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“Entra nel cuore degli altri”. Marco Aurelio, l’imperatore che piace ad Hannibal Lecter

Nasce 1900 anni fa, il 26 aprile del 121, a Roma, Marco Aurelio, la cui statua equestre – la copia – campeggia in Campidoglio: l’imperatore, svestito di orpelli regali, a viso scoperto, con la tunica, allunga il braccio, la mano. Il cavallo è di una bellezza disarmante, leonina, pare lui, in verità, il dio, e il suo cavaliere uno degli attributi che si addicono all’insondabile: quiete, pazienza, fermezza. Il re cavalca a gambe scoperte, il volto è quello canonico, aureo, con i capelli ricci e la barba, gli occhi fissano un’entità lontana – forse te, piccolo suddito, che di lui immagini, molti secoli dopo – e il gesto, da taumaturgo, pare portare pace.

Non fu un regno pacifico, tuttavia, quello di Marco Aurelio, succeduto al trono per sapienza, è detto – fu adottato ragazzo, quasi un prodigio, su indicazione di Adriano –, ad Antonino Pio, nel 161. Pare abbia accettato l’onere dell’impero contro il suo volere; fino al 169 governò con Lucio Vero, meno capace di lui. Seguì gli ideali di Adriano, tento di far valere il merito sui privilegi aristocratici, vietò la tortura. Preferiva lo studio, il governo del cuore, ma fu costretto a combattere, ovunque, dacché Roma era sotto assedio: dalla Siria alla Britannia all’Armenia. Era affascinato da mondi estremi, che potevano distrarlo, forse, dai precetti imperiali, da una morigeratezza che non esclude l’assassinio: nel 168 accolse a Roma un’ambasceria inviata dall’imperatore cinese. Nel vasto impero d’Oriente, Marco Aurelio era conosciuto come An-Tun: all’imperatore sarà parso un rebus sublime comparare la morale di Confucio a quella di Seneca. Viaggiò in Egitto per suggere l’ermetismo; fu ad Atene, a visitare la scuola cinica di Zenone; si fece illustrare i misteri eleusini e a Smirne incontrò Elio Aristide, autore dei Discorsi sacri.

L’impegno più importante, però, fu alle porte dell’impero, in Germania, contro Quadi e Marcomanni: lì, nel fango di Vindabona (Vienna), di Carnunto (in Austria, presso Petronell-Carnuntum), “sul fiume Granua” (oggi il Grann, presso Budapest), Marco Aurelio appunta i suoi pensieri, rivolti a sé stesso, dunque a tutti, visto che l’imperatore è la quintessenza dell’uomo, un cosmo. Sono pensieri in moto, segregati nell’occasione, segnati nel pieno della rivolta, in guerra, come passatempo: Marco Aurelio, infine, con severità di stile e ferrea nobiltà, ci dice ciò che sappiamo, che la vita è breve, instabili le passioni, vana l’ambizione, che Roma è nulla rispetto agli astri, che “Per l’animale ragionevole, la stessa azione secondo natura è anche secondo ragione”, che “Tutte le cose sono concatenate reciprocamente e il vincolo che le unisce è sacro”, che “Ogni cosa materiale si dissolve presto nella sostanza del Tutto”, che “Quanti, celeberrimi, sono ormai avvolti dall’oblio…”. Che questi aforismi, un pensare disorganico, per fiamme, un penare geometrico, siano scritti in greco, lingua altra, alta, colta, fa del libro, collezionato, in effetti, un incendio freddo, un’Antartide. Glaciale pare la risonanza, ora, con i concetti segnati da Marco Aurelio, allora: l’uomo inafferrabile è nello scaffale di una libreria. Affascina che il potere di quell’uomo, assoluto, si riverberi nell’opera scritta – esempi analoghi sono rarissimi: di Adriano non ci è giunta che Animula vagula blandula, di Cesare l’autobiografia in terza persona, di Aśoka gli editti –; speriamo, nel profondo, nella vorticosa sapienza del vertice: che il più in alto sia anche il più saggio, il più bravo. Ha ragione Carlo Carena – che per Einaudi ha curato una versione dei Ricordi –, allora: “Si avverte nel libretto scritto sul trono dall’imperatore la solitudine atroce di chi giunge tardi al banchetto, stanco e senza più speranze… La ragione vera dell’interesse di questo libro non è la sua celebrata serenità, il modello di un saggio divinamente sereno, ma all’opposto il travaglio di una ricerca mai conclusa, la prova deludente di uno sforzo etico astratto dalla complessità del reale. Qui le parole di Marco Aurelio trovano risonanza in ciascuno di noi”.

Iosif Brodskij dedicò a Marco Aurelio un Omaggio potente (raccolto da Adelphi in Profilo di Clio): amava quello “sconclusionato monologo interiore”, “quel libro malinconico”, e quel sovrano, “Eri un’isola, Cesare… Sei stato semplicemente uno degli uomini migliori mai vissuti, ed eri ossessionato dal senso del dovere perché eri ossessionato dalla virtù”. Piuttosto, Brodskij era ossessionato dall’aristocrazia del pensiero, dall’oro in mezzo al sangue, dal potere della parola, dall’ipnosi a cui rassegna il potere. D’altra parte, Marco Aurelio, pensatore ‘pratico’ a dispetto delle astrazioni, perfino superficiale, a tratti, ma sempre efficacie, piaceva a sovrani (Federico II di Prussia) e a filosofi (Schopenhauer), è citato da Walter Pater e appare sulle labbra di Hannibal Lecter, quello del Silenzio degli innocenti: “L’imperatore consiglia la semplicità. I primi principi. Di ogni cosa particolare domanda: Che cosa è in se stessa, nella propria costituzione? Qual è la sua natura causale?” (per un repertorio si veda l’edizione dei Pensieri a cura di Antonia Marchiori, Salerno, 2005).

Certo, l’imperatore ha ucciso, massacrato, trescato. Una specie di cristallina indifferenza lo pervade: “Non c’è male per quel che si trasforma come non c’è bene per quel che deriva da trasformazione”, scrive, e dunque, “Se non sei diritto, drizzati”. Al di là del bene e del male, rimanda, per analogia di eccessi, al canto divino induista, la Bhagavadgita, quando Krishna urla ad Arjuna “Abbandona la tristezza, alzati e combatti”, dacché “Chi pensa che lui sia l’uccisore e chi pensa che lui sia l’ucciso tutti e due sono ignoranti. Egli non uccide e non è ucciso. Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v’è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore quando muore il corpo”.

Marco Aurelio morì, nel 180, in guerra: la peste dilaniava le legioni da anni. Consapevole della fine, si diede a digiunare, per affrettare, senza affanni, la morte. Fu cremato e divinizzato. Della sua anima, non sappiamo.

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 Massime per vivere felici

La natura, fatalmente, per necessità, agisce così.

Quel che non corrompe l’uomo non corrompe la sua vita e non gli reca danno.

Annienta l’opinione e non esisterà l’insulto.

Tutto ciò che avviene, avviene con giustizia – non secondo una sequenza di causa ed effetto, ma secondo una legge giusta, che retribuisce i meriti.

Non giudicare le cose come fa chi ti insulta – guarda le cose per ciò che sono.

Hai la ragione? Usala!

Sei parte del Tutto e presto tornerai tra le sue viscere.

Non vivere come se avessi migliaia di vite – soggiaci all’inevitabile, cerca di essere buono.

Fra dieci giorni sarai un dio per quelli ai quali oggi sembri una belva feroce o una scimmia.

Ogni cosa dura un giorno, sia chi ricorda sia chi è ricordato.

Abbandonati al destino, lascia che Cloto ti fili la sorte a suo piacere.

Devi diventare come uno scoglio su cui s’infrangono le onde del destino: egli è immobile, intorno le acque, infine, si placano.

Della materia sei un atomo – dell’eternità un rapace intervallo – del fato, dimmi, che parte sei?

Alessandro Magno e il suo vaccaro hanno vissuto la stessa sorte, morendo: il loro atomi si sono dispersi.

Uni per gli altri sono gli uomini – addestrali o sopportali.

Entra nel cuore degli altri – lascia che gli altri entrino nel tuo cuore.

Spesso non è ingiusto solo chi fa, ma anche chi si astiene dal fare.

Liberati della noia: non è fuori di te, ma nelle tue opinioni.

Tutto si trasforma – tu muti di continuo – di continuo ti dissolvi insieme all’intero universo.

Smettila di dire come dovrebbe essere un uomo – diventalo.

Se non è bene – non farlo; se non è vero – stai zitto: orientati solo all’onesto.

Se vuoi salvarti, aliena da te le opinioni.

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