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Credevi nei miti, trovavi bellezza anche in un asettico reparto di psichiatria. Per Lorenzo Scandroglio

In questi giorni se ne è andato un poeta vero; mi ha lasciato un amico; è fuggito nell’altrove un fratello. In questi giorni di attesa tra la vita e la morte, nei quali la speranza era l’ultimo appiglio rimastomi nell’angoscia, guardo ancora la nostra foto ‒ voluta da te, proprio da te, Lorenzo ‒ che ci ritrae un anno fa, quando il destino ci ha fatto incontrare di nuovo. Ho poche foto appese sul muro della stanza-studio. Sono quelle con gli amici veri, unici, irripetibili; fondamentali al mio essere, alla mia crescita, alla mia poesia. E Lorenzo Scandroglio era uno di loro, era uno di noi: un poeta, lo ripeto, un fratello.

Perché?

Perché quando ero poco più che un moccioso, pubblicava le mie poesie sull’inserto domenicale della Prealpina. Perché andavo a tutte le serate di poesia che organizzava nella nostra comune città, Gallarate, e che presto avrebbe lasciato per “la malattia”, come la chiamava lui, che lo avvinceva sempre più alla montagna. In quelle sere, in una città di provincia, Lorenzo era riuscito a portarci tutti, ma proprio tutti. Dai grandi nomi (Luzi, Loi, ad esempio), a chi si stava facendo le ossa o doveva ancora farsele. Ed io, una volta, fui solo capace di protestare, dicendo che l’unico vero poeta di quella determinata serata era stato Baudelaire! Ma tu non te la sei presa. Avevi stile anche in questo.

Non ti dimenticherò mai, caro Lorenzo. Fosti l’unico a venirmi a trovare al reparto di psichiatria, quando tutti mi avevano letteralmente abbandonato. Fosti l’unico a farmi notare la bellezza presente perfino in un posto asettico e asciutto come quello. Uno che compie dei gesti del genere, non può più andarsene dal mio cuore. E non lo dico per circostanza. Lorenzo vedeva la bellezza di un cedro del Libano conficcato nel cortile di cemento e noia dell’ospedale, e voleva rendermene partecipe.

Poi. Poi ci si è persi di vista. Per scelte di vita, appunto. Eppure, ultimamente, negli ultimi anni, qualcosa o qualcuno ci ha fatto rincontrare. Al funerale di un amico che avevamo in comune, ci eravamo ripromessi di vederci, per parlare di noi e della poesia. Magari anche per fare qualcosa insieme, in un teatro sperduto del lago d’Orta: il teatro degli Scalpellini.

Un anno fa l’incontro, una sera, l’abbiamo davvero realizzato: ore passate tra versi, birra, parole vere, libri, intenti. E dopo, ogni tanto, qualche contatto telefonico. Quando hai saputo che mia madre stava male, non hai esitato un attimo a darmi la tua completa disponibilità, anche solo per andare a farmi la spesa. Non esitavi mai. Tu mordevi la vita. Di più, la sbranavi!

Rimpiango soltanto di non essere potuto venirti a trovare al tuo rifugio all’Alpe Veglia. Mi avevi invitato, come facevi con tutti.

Ora, guardarci stanchi ma felici, in quella foto che resterà sempre qui con me, fa solo male e dolore. Tu eri un anarchico vero. Credevi nei miti. Credevi nei riti celtici della Natura. Non posso dimenticare che, come me, guardavi ai limiti per poterli superare.

Lorenzo Scandroglio, signori, era capace di scalare i quattromila e la sera stessa di scendere a valle per presentare un libro. Questo fa il genio, la passione autentica, la disciplina all’assoluto. Questo e molto altro eri tu, amico caro.

Del resto, ovunque vada, ogni scritto e atto del poeta non potrà che creare leggende. Fino a quando arriverà inconsapevolmente il momento di toccarne il culmine: il vertice, allora, lo renderà immortale. E tu, sicuramente, ormai, Lorenzo, lo sei diventato.

Giorgio Anelli

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