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“Non c’è nemmeno un vicino di casa, a parte la volpe”. I racconti montani di Lorenzo Scandroglio

Sci, pelli e zampe

Capita di salire con sci e pelli di foca al nostro rifugio, in Val Vannino di Formazza, a 2045 metri, partendo dal fondovalle che è a 1200 metri e, come ogni volta, è un’esperienza banale e bellissima. Non è una gita, un’escursione di piacere, anche se è un piacere. Dicevo che è ‘banale’ perché non è l’Everest e il dislivello è poco. Bellissima perché, una volta vinto il blocco mentale che, immancabile, ostacola sempre l’inizio di un’attività fisica, gradualmente, si trova un equilibrio, un ritmo di pensieri, respiro, battiti del cuore, immagini delle montagne e suoni del bosco. Quando vuoi prendere fiato, per un secondo, ti volti indietro a guardare e capisci che sei salito. E non è l’altimetro a dirtelo, bensì il colpo d’occhio: le baite, che prima erano le due tre case fra le quali passavi, sono ora piccoli tasselli del mosaico serpeggiante della valle.

Le abitazioni di Valdo (dal tedesco titsch “Wald”, bosco) le vedi piccole, vicine, come un unico corpo e, al suo fianco, le frazioni di Ponte, di San Michele, di Grovella, l’una accanto all’altra sullo sfondo naturale di prati e larici: una visione aerea, con il colpo d’ali degli sci. Ma la fatica. La fatica, che raddoppia a zaino zeppo di tome d’alpe e vino nero, ti dice qualcosa quando è finita. Forse non subito, ma quando è ripetuta, familiare, quotidiana. La fatica fisica intendo ‘parla’ col passare del tempo, degli anni. Anzi, non dice nulla, agisce in silenzio. Abitua, per necessità, a togliere gli aggettivi e concentrarsi sulla sostanza. A togliere il superfluo.

Ecco, nel regno dell’abbondanza in cui viviamo oggi, la fatica ti colloca in periferia. Forse oltre i confini di quel regno.

Però, in rifugio, lontano dal supermercato, devo ammetterlo: ho anche la macchina del caffè che non ho mai avuto giù: la cosa più superflua del mondo, quando c’è già una moka. Con ciò, a 2000 metri, nell’isolamento assoluto anche dei telefoni cellulari, non c’è un negozietto, una farmacia, una pizzeria. Non c’è nemmeno un vicino di casa, a parte la volpe. Ma c’è il mio cane che lascia impronte di zampe sulla neve e insegue tutto, anche i rami mossi dal vento, segni di una vita vibrante che non sa di essere vita, e continua inconsapevole, testarda, muta. Basta lei.

*

Borghi alpini

Questo è il resoconto di un giorno unico, esistito ma forse no. Un giorno così assoluto che probabilmente sarà impossibile ritrovare esattamente il luogo in cui è accaduto.

Simplon Dorf (1476 m), a partire dal nome, sa di travi e di pavimenti di legno che scricchiolano quando ci si cammina sopra, anche se certe romanticherìe sono sicuramente frutto della nostra immaginazione. Superato Gondo, sul confine italo svizzero, tra Ossola e Canton Vallese, si trova a poca di distanza dal Passo del Sempione dove c’è l’ospizio dei canonici del Gran San Bernardo, ancor oggi operativo dopo quasi due secoli, e dove si può trovare ospitalità, un piatto caldo o una birra.

Con i suoi 370 abitanti, questo borgo di montagna è in Svizzera, ma dopo le grandi nevicate, a causa delle valanghe, è isolato dalla sua patria e raggiungibile solo dall’Italia. Essendo chiuso il passo del Sempione, nessun tir, frontaliero o turista si avventura su questa strada. Prendono tutti il treno a Iselle, ancora entro i confini italici che, attraverso il tunnel ferroviario, consente di raggiungere Briga, in Vallese. È il momento migliore per andarci, a Simplon Dorf, perché nei viottoli del paese trovi solo i suoi abitanti che, come ombre sfuggenti, compaiono sulla soglia di casa o suoi tetti a spalare. Da Arnold (il fornaio pasticciere) una coppia di vecchine beve un Ovomaltina. Nella piazza del comune un operaio carica la neve su un camioncino per portarla via. Insomma, qui, in questa particolare congiunzione spazio-temporale, per un paio d’ore, siamo usciti dal millennio e dalla realtà in cui ci troviamo. Chissà dove siamo finiti, in ogni caso in un posto unico, dove siamo stati decine di volte, eppure non l’avevamo mai visto. La frontiera magica è stata aperta solo quel giorno. E anche noi dubitiamo che quella giornata sia davvero esistita.

Lorenzo Scandroglio

*Dal repertorio di “racconti di natura e di montagna” che Lorenzo Scandroglio ha inviato a “Pangea”, abbiamo ritrovato questi due brevi testi, che esemplificano lo sguardo dell’autore, il candore prossimo al sogno, a scavare la vita, ovunque sia, l’imperio delle altezze, e la dedizione ad esse.

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