21 Luglio 2023

“Lei scrive, pensa e vede come una ragazza”. Maria Corti e la mirabile impresa del Fondo Manoscritti

Nella sala, al primo piano, lo sguardo, inevitabilmente, cade su una morbida e sinuosa poltrona verde. La osservo con attenzione, ma non oso sfiorarla, nemmeno con una mano. Una comoda poltrona di velluto verde oliva, anni Cinquanta. I braccioli in legno foderati e una batteria di frange leggere sfiorano il pavimento. Maria Corti (Milano, 7 settembre 1915 – Milano, 23 febbraio 2002), la scrittrice leggeva qui, del resto siamo in una biblioteca impossibile. Al primo piano del Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia, la sua creatura.

“Siedo da tempo sola al tavolo bianco della sala Manganelli, che è molto vasta, profonda e ha un aspetto quasi nobile con le altissime scaffalature in noce donate dallo scrittore e la moquette giallo antico. Non un locale universitario, ma un teatro della mente; dunque un itinerario offerto a fantasmi, attraversato da tanti possibili linguaggi; il Fondo è luogo che si costruisce da sé, quasi a nostra insaputa”.

Questo scriveva Maria Corti nel luminoso Ombre dal Fondo (Einaudi, 1997), ristampato lo scorso anno in una curiosa copertina fucsia con una prefazione di Mauro Bersani. (Einaudi). Entrare nel Fondo è il privilegio per ogni studioso di Letteratura. Mi guardo intorno, il Fondo è letteralmente pervaso dalle ombre. Due capienti armadi di legno, con le ante di vetro oscurate da fogli di carta marrone, custodiscono il Fondo Ugo Foscolo, donazione di G. Acchiappati. La poltrona, leggermente logora sulla seduta, è senz’altro uno di quegli oggetti che hanno il potere della parola soltanto in virtù della loro presenza.

Quanti segreti, le parole intrecciate e nascoste nell’imbottitura, potrebbe rivelare?

“Questa – mi svela, intercettando il mio sguardo, Nicoletta Trotta, responsabile degli archivi dei manoscritti letterari e già direttrice del Fondo Manoscritti – è la poltrona di Maria Corti. Perché l’ha portata qui? Quando ha venduto la sua casa pavese, ha voluto trasportarla qui e ha detto: ‘così mi riposo un poco quando vengo al Fondo Manoscritti’. Ma posso testimoniare che era così energica e attiva che era sempre al pianterreno con noi. Era davvero instancabile”.

Nicoletta Trotta, sua allieva, un amabile sorriso e un volto sorridente, ha modi pacati e sereni, mentre delicatamente apre le robuste casseforti di acciaio grigio, che nascondono e proteggono i manoscritti. Siamo come nel caveau di una banca, ma senza sotterranei, possiamo guardare le rondini che svolazzano alla finestra. Solitaria, questa poltrona, vicino alla scrivania della Corti su cui sono appoggiati alcuni cimeli di Eugenio Montale: la sua macchina da scrivere, gli occhiali, il bastone, l’upupa impagliata, oggetti donati da Gina Tiossi, la governante di Eugenio Montale (dagli anni ’40 fino al 12 settembre 1981 quando è morto), nel 2004. Ma la Corti, purtroppo, non c’era già più. Il Fondo, del resto, è nato proprio grazie a Montale che a lei aveva regalato i suoi taccuini. L’ideatrice del Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei, Maria Corti ha raccolto e salvato dalla dannazione eterna testi autografi dei maggiori scrittori dell’Otto e del Novecento, nella città dove ha insegnato per molti anni Storia della lingua italiana.

Chi era davvero Maria Corti?

“Una grande donna. Per farti capire chi era Maria Corti, ti leggo uno stralcio di una lettera che il 5 febbraio del ’68 lo scrittore e giornalista Domenico Rea le ha scritto:

‘Carissima Signora, (la chiamo Signora, rifacendomi al suo significato di donna, domina, dominatrice, appunto, signora dell’intelligenza e di tante altre virtù, non escluse quelle muliebri, anzi…) per ringraziarLa, a mia volta, della sua stupenda, ariosa, fresca, primaverile lettera. Lei scrive, pensa e vede come una ragazza: è curiosa di tutto, vivacissima. Ha la prensile memoria propria della giovinezza e, secondo me, è uno dei rari esseri in grado ancora di sentire un paesaggio; di considerarsi felice di una stanza d’albergo con vista sul mare’.

Ecco, Maria Corti era proprio così: questa lettera, che ho pubblicato anni fa, mi aveva colpito proprio perché Rea, in poche parole, è riuscito a restituire un ritratto assolutamente fedele di come era davvero Maria Corti, e posso dire che quella freschezza giovanile, colta da Rea, Maria Corti la ha conservata fino alla fine. Mi sovviene un episodio che voglio raccontarti: un’estate ci ha invitato nella sua antica casa di famiglia, nella Val d’Intelvi, dove era solita passare le vacanze e invitava spesso gli allievi, gli amici. Ero lì con mio marito – lei era stata anche la mia testimone di nozze – e mio figlio Alessandro, piccolo, avrà avuto circa tre anni: lei l’ha preso per mano e l’ha portato fuori sulla terrazza per fargli vedere la luna. Aveva degli aspetti romantici, inaspettatamente, ti sapeva aprire il cuore. Maria Corti era un’eccellente studiosa, animata da una grande curiositas, ci metteva una straordinaria passione in tutto quel che faceva ed era sempre molto rigorosa. Aveva però anche grandi qualità umane: sapeva essere, ad esempio generosa soprattutto nei confronti dei giovani che spronava e valorizzava, era in grado di riconoscere il merito offrendo plurime occasioni per crescere; sapeva essere anche molto severa naturalmente, come una vera Maestra”.

E che mi dici della “signora degli archivi”?

“A lei spetta un vero e proprio primato cronologico, per aver creato per prima in Italia, alla fine degli anni Sessanta, un luogo deputato alla conservazione dei manoscritti letterari del nostro Novecento”.

Come è stato possibile istituire questo Centro Manoscritti così avveniristico?

“Maria Corti con grande lungimiranza volle arginare il rischio della fatale dispersione: le carte avrebbero potuto perdersi, buttate vie da eredi disattenti o poco esperti o al contrario potevano essere custodite troppo gelosamente nei cassetti privati, lei invece voleva favorirne la circolazione culturale. La sua scommessa personale, rivelatasi poi vincente, è stata quella di raccoglierle con finalità di studio, non certo per una conservazione museale, e per questo ha creato questo particolare archivio degli scartafacci presso un’università. Tutto è poi partito dal dono di certi taccuini che le fece personalmente il poeta Eugenio Montale. Maria Corti era affascinata dai percorsi dell’invenzione e lei stessa li sperimentava: aveva una doppia anima, era studiosa stimatissima, ma anche scrittrice in proprio, e anzi posso testimoniare che ci teneva moltissimo a questa sua seconda attività”.

Hai lavorato tanti anni a fianco di Maria Corti al Fondo Manoscritti: ti ricordi qualche episodio particolare legato alla raccolta dei manoscritti?

“Non potrò mai dimenticare – prosegue Nicoletta Trotta – lo stupore a Feltre, era il dicembre 1996, quando sono andata con lei a casa della vedova dello scrittore Silvio Guarnieri per ritirare tutta la sua corrispondenza coi maggiori protagonisti del panorama letterario del ’900: alla vista dell’ingente quantità di lettere da portare a Pavia io e Maria Corti fummo prese dallo sconforto, perché temevamo che non ci stessero tutte in auto, quelle missive. L’autista del Rettore che ci accompagnava ripose scatole e scatole in macchina e alla fine ci siamo fatte dare – Maria Corti non si perdeva mai d’animo – delle sacche per la spesa dalla vedova Guarnieri e abbiamo stipato le lettere dentro i sacchetti della spesa. Abbiamo viaggiato da Feltre a Pavia con in grembo le lettere spedite a Guarnieri da poeti e scrittori come Montale, Gadda, Vittorini, Gatto, Bilenchi, Zanzotto, solo per citare qualche nome! Un’avventura davvero emozionante, stiamo parlando di oltre diecimila lettere, un primo spoglio delle quali Maria Corti mi fece pubblicare sul n. 34 di “Autografo”, la rivista del Centro, da lei creata nel 1984, a cui la Corti teneva molto e che noi stiamo portando tuttora avanti (siamo arrivati al n. 69, appena uscito)”.

Nicoletta Trotta, allieva e amica di Maria Corti, attuale Responsabile Valorizzazione risorse documentarie
Area Beni Culturali del Centro Manoscritti dell’Università di Pavia

Come ha scritto Maria Corti, “Girare per il Fondo è come guardare un paesaggio dal finestrino di un treno: difficile indovinare la natura delle cose, l’intensità delle passioni che affiorano dalle Carte, trovare il sottofondo magico del passato, il nucleo di partenza per uomini e cose”. In questo suggestivo luogo che pare un grande forziere, si leggono manoscritti di Montale e Bilenchi donati dagli autori a Maria Corti, il manoscritto della Speculazione edilizia di Calvino, l’autografo della gaddiana Madonna dei filosofi portato da Gian Carlo Roscioni, e ancora Arbasino (che ha donato, tra le altre, anche una lettera di Proust) e Manganelli, i manoscritti di Saba, di Quasimodo e Carlo Levi e poi Alda Merini, Amelia Rosselli, Natalia Ginzburg, Fausta Cialente. Le ombre del Fondo pavese, insomma, sono tra le più luminose del panorama letterario italiano. Ma sia il Fondo Manoscritti che Ombre dal Fondo ci ricordano che le carte, con la loro fragilità, ci sopravvivono, in lacerti.

“Muovendosi per le sale, indugiando presso il grande tavolo della sala Manganelli, dove alcuni studiosi, immobili come se fossero dei morti, leggono manoscritti, le ombre non possono scommettere su ciò che avverrà o non avverrà. Per loro l’avvenire è come non esistesse. Il futuro si confonde con il nulla”.

Un luogo della memoria in cui la memoria si confonde, inciampa, tra una correzione e l’altra, in un ventaglio di varianti che ci squaderna un po’ la nostra vita. In autunno, per celebrare il cinquantenario dal primo riconoscimento ufficiale del Fondo Manoscritti si terrà un’importante mostra a Palazzo del Broletto a Pavia, dove saranno esposti molti materiali del Fondo, non solo manoscritti, ma anche fotografie. Si chiamerà “Scartafacce” per ricordare sì gli scartafacci, i quaderni delle minute, ma per riconoscere le facce, i volti, le mani che dietro a quelle opere si intravedevano e fanno capolino tuttora, tra le misteriose stanze e lungo corridoi del Fondo Manoscritti, a Pavia.

Linda Terziroli

Gruppo MAGOG