16 Agosto 2023

Marco Pesaresi, Pier Vittorio Tondelli e il mito della Riviera romagnola. L’uomo di oggi? Un involucro vuoto

Nel 2005 l’editore Guaraldi pubblica Rimini. Il romanzo vent’anni dopo. Il libro, a cura di Fulvio Panzeri, ripercorre l’epopea del romanzo ‘dell’estate’ di Pier Vittorio Tondelli, Rimini, appunto. Il romanzo – arruffato, bruttino, stampava Bompiani – sponsorizzato da ‘Dago’, da un micidiale battage pubblicitario, dalla leccornia delle polemiche, fu, per così dire, ‘generazionale’. Nel 1985, per dire, il Nobel per la letteratura andava allo scrittore ‘sperimentale’ Claude Simon; l’Oscar andava ad Amadeus di Miloš Forman, la Palma d’oro ad Emir Kusturica (con Papà… è in viaggio d’affari); lo Strega premiava L’armata dei fiumi perduti di Carlo Sgorlon (un raro, bel libro), al Festival di Sanremo vincevano i Ricchi e Poveri (ma furoreggiarono Eros Ramazzotti con Una storia importante, Anna Oxa con A lei e Zucchero con Donne, finito penultimo). L’idea, generica, era quella di un’epoca stretta tra paludi nostalgiche e piantumazioni pop; tra pistole e coriandoli; nessun ‘fuori pista’, tuttavia.

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Guaraldi – un mago dell’editoria – ha un’idea affascinante per illustrare Rimini vent’anni dopo. Usa una serie di fotografie della Riviera scattate da Marco Pesaresi. Sono immagini meravigliose, spiazzanti, strette – appunto – tra la torsione malinconica e la vita nuova, la festa al massacro. La scelta editoriale crea una sorta di cortocircuito cronologico, di prodigioso frainteso. Le fotografie di Marco Pesaresi, rimbaudiano fotografo riminese, non si allineano alla vita di Vittorio Tondelli, l’aedo degli anni Ottanta, lo scriba violentemente pop, il nostro quasi Freddy Mercury della scrittura. Quando muore Tondelli, nel 1991, Pesaresi è da poco entrato nella prestigiosa agenzia Contrasto. Pesaresi, con la grazia lieve di chi si leva, di chi sa stare al fianco, propria degli invisibili, è stato il cronachista degli anni Novanta – un decennio chiaroscurale, brunito di ambizioni malate, di amori catacombali. Non ha partecipato alla festa, Pesaresi. Per certi versi, l’opera di Marco Pesaresi è il contrario di quella di Pier Vittorio Tondelli.

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Ad esempio: non il libertinaggio – categoria della prigionia – ma la libertà. Marco Pesaresi amava il sole: per questo, ha viaggiato nei luoghi oscuri del mondo, con la macchina fotografica come lanterna, come aviere di luci, un favo. Il lavoro più importante di Pesaresi, Underground, è una verifica degli inferi del pianeta: mappare le metropolitane, il viaggio nel sottosuolo. Le fotografie furono vendute alle massime testate europee, e non solo. Della metropolitana di Mosca, intorno alle immagini di Marco, scrisse Manuel Vázquez Montalbán, lo scrittore spagnolo morto vent’anni fa, un tempo molto letto. L’incipit è interessante:

“Il regime di Stalin concepì la metropolitana di Mosca come un tempio sontuoso dove ogni giorno il proletariato poteva ricevere la conferma di quanto fosse stato fortunato ad aver fatto la rivoluzione”.

Nel 1998 Contrasto ricavò dai servizi di Pesaresi un libro divenuto ‘di culto’, con l’introduzione di Francis Ford Coppola.

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Soltanto un uomo di luce può percorrere la via negativa: intonacare di luce l’oscurità. Mungere il leone nero. Agguantare la luce là dove regna il buio e gli esseri sembrano al servaggio di un dio codardo.

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Vent’anni fa – le ricorrenze ci inseguono – Contrasti pubblica un album di fotografie di Marco Pesaresi, Rimini. Il libro è introdotto – per affinità simbolica, forse – da un testo di Federico Fellini, tratto da La mia Rimini. Anche qui, l’effetto è alienante: Pesaresi non c’entra nulla con Fellini e c’entra poco con Tondelli. Eppure, diciamo così, Fellini è l’arconte della ‘romagnolità’ adriatica e Tondelli – soprattutto per il lavoro compiuto nel 1990, nel volume collettivo Ricordando Fascinosa Riccione, in cui ha dato dignità letteraria a questo lato del mare, con cospicua antologia di autori – ne è stato l’esegeta, l’esecutore.

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In calce al romanzo, Rimini, Pier Vittorio Tondelli allega una compilation. Il primo romanzo italiano in cui la musica è consustanziale allo scritto. Spiccano i Duran Duran – New Moon On Monday –, Eden degli Evrything But the Girl, Cyndi Lauper (Time After Time), Prince – “un personaggio ambiguo, una specie di Jimi Hendrix accessoriato con giarrettiere e provocanti short in pelle nera” – con I Would Die 4U – gli Smiths – di cui PVT amava “il verme sottile e nauseabondo della morte, della decomposizione fisica che serpeggia invisibile” – i Talking Heads e David Sylvian. Marco Pesaresi, piuttosto, preferiva Sinéad O’Connor, la parusia dei perduti più che la dannazione snob, la paresi dalla fama; amava la musica non per forza occidentale, l’enfasi del folklore. Nel 1996 Fabrizio De André usciva con l’ultimo disco, Anime salve: quella purezza priva di salvifiche preci gli piaceva.

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In un’intervista rilasciata ad Enrico Regazzoni per “Linus” (luglio, 1985), Pier Vittorio Tondelli allinea le sue guide, i suoi lari, limpide fonti.

“Ogni libro che ho fatto si riferiva a certi maestri. Altri libertini aveva dietro Céline, Gadda, il primo Arbasino, il Kerouac più sentimentale. Pao Pao doveva ancora qualcosa a Céline, piccole cose a Genet, qualche cosa ancora a Kerouac. Rimini è molto legato agli scrittori dei miei diciotto anni: Chandler, Fitzgerald, un certo Mailer, un certo Baldwin”.

Marco Pesaresi era un uomo fuori tempo. Nella sua libreria spiccavano i poeti: Baudelaire, Byron, Dino Campana, su tutti. Il suo libro prediletto era Il viandante, una raccolta di scritti di viaggio e di poesie in vagabondaggio, da Firenze a Ceylon, di Hermann Hesse. L’edizione posseduta da Marco è del 1993, l’anno che coincide con l’inizio dei lavori più importanti. Il libro di Hesse si chiude con una poesia, Un tempo mille anni fa, che funge da frontone al lavoro di Pesaresi:

“Pieno di inquietudine e smanioso di viaggiare
destato da un sogno infranto
ascolto sussurrare la sua melodia
il mio bambù nella notte.

Invece di riposare, invece di giacere
mi sento strappato dai vecchi binari
a precipitarmi via, a volare via,
a viaggiare nell’infinito.

Vorrei dispiegare ali di uccello
fuori dall’esilio che mi circonda
per tornare laggiù, nei tempi
il cui oro ancora oggi mi risplende”.

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Finalmente, oggi Marco Pesaresi vaga solo. Vent’anni dopo Rimini, Rimini (Castel Sismondo) e Savignano sul Rubicone (Palazzo Martuzzi), il comune che custodisce il Fondo fotografico Marco Pesaresi (ergo: “oltre 140.000 documenti tra negativi, fotografie, provini, stampe e diapositive”), hanno realizzato la mostra una & sdoppiata Rimini Revisited (fino al 24 settembre). La rassegna è bella anche per l’appassionato – in totale: 173 fotografie, di cui alcune finora mai esposte –; per il turista sortirà l’effetto di una passeggiata in una Romagna di vigneti & feste bacchiche, di contado & disco ormai improbabile.

Le fotografie ‘riminesi’, appendice all’opera internazionale di Pesaresi, rappresentano il lato intimo del fotografo, le verità nascoste. Lavoro nato postumo e testamentario, questo, messo alla luce dopo la morte di Pesaresi: sigillo tragico, culmine dell’opera. Morì in dicembre, Pesaresi, come Tondelli, dieci anni dopo di lui. Due morti analoghe e contrarie, che segnano il carisma di due decenni contrapposti, gli Ottanta e i Novanta.

Come di uno che mangi dai resti di un pranzo di notte – non avere timore dell’accattonaggio.

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Con singolare ossessione, Pesaresi fotografa i riti arcaici e i festini estivi, il velo e il carnevale, la processione che attenta il prodigio e le baccanti da spiaggia, tentatrici. Sembra avere capito qualcosa che continua a sfuggirci riguardo alla festa. La vita notturna della riviera, la dissipazione che non ha riscatto, in vece del sacrificio, che tutto riscatta; l’esasperata nudità della beata gioventù – tette campanarie & falloforia romagnola – e la divisa di chi accompagna il santo nei campi, il corpo indiviso (abitare l’abito; o abolirlo). Nella festa arcana – retaggio di un popolo che alterna l’aratro alla vela; comunque, l’Adriatico è mare da arare, può crescervi un prato, sul suo torso – il solo denudato è il Figlio. Nella fotografia più intensa del ciclo, scattata a Montefiore Conca, una donna in chiaroscuro, dal viso sdoppiato, fuori fuoco, osserva con stupita tenerezza il corpo deposto di un Cristo, di martirizzata bellezza: quel legno, per sovraesposizione di pietà, pare vera carne, le costole, ben visibili, sono la prua di una nave, dalle ferite, simmetriche, boccheggiano rose. Trovate le differenze, dice Pesaresi, pare, tra santuario e discoteca, tra mare e grano, deserto e spiaggia, rupi romane e sesso ossesso; salvi e dannati.

Soltanto un uomo dall’animo lieve, lieto del suo essere altrove, alato, può fotografare il fermento della vita: che tutto è offerto, è lì, da divorare, che tu sei parte dell’offerta, argomento del pio pasto, e devi scegliere se essere preda o carne curiale, indigesta. Il sacerdozio di Pesaresi – livida sempre la sua bellezza, bianca per troppe botte – è di un nitore abbacinante.

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C’è poi l’altra questione. Nei Novanta ipostatizzati da Pesaresi l’uomo è ancora uomo, l’immagine, la fotografia ha ancora – pur desueto – un vantaggio di simulacro, virtù del feticcio. L’oggi è l’incenerimento dei corpi per eccesso di autoscatti, una continua fucilazione, suicidio costante: prendi la mira, sorridi, scatto-grilletto. L’immagine fotografica, parente stretta del volto che si rispecchia nel lago, dello specchio, è demoniaca: succhia l’anima, ha avidità di vampiro. L’oggi è l’umanità da sé dissociata, che esiste finché altri la guardano, in sé insussistente. Perciò: involucri – belli, per carità, ma vuoti. Crisalide che non sboccia; fioritura ferma. Ma tutti si pensano formidabili farfalle, fiori sgargianti.

Pesaresi fotografa, ancora, l’individuo: lo spudorato era possibile perché esisteva il ritegno e il pudore; l’osceno era lecito perché era implicita la messa in scena; l’eccesso era un accesso all’altra vita. Dissipare era una scelta: oggi, tristemente, si spira – se fotografi con il cellulare il luogo in cui sei stato, di strabordante esotismo, quello, letteralmente, scompare.

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…ah, la grandezza di Pesaresi, il fotografo degli ultimi giorni, dell’estate che in sé coltiva un principio d’inverno, quelle febbricitanti nebbie. Così scrive di Rimini, era il 17 agosto del 1997, Marco Pesaresi, di ritorno da Parigi, dove “sognavo il mare azzurro e trasparente” e ritrova una città circonfusa nel pallore:

“Il paesaggio era quasi surreale, forse triste con qualcosa di magico e luminoso, di non visto, di non capito”.

Di quello si cerca, braccando l’alba: l’invisibile, lo sconosciuto. Ansimanti di luce. L’ennesima innocenza, il dio che nuota, mai innocuo.

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