18 Luglio 2020

“Al verme che per primo ha corroso le fredde carni del mio cadavere”. Il capolavoro di Machado de Assis, un libro scritto dopodomani

Nonostante il nome suggerisca geologie nobiliari e un assetto aristocratico – assis è il genitivo di asse, la moneta in bronzo arcidiffusa tra i Romani, con il Giano bifronte inciso sopra – era povero, balbuziente, afflitto da epilessia. Nacque il primo giorno d’estate del 1839 – pare – registrato all’anagrafe da un imbianchino mulatto, discendenti di schiavi liberati, e da una lavandaia portoghese, originaria delle Azorre. Eppure, quest’uomo sbilanciato agli inferi della catena sociale, Joaquim Machado de Assis, divenne il primo presidente dell’Accademia brasiliana delle lettere – di fatto, l’uomo per cui l’Accademia fu creata –, ottenne lauti incarichi politici, in alcune fotografie ufficiali, cravatta, giacca, gilet, barba curata, occhiali fini, ha la scaltra innocenza dell’arrivato. I repertori spagnoli ci avvisano che “Machado de Assis è considerato uno dei grandi geni della storia della letteratura, al fianco di autori come Dante, Shakespeare e Camões”. Dubito che alcuni abbiano udito il nome di Camões – l’opera somma di questo poeta oceanico, I Lusiadi, è scomparsa dagli scaffali italici, in naufragio editoriale –, di certo nessuno lo metterebbe allo stesso desco con Dante e il Bardo. In effetti, Machado de Assis, scrittore di inarginabile potenza, è più citato che letto, poco tradotto in questo Paese – in prima battuta, da Carabba e Rizzoli, decenni fa – per lo più sottomesso al tacco narrativo dei cowboy; un peccato minimizzato, in parte, dai piccoli efficacissimi, Lindau, prima, Fazi, ora, con sfoggio di citazioni abbaglianti, non inesatte (“Il più grande scrittore di sempre dall’America Latina”, Susan Sontag; “Sono rimasto scioccato per quanto è affascinante e divertente”, questo è Woody Allen).

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Varcò un’infanzia oscura, restò orfano a poco più di dieci anni: la matrigna, María Inés, lo portò con sé a San Cristóbal. Lavorava in una fabbrica di caramelle; il ragazzo, “Machadinho”, come lo vezzeggiavano, andava per le strade, incrudelite dal caldo, a vendere dolci. Non frequentò le scuole – ebbe una istruzione dispersa, disperata, apocrifa. Ciò gli ha permesso, forse, di scrivere il libro più rivoluzionario della letteratura moderna. La proprietaria di una panetteria gli insegnò il francese leggendogli Victor Hugo; la salute fragile gli concesse il tempo per leggere, in librerie ambulanti, Edgar Allan Poe. Imparò pure il tedesco, così, come gli altri vanno a caccia di volpi o di coccodrilli. Pensò di essere poeta: pubblicò il primo libro nel 1864 e per fortificare la propria tensione, sposò nel 1869 una portoghese, figlia di poeta. Si dice che gli epilettici siano i nipoti di un dio: Machado de Assis fu baciato dal prodigio, aveva esordito sui giornali a 15 anni. I suoi libri immortali sono romanzi, però. Il primo, pubblico nel 1872, pare un grido di gioia, s’intitola “Resurrezione”. Il più bello, Memorie postume di Brás Cubas, appena edito da Fazi nella traduzione di Daniele Petruccioli, del 1881, pare scritto dopodomani. Così Carlos Magalhaes de Azeredo ne ha riassunto l’indole ideologica: “Machado de Assis fu il pensatore del supremo disinganno, nella cui considerazione il dubbio è meno che dubbio, poi che svanisce nella certezza dell’irreparabile. Per lui ‘l’esistenza non è che miseria, e la natura contempla indifferente i nostri infortunî’. Ma pure bisogna vivere, e nella vita la pratica della bontà è ancora uno dei pochissimi mezzi che ci possano procurare una felicità relativa”. I suoi scrittori erano Luciano, Lucrezio, Montaigne – che mescolava, col senno di poi, a un ardito ‘avanguardismo’. Pare il giudice di un duello tra Seneca e Marcel Duchamp, ecco.

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Dedicato “Al verme che per primo ha corroso le fredde carni del mio cadavere”, Memorie postume di Brás Cubas è un capolavoro irritante, che rovescia tutti i canoni letterari. Intanto, l’autobiografia di Brás Cubas, specie di Oblomov amazzonico, borghese, borgesiano, sfacciato parassita, “tutto al negativo”, comincia dalla fine, dalla morte, “sono spirato alle due del pomeriggio di un venerdì d’agosto del 1869, nel mio bel palazzetto con giardino nel quartiere di Catumbi, a Rio. Avevo sessantaquattro anni o giù di lì, vissuti in ricchezza e in salute, ero scapolo, possedevo circa trecento milioni e al cimitero mi hanno accompagnato undici amici”. Velocità, ironia a rasoiate e preveggenza – 1950, Sunset Boulevard, firma Billy Wilder: la storia di Joe Gillis/William Holden è narrata a ritroso dal tizio che giace, morto, pancia sotto, nella piscina di una cinematografica villa di Los Angeles – sono i caratteri carismatici di MdA. Il romanzo, in effetti, sta tra gli inclassificabili – come il “Tristram Shandy” di Sterne, il “Gulliver” di Swift, per dire – avanguardista prima delle avanguardie, un telescopio gettato nei mondi a venire, di cui ci viene dettagliato perfino il più infimo cratere. Così, per dire soltanto di una istrionica spavalderia, il capitolo 136 s’intitola Inutilità e fa: “Ma o mi sbaglio di grosso, oppure ho appena scritto un capitolo di un’inutilità assoluta”. Stop. Il capitolo 139, invece, Di come non diventai ministro, è una pagina bianca, fitta di punti di sospensione. La spiegazione accade nel capitolo successivo, A spiegazione del precedente, appunto: “Alcune cose si esprimono meglio tacendo”.

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Voglio dire: nel 1881 Zola pubblicava Nanà, era era di naturalismo, in Francia; Thomas Hardy aveva pubblicato da poco Via dalla pazza folla; Henry James era alle prese con Ritratto di signora, Fogazzaro si faceva stampare Malombra e Verga consegnava a Treves I malavoglia, mentre Dostoevskij passava all’altro mondo. Tutti romanzi – e romanzieri – eccellenti, che è da scemi mettere in gara. Eppure, Machado de Assis pare più prossimo a Joyce che a costoro: dal nulla, dal buco buio di una giovinezza informe, oscura, quest’uomo s’inventa una letteratura, cavandola dal cilindro del genio.

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L’anno dopo la pubblicazione di “Brás Cubas”, MdA pubblica L’Alienista, libro di paranormale magniloquenza, che ricama sulla follia connaturatamente insita nel cuore dell’uomo – il precedente? Le Lettere sulla follia di Democrito di Ippolito. Il libro, in edizione raffinata, fu edito da Franco Maria Ricci. Deliziosa la ‘quarta’: “Scritto nell’Ottocento da un mulatto col pince-nez, che fu l’alunno di Luciano e di Swift, L’Alienista svela con levità e sarcasmo il carattere subdolo e fanatico delle cosiddette scienze psichiatriche; sfiora il tema della loro collusione con il potere politico; smaschera gli arbitrii su cui si reggono i manicomi, luoghi di una detenzione senza parole e senza Rivolta”. Per altro, L’Alienista è serie tivù, ambientata nella New York di tardo Ottocento, di qualche successo.

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La natura di MdA, tuttavia, è da osservatore ferino delle miserie umane. La pietà, costui, la misura in coltelli. Così nella sua Filosofia degli epitaffi (capitolo 151): “Fra persone civilizzate, ogni epitaffio è l’espressione del pio, segreto egoismo che induce gli uomini a strappare alla morte almeno un lembo dell’ombra che fu. Di qui, forse, l’inconsolabile tristezza di chi vede i propri cari sepolti in una fossa comune; quasi che quell’imputridirsi anonimo possa contaminare pure loro”. Lo ritenevano inferiore e infelice, con una veronica, rovinosamente, mutò l’etimo e l’etica del romanzo. (d.b.)

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Capitolo 49

La punta del naso

Naso, coscienza priva di rimorsi, quanto mi fosti utile nella vita… Avete mai riflettuto sui perché del naso, cari lettori? La spiegazione del dottor Pangloss è che è stato creato per poterci posare gli occhiali – e questa spiegazione, lo confesso, fino a un certo momento mi è sembrata inoppugnabile; ma poi è arrivato il giorno in cui, mentre meditavo su questo e altri argomenti oscuri e filosofici, mi imbattei nell’unica, vera, definitiva spiegazione. In effetti mi bastò porre attenzione alle abitudini dei fachiri. Come sapete, lettori, un fachiro passa ore e ore a fissarsi la punta del naso, al solo scopo di raggiungere l’illuminazione. Piantando il suo sguardo lì, perde ogni sensazione del mondo esterno, si bea dell’invisibile, impara l’impalpabile, si svincola dalle cose terrene, si dissolve, diventa etere. Questa sublimazione dell’essere attraverso la punta del naso è forse la facoltà dello spirito più eccelsa, e la capacità di attingervi non appartiene soltanto ai fachiri: è universale. Ciascun uomo ha il bisogno e la capacità di contemplarsi il naso allo scopo di raggiungere l’illuminazione, è una pratica che ha per effetto di subordinare l’universo a un naso solo e che costituisce uno degli elementi principali dell’equilibrio sociale.

Se i nasi si fossero osservati sempre l’un l’altro, infatti, il genere umano sarebbe durato al massimo due secoli: avrebbe incontrato l’estinzione fin dalle prime tribù. Già sento l’obiezione dei lettori: «Ma come può essere», ribatterete voi, «se non si è mai visto un uomo andare in giro con gli occhi fissi sul suo naso?». Cari lettori ottusi, se dite così dimostrate solo di non aver mai saputo entrare nella mente di un cappellaio. Immaginate un cappellaio che passa davanti a una cappelleria; è il negozio di un concorrente, aperto due anni fa; allora aveva due ingressi, oggi ne ha quattro; promette di aprirne sei, poi otto. Nelle vetrine stanno in bella mostra i cappelli del concorrente; dagli ingressi entrano i clienti del concorrente; il cappellaio fa il confronto fra questo negozio e il suo, più antico e con due ingressi soltanto, e fra questi cappelli e i suoi, meno ricercati ma altrettanto cari. Ovviamente si mortifica; ma continua a camminare, tutto concentrato, lo sguardo a terra o davanti a sé, mentre si interroga sulle cause del successo dell’altro e sul suo essere rimasto indietro nonostante la sua bravura evidentemente molto superiore a… È in questo istante che fissa gli occhi sulla punta del suo naso. Da ciò si evince l’esistenza di due forze imprescindibili: l’amore, che serve alla moltiplicazione della specie, e il naso, che serve alla subordinazione di questa all’individuo. Procreazione e riequilibrio.

Machado de Assis

*Si pubblica per gentile concessione da: Machado de Assis, “Memorie postume di Brás Cubas”, Fazi 2020, traduzione di Daniele Petruccioli

**In copertina: Guercino, studi di bocca e naso (l’immagine è tratta da qui)

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