i crinali liguri, scoscesi nello splendore. Tentano, infine, di evadere dalla Storia, effimeri su quella terra rude, arcana. Il romanzo – edito con suprema grazia da L’Orma – ha una forma antica e audace: accoglie diversi documenti (a volte autorevoli, a volte autistici; le parole dei disertori si confondono con il registro di Joahn Cronelius Zomer, “un dottore di origini fiamminghe”, al loro inseguimento, con il diario “di tal Guglielmo Maria Baldiueri”, con gli avvistamenti delle spie; a un certo punto appare una lettera di Pangloss, controfigura volteriana), tratteggia luoghi avari, vividi, dove la fuga è un carisma (“Un vapore annunciava qualcosa, e dietro il buio li aspettava l’aurora degli ulivi. Sono di un muschio azzurro e coprono le fasce fin sui costoni di fronte. Il mare non c’è nemmeno oggi, e in qualche modo le onde degli alberi sostituiscono il contraltare liquido. Risaltano striature di diamanti, sentieri, crepe, da cui emergono gruppi di tetti di ardesia”). La diserzione diventa, subito, tensione dello spirito, eleganza d’avventura, motivo che anima lo scrivere. La nota biografica avvisa che Marino Magliani “ha lavorato per vent’anni” a questo romanzo. Vent’anni fa – era il 2003 – Marino Magliani, classe 1960, ligure di Dolcedo, nasce alla letteratura, con L’estate dopo Marengo, che costituisce il primo passo verso questo romanzo. Più o meno conosco Magliani da allora: dopo aver vissuto in Spagna e in America Latina, stava in Olanda. Mi sembrò una specie di Maqroll il Gabbiere, abbiamo condiviso la passione per Francesco Biamonti, per anni ho frequentato quel suo lato di Liguria, accecante fino all’ombra, dove l’allusione è un credo e il segreto è ovunque. Ha pubblicato diversi libri, Magliani – ricordo: Quella notte a Dolcedo, La Tana degli Alberibelli, e di recente Prima che te lo dicano gli altri –, ha tradotto Haroldo Conti, Roberto Arlt, Horacio Quiroga, questo è senza dubbio il suo romanzo più bello, risolto, a tratti sapienziale (“Tutta la saggezza del mondo… si riduce alla fine a questo, a insegnarci a non temere il silenzio”). I sogni sono sempre indecenti, non altro ha senso che scappare dall’enciclopedismo storico, un abominio, frivolezza di assassini; si può sconfinare, anche in un giorno nemico.     

Dunque, da quale lontananza arriva questa storia: quanto di vero, di intorbidato dalla finzione c’è?

Da quella dell’infanzia, dalla campagna, figlio di contadini, minuscoli proprietari, che in fatto di tempo non significa come per i nostri disertori i costoni affollati di contadini da buio a buio, ma sì si trattava pur sempre di una vita trascorsa tra gli ulivi, a passar le mani sui licheni degli scogli affioranti, a studiare i gesti e i richiami di muli, buoi, l’assalto delle mosche. Nessun bambino della tua età, e allora, forse, è per leggittima difesa che cerchi i miti. Trovarli nel popolo di partigiani che solo un paio di decenni prima si riparavano sulle creste, nei boschi alti, quelli non ulivati (da qualche parte un Calvino armato aveva guardato il mio fondovalle), inventare per loro dinamiche di battaglia, vendette, e man mano innamorarsi di altre leggende: il passaggio dei napoleonici, coi loro tesori depredati e sotterrati da qualche parte. Da lì, nel voltarsi di scatto per un fruscio di biscia o il passaggio di una poiana, ed essere così certi che i bagliori alti hanno tradito la presenza di tre chasseurs, reduci dall’Egitto, il passo è breve e si ripete nelle stagioni.

Ancora la Liguria: terra ambita, di languori e di splendori. Che cos’è per te: una morgana, un pretesto, un porto, cosa?

Dev’essere stata la terra da disertare, fin dall’inizio, la frontiera che invita, ma forse ci gioca il destino, sei figlio di olivicoltori che debbono faticare sulle piante, potarle, abbacchiarle, e a un certo punto ti accorgi che hai le vertigini. Allora ti stupisci, io? E nello stesso tempo ti alleni, cominci presto a disertare, finisci nei collegi, ne esci e iniziano le stagioni randage. Ma hai ragione tu, è tutto un pretesto.

Snocciolami i tuoi maestri. Insomma, cosa leggi, il tuo libro da comodino, quello per l’isola deserta, quello che avresti voluto scrivere, che scriverai…

Per passione, sbandati verso lo slancio della tradizione, i Giovanni Boine dei miei costoni; per lavoro cerco latinoamericani nascosti, liberi, viaggiatori delle pampe. Qualcuno mi ha accompagnato su queste coste, Haroldo Conti, per esempio che ho tradotto col mio amico Riccardo Ferrazzi, e altri che rileggo, i Julien Gracq (è come ho conosciuto uno degli editori de L’Orma, Lorenzo Flabbi, che ha tradotto Acque strette) e devo dire tanti autori che ritrovo su Pangea, tra cui gli autori dal lamento azzurro la sera. Elio Lanteri, di cui purtroppo ci si sta – già – dimenticando e un po’ è colpa mia. Ultimamente, grazie a Alessandro Gianetti, ho scoperto Las calles di Felix Grande, il camminatore di strade degli anni sessanta-settanta nelle città franchiste, e per qualche mese o anno consumerò le suole sui suoi marciapiedi. Mi piacerebbe tradurlo. Naturalmente un sacerdote come Pablo d’Ors quando percorre i deserti. Il mio prossimo libro sarà su un calcio lirico che ho conosciuto dal bordo campo dei potreros in Sud America.

Lui è Marino Magliani

Come sei arrivato a centrare la ‘forma’ adatta a questo romanzo, fitto di documenti, di taccuini acefali, di cronache balbuzienti, indifese?

Non potevo permettermi di darle un tempo remoto, tranne che per la cronaca di Baldiuerì. Dovevano essere la fonte a raccontare e il dottor Zomer a trascrivere in un gioco di rimbalzi, anche se tante volte è già tutto definito, basta srotolare le vallate, una dopo l’altra, come passare il polpastrello spellato sui dentini del pettine. I primi narcotrafficanti moderni, un passaggio stretto, tra i poteri genovesi e un’enclave piemontese, se non era la giurisdizione napoleonica a mettere tutti a tacere. Non credo di averti risposto, mi affascinano le domande sulla ‘forma’, anche se le risposte restano a loro volta balbuzienti.

Il tema di fondo: la diserzione. Che è? Oltraggio, viltà, utopia… Cosa?

Potrei dire il destino, l’ho detto poc’anzi, mi ci sento assolutamente, un disertore, nessun esilio, era ora di raccontarmelo, per l’ennesima volta.

Infine: l’uomo dentro la Storia, in cui fatica a inscriversi, dunque segue tratturi impropri, strani, come quelli dei passeur di Biamonti. Già: che rapporto c’è tra i tuoi uomini – e te, per riflesso – e la Storia?

Giorno dopo giorno, il desiderio è quello di nascondersi e avvicinarsi alla meta. Quello dei fuggiaschi di Biamonti è che hanno una guida, una specie di santone, di guru, il passeur, e tutto dipende da lui. E contano su una frontiera, un di qua e un di là. I miei disertori hanno un miraggio che appare e scompare in un gioco di allucinazioni: Port Maurice, e quando ci saranno, quando a quel punto si tratta di trovare l’imbarco clandestino, si accorgono che il più non era ancora fatto. Forse l’uomo dentro la Storia, e la fatica di cui parli, sta sempre in quel più che non è ancora mai scritto.

Ultimissima. Ancora a scrivere? Ma cosa scrivi a fare?

Per cercare un entusiasmo antico, la malinconia dell’entusiasmo, la chiama d’Ors, e se lo trovassi ti spaventeresti come si va dall’oculista, e provando un paio d occhiali – il cannocchiale? –, dopo i primi minuti di capogiro riesci a vedere le cose come le vedevi da ragazzo. Non si scrive per rivedere le cose così?

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