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“Rifiutò ogni sapiente via di uscita umana. Ritornò agli elementi”. Discorso intorno a un libro carnivoro

Un ghepardo al Baltico – questa è una immagine che folgora, che ha presenza. No, non affascina la bestia esotica in contesto nordico, per contrasto. Il ghepardo, nell’immagine, trotta lungo le vie di Lubecca – o di Danzica – città, in ogni caso, propriamente umane, emblema geometrico, esatto, del talento cherubico che ha in dote l’uomo. La città nel luogo improprio, inospitale, ha la bellezza di un sonetto, cristallino, di un ritratto di Jan van Eyck, dove, è certo, quegli occhi sfonderanno il quadro, ti taglieranno il palmo delle mani, rovinandoti la notte – purché il sangue sia bianco, eccezionale. Un ghepardo a Lubecca – o a Danzica – con quella eletta eleganza, improvvisamente priva di preda. Qualcosa di così anomalo, imprevisto per lucentezza, da mozzare ogni reazione. Di fronte a un orso, a un lupo, il cittadino sa rispondere: con il monolite dell’urlo o con la pistola. Il selvaggio si può domare – l’Europa, in sé, è una museruola sull’eccedenza – lo stupefacente, no. Di fronte al ghepardo che trotta in una arcana città baltica si rimane in silenzio, per sbigottimento – la lingua è lacerata, non sa organizzare per grammatica quel lacerto che proviene dal sogno di un dio perduto, quando al posto del campanile c’era una quercia (perché ogni città, sappiate, è una trappola in vetro e marmo, ammirevole). L’unica cosa che si può fare, è implorare che ti uccida – ma il ghepardo, come una spirale di sabbia, colpa espiata in morsi, va via – trova indecente l’indecisione, la morte priva di corsa. Morire, in effetti, è il privilegio degli dèi predatori – gli altri, umani, sbattono nel limbo, mosche contro l’oblò dell’oblio.

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Una miniatura da Apocalisse etiope – lì dove sono sussurrate tutte le parole celate di Salomone, le chiavi per adempiere altri mondi – raffigura un bambino, in piedi, su un ghepardo. Il bimbo è nudo ed è spietato perché la sua giovinezza la sconta chi lo ammira, morendo. Non c’è giustizia – non c’è crudeltà: chi ha visto un ghepardo in corsa ricorda l’esplosione gialla, il corpo che si allunga, in linea retta, e vola, per cespugli di secondi. Nessuna eleganza – virtù di bestie oziose, urtate dal desiderio di dominio – ma dedizione alla fame. D’altronde, come potrebbe una creatura così fragile abbattere una preda più grossa se non tramutandosi in chiodo, inchiodando l’altro al proprio incoercibile terrore? Infine, credo che questo libro sia il capolettera a un buco nero, la prima miniatura di una bibbia che è un geroglifico di cobra. Insomma, è il manuale per farsi uccidere dal ghepardo – o mutarsi in esso, vedendo di Lubecca l’ossario, del Baltico la Giurassica indecenza, quando perfino le pietre declinavano lamenti.

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La prima volta che ho conosciuto Luca Orlandini – un uomo che ha occhi di rapace confitti in viso umano, ma della cui esistenza in questo tempo preciso è corretto dubitare – mi è parso che, dietro il velo dell’educazione, d’acciaio, rilevasse di ognuno il nascituro. Il luogo in cui uno nasce, intendo, cioè l’attimo in cui ha reagito, in coscienza, al mondo. L’urlo primo e consapevole, un’antartica ferocia – quel punto, insomma, in cui, almeno una volta, siamo stati vivi. Non tutti posseggono quel posto – che è un amuleto, un prototipo – e Orlandini transita al largo – senza disprezzo, perché disprezzare non sana e santifica uno sforzo, ma con spietato distacco – da chi non lo ha. La postura di Orlandini – quella di un nuovo nato, cioè di chi vive ogni cosa come l’ultima, pronto all’agguato, al guanto di sfida, a sfiduciare la metropoli e il suo organigramma – coincide con la sua scrittura: per dirimerla ci vogliono competenze da geologo, la pazienza dell’etologia. Questa è una scrittura che scatta, che si tocca, priva dell’ordinaria didattica dei saggi che si tengono nelle cucce per cani alla cinghia – cioè, sul divano di casa. Nelle intenzioni dell’autore, credo, è verbo che taglia: senza dubbio, questo è un libro carnivoro.

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Gli altri pensano penando – Orlandini, si direbbe, non si dà pena di pensare, scrive dispensandosi dal pensiero, depennando i pensatori, dalla dissipazione. 

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In effetti, il modo ideale per leggere questo libro non è capire – trascinare, probabilmente. Va letto a voce alta, intendo, perché solo così si sente il fiume, profondo, che agita la cresta e non fugge il crepitio, poi l’ostensione delle foglie, il giaguaro bello come un tabernacolo. Questo libro, cioè, si sente: la parola torna a essere suono, ritmo indubitabile, al di là di ogni fattura esegetica, atto che precede la didattica di chi descrive, specifica, compara. Non è altro, d’altronde: chi scrive credendo di dire qualcosa è misero.

Lui è Luca Orlandini

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Abiezione verso il nome – essere a tal punto sé da non sopportare l’inchinata inclinazione di un nome. I nomi: una identità che non identifica chi li sopporta. Al contrario, un nome esiste perché sia sconfitto, fuggendo attraverso gli interstizi, l’anello che non si chiude, lo spiraglio di vento. Solo così, superandolo, un nome non arretra in clausura ma si realizza. Luca Orlandini, forse, non è che il guscio di un uomo che ha risolto la solitudine in possibilità, la schiettezza in foresta – rasentando al deserto ogni attesa, è più ragazzo di quel che credi, perché lo scatto, scrivendo, è disfarsi della propria origine, toccando l’antecedente.

Davide Brullo

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Sussurrò, sottovoce, prima di andare. Parlava al passato remoto, come se qualcosa in lui si fosse estinto…

 Visse nella Ville Lumière, in un piccolo appartamento di trenta metri quadri, e una via dal nome antico, fiero e animale, rue du Dragon, con questa creatura di un bronzo geologico che si stagliava alla fine della strada, a sovrastare l’eleganza troppo parigina dei palazzi.

Si definì un lupo preistorico, iperbole non lontana dal vero, come al contrario lo è per coloro che elogiano ammantandoli di metafore animali: “gli occhi come un lupo che divora galassie”, scrivono ahimè di uomini che “rare volte accondiscesero all’azione e che vissero dediti ai puri piaceri del pensiero”, e sono illusioni che lui perdonava solo a pochi spacciatori di parole.

Aveva l’indole delle creature, sebbene nelle sue vene scorresse una divorante lucidità, una coscienza estrema della civiltà. Imparò l’arte degli esseri umani, la facoltà di riflettere sulla vita, la fece sua, recitò la parte, eppure restò estranea alla sua natura. Rifiutò ogni sapiente via di uscita umana. Ritornò agli elementi, a questo sogno impossibile, e giocò alle idee per slabbrarle con il passo remoto dell’ignorante, di colui che è anteriore al verbo.

Luca Orlandini

*Si pubblica qui parte della postfazione al libro di Luca Orlandini, “Ritorno agli elementi”, Aragno, 2020, e la pagina di apertura

**In copertina: Joseph Beuys (1921-1986)

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