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Il libro di Davide Brullo è stato selezionato per il Campiello. “Prima lo vinco, poi fondo una eresia”. Intervista sotto la neve

Dunque, è tutto finto…

Ovvio. Gliel’ho già detto.

…anche i racconti in appendice al testo. Ma sono firmati Ivan Bunin, Horacio Quiroga…

Le racconto un aneddoto. Poco prima di andare in stampa mi contatta il curatore della collana di Melville Edizioni, che ha un nome bellissimo – l’editore e la collana consecutiva – ‘Gli Impossibili’, come a dire che qui ci sono testi antartici e taglienti, che travolgono la norma, che tramortiscono… ad ogni modo. Mi contatta e mi fa: ma a chi dobbiamo chiederli i diritti per i racconti di Bunin, di Quiroga, di Crnjanski, di Saint-John Perse? Non aveva capito che erano totali riscritture, invenzioni, testi assolutamente miei sigillati con la firma di un altro. Quando gliel’ho detto, sbalordito, s’è messo a ridere…

In effetti il suo libro…

Scusi, la interrompo.

Prego, ne ha facoltà.

Secondo me quei racconti sono la cosa letterariamente più bella di un libro poco generoso con l’arte narrativa. Per questo, chi ha voglia di uno shock estetico – io lo cerco con follia nell’iride – può partire dai racconti, può partire dal fondo. Poi, risalga a piacere, questo libro si può leggere come vi pare. Cioè?

Il libro è allo stesso tempo romanzo, raccolta di racconti, antologia lirica, saggio, testo teologico, teologia poetica, tomo filosofico. Certo, il sogno recondito è che intorno alla fatidica Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro, redatta dal fantomatico – ma plausibilissimo – Pseudo-Paolo, qualcuno fondi una setta, una vegetativa eresia. D’altronde, non si scrive per avere lettori ma per procacciarsi dei sudditi. Per me, graziato dalla vita, trovare un lettore, un complice, è una grazia.

…che visione ‘agonistica’ della letteratura…

pseudo-paoloIl problema, piuttosto, è che la letteratura recente è in agonia. Nessuna idea prepotente, furibonda, estrema. Dopo, chessò, Joyce-Céline-Broch – ma anche dopo Calvino-Pasolini – ci si ostina a scrivere come se non fosse accaduto nulla, come se in medicina si ignorasse l’esistenza dell’antibiotico in favore di patetiche erbe medicamentose, come se si credesse ancora alla terra piatta, che piattume. Dopodiché, l’arte è sempre ‘agonistica’, sgomita. Un libro è come un bambino che urla e spacca le finestre finché qualcuno non lo ascolta e non si inginocchia a nutrirlo. Un bambino crede di essere il primo essere al mondo, l’unico – pretende che tutti s’inchinino al cospetto del suo ghigno. Così un libro. Si scrive per essere i soli, per svanire nel proprio libro, per donarlo a chi dovrà ricostruire l’alfabeto, soppiantando vocaboli e vocabolari.

A proposito di ‘svanire’: lei nei suoi libri sembra non voler esistere.

Esistono i libri – gli autori sono un mezzo, uno strumento, casuale. Io, letteralmente, non so quello che ho scritto. Se mi chiedesse ora di dettagliare le opinioni espresse nel mio libro, non gliele saprei ripetere, non le ricordo più. Non sa le lotte con gli editori per far sparire il mio nome al posto dell’autore… l’autore muore nella sua opera, ha la dottrina della povertà.

Cosa significa, concretamente?

Prenda questo libro. Volevo fosse stampato con la dicitura ‘a cura di Davide Brullo’. Davide Brullo non conta niente, è lo strumento suonato da altri. Ma in questo Occidente ogni opera d’arte ha bisogno di un ‘autore’. Manco lo scrittore fosse un Armani qualsiasi: ma chi l’ha scritto il libro di Giobbe, o Isaia, o l’Apocalisse o l’Odissea? L’autore è sempre altrove, il libro è il residuo di una morte, come la pelle vecchia del serpente, dopo la spoliazione, la metti in controluce e assisti a scritture ataviche, a geroglifici di ambivalente bellezza.

Torniamo al libro. Precisando alcune cose. Incontro Brullo nella bufera. Qualcuno, con un’ascia di pietra, pare aver sbudellato il cielo. Nevica da giorni. Riccione. Spiaggia bianca. I bambini, corazzati come fossero a Sestriere, usano il bob al posto del surf. La casa di Brullo è angusta, come la gola di una iena. Libri ovunque. Una grossa mappa di Antartide appesa su una parete (“progetto una gita lì, nell’assoluto bianco, dove la luce ti acceca e le mani si gelano, impedendo la scrittura, e le labbra si disseccano, come se Antartide fosse il dito ustionante dell’angelo”, mi dice, e lo devo bloccare, parlerebbe per ore di ogni singola sciocchezza). Alcuni quadri, nitidi e primordiali, dell’amico Marcovinicio. Un disegno raffigura Céline, un altro Brodskij (“non ho soldi per collezionare arte, un esercizio scemo: i quadri che vede sono doni, regali di amici. I disegni, invece, sono di Marco Carnà, un artista impeccabile: li aveva fatti per ‘il Domenicale’, un giornale per cui ho lavorato molti anni fa. Quando il giornale è fallito, li ho rubati”). Veniamo al libro…

Prego.

Nel suo “Pseudo-Paolo” ipotizza, si capisce dal titolo, una apocrifa “Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro”. Il libro, in effetti, è la minuziosa ricostruzione del ritrovamento di questa lettera – il 4 dicembre del 1989, presso la Biblioteca universitaria di Swansea, nel Galles, all’interno del commento alla ‘Lettera ai Romani’ di Sant’Agostino, di mano medioevale – la traduzione di questa lettera, fortemente, follemente annotata e il suo audace commento. Con tanto di rinvenimenti testuali in alcuni scritti letterari (quelli citati sopra) e una folta bibliografia, che occupa 12 pagine…

A cui sono molto legato.

Perché?

Perché nella bibliografia ho fatto la rassegna dei miei amici. Esempio “Floccari J., ‘Di lei amerai tutto’. Esperienze di amore assoluto da San Paolo a Marina Cvetaeva, Torino, 1998” è un libro assolutamente fittizio. “Floccari J.” è il mio caro amico d’infanzia Jonathan Floccari, che abita a Torino e fa il medico della mutua. Nella bibliografia, però, ci sono anche libri autentici: al lettore il gioco di scovarli. Il bello della letteratura è quando il lettore non capisce dove inizia la finzione e dove si deterge la verità, ma poi, cos’è mai la verità? Un bla bla che va avanti da millenni.

Pazzesco.

Macché. Banale. Pigliamo l’incipit del testo. I dati li ha riassunti lei poco fa, nell’assunto precedente. Il 4 dicembre del 1989, data in cui è stata scoperta la fatidica lettera dello Pseudo-Paolo, è morto, nella realtà, mio padre; Sant’Agostino è l’autore capitale della ‘cattolicità’, ma è scontrandosi con la Lettera ai Romani che Lutero – agostiniano – piglia la sua via; Swansea è la città di Dylan Thomas, il poeta che ho amato da ragazzo. Come vede, è facile costruire una cattedrale di vetro con la propria carne, edificare l’abominio della finzione fondandosi sulla propria biografia.

Veniamo ai temi del libro, sono molti. Ad esempio, cito dal testo della Lettera, “Dio è morto, definitivamente”, le chiese “sono un rifugio temporaneo… dovranno essere distrutte”, “dobbiamo ripercorre il dolore dei suicidi fino a riesumarne l’atto – e risolverlo”, “Dio si fa dire dagli incapaci”…

La fermo. Questi temi non si risolvono nel ring di una intervista. Bisogna fare come gli antichi, i rari. Sedersi, centellinare le parole, valutarle come fossero pietre. Per un riassunto sommario dei temi trattati nella Lettera basta andare a pagina 30 del libro. Il resto non si assolve con parole definitive. Le parole vanno abitate, come canoe, circoncidono convinzioni e convenzioni. Comunque, non c’è nulla di ‘eretico’ in quello che scrivo. Anzi. Pensi all’ultima asserzione. ‘Dio si fa dire dagli incapaci’. Beh, Mosè era balbuziente, Saul fugge sotto un tavolo per scampare l’investitura, Davide è l’ultimo e il più fragile dei figli di Iesse, Giona è un codardo, Isaia ha le labbra sceme, Paolo di Tarso è un persecutore… Il bello del cristianesimo è che è inafferrabile: Paolo, l’edificatore di chiese, non ha mai incontrato Gesù eppure è impastoiato in Cristo, ha l’ansia avventuriera del convertito; Pietro, sul cui nome Gesù edifica la Chiesa, tradisce tre volte ed è adornato dall’epiteto ‘Satana’. Lo stesso Gesù, è compassionevole, ma porta la spada e la divisione; parla nella sinagoga ma anela il deserto; recide il legame con il mondo ma vive nel mondo seminando tra tutti, poveracci o mercanti, ultimi o primi – perché tutti, in fondo, sono egualmente caduti, ultimi. Tornando alla sua domanda. Io mi domando perché si sia interrotta la linfa creativa all’interno del mondo cattolico, del mondo religioso. La Bibbia prolifera storie, e io credo nella creatività del cristianesimo. A partire da quelle storie – per alcuni sacre, per altre semplicemente belle – continuiamo a raccontare storie. Mi accodo dopo tanti altri.

Se preferisce, parliamo dell’anomalia del libro. Un romanzo che di fatto è un saggio, anzi, il commento a un testo fittizio.

Non è una pratica nuova. Questo è il terzo libro di una serie. Il primo, Rinuncio, simulava il diario di Benedetto XVI, negli ultimi giorni della sua vita. Il secondo, Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka è il soggetto di un film sulle perversioni di Kafka ipotizzato da Bergman e pubblicato dalla figlia insieme al suo quaderno di appunti. Il prossimo – se ne ho le forze – sarà il carteggio ritrovato – e fasullo – tra Boris Pasternak e Marina Cvetaeva, parte del quale – la parte più corposa e presumibilmente illuminante –, nella realtà, è andato perduta durante la Seconda guerra (lo racconta Pasternak nella sua autobiografia). Sa qual è il problema, comunque?

Dica.

Io non ci credo più.

Non credo più al tizio che scrive un libro, lo vende all’editore, lo compri in libreria e cominci: ‘Marco si alzò dal letto alle tre di notte, una leggera indigestione di peperoni gli aveva rovinato il sonno, senza accorgersi che la moglie, al suo fianco, era morta’. Ma chi ci crede? Se voglio leggere una storia, mi accartoccio nel letto con Omero o con Conrad. La realtà, oggi, questa realtà in pluridiffusione, che ci perfora gli occhi con chiodi di diamante, ha distrutto la possibilità immaginativa. Ha stritolato il nostro cuore con bende di cuoio. Allora… cosa deve fare lo scrittore? Quello che ha sempre fatto. Competere con la realtà. Nel mio caso: costruire documenti del tutto plausibili e del tutto fittizi. Lasciando il lettore alle montagne russe – a proposito, che grandi i russi… – del gioco. Un gioco, sia chiaro, terribile perché vero, come chi sbatte il coltello su un tavolo schivando le dita, magneticamente umane.

Tra le fonti qualcuno parla del Quinto evangelio di Mario Pomilio, altri citano Fuoco pallido di Vladimir Nabokov oppure Sergio Quinzio. Va detto, inoltre, che lei è laureato in letteratura cristiana antica e che ha esordito nel 2003 con una ‘testoriana’ traduzione dei Salmi.

Mi sono laureato con una tesi estetico-estatica. Ho indagato la glossolalia in San Paolo (se ne parla nella prima lettera ai Corinti, capitoli 12-14). La glossolalia è il ‘parlare in lingue’, il linguaggio che unisce, in incomprensibile unione, il fedele a Dio. Quel linguaggio, di cui vi sono esempi vivi nella storia della letteratura – da Dante ad Artaud, da Hölderlin a Zanzotto – è la quintessenza, a mio parere, della poesia. Chi scrive deve inventare un linguaggio nuovo fottendosene dell’‘edificazione’, concetto che stava a cuore a San Paolo. Il mio professore, Remo Cacitti, era amico di famiglia di Pasolini e di David Maria Turoldo. Quanto alle fonti, sbizzarritevi pure. La realtà è molto più banale. Dalle sue origini ancestrali la letteratura italiana si occupa di Dio (Dante); la letteratura moderna, poi, nasce con uno che usa magistralmente l’espediente del ‘manoscritto perduto e ritrovato’ (Alessandro Manzoni). Rischiando di essere avanguardista, sono uno che si allea alla tradizione. Non capisco perché i letterati italiani si siano dimenticati di Dio, il tema ineludibile della letteratura.

Lei è stato selezionato con il suo libro al prossimo Premio Campiello

Sono felice per l’editore. Non sarebbe male vincere il premio che andò a Pomilio, a Giuseppe Berto, a Gesualdo Bufalino. Sarà il solito annaspare nel niente.

Lei al Campiello è già stato.

Già. Nel 2014. Con Rinuncio. Il libro piacque all’allora presidente di giuria, Monica Guerritore, che si spinse a leggerne dei brani durante la giornata di selezione della cinquina, nell’aula magna dell’Università di Padova. La Guerritore disse chiaramente che il libro doveva arrivare tra i finalisti. Gli editori ‘big’ si toccarono le palle e fecero lo sguardo cattivo; i giurati pigliarono questo gesto come una sfida. Il libro, ovviamente, fu il primo degli esclusi, insieme a quello del papà di Vittorio Sgarbi, che fece gran chiasso. Esito: per una piccola casa editrice, davvero autarchica – cioè, che non dipende dai grandi marchi editoriali – è impossibile vincere un grande premio, dove ci sono grandi interessi e un bel gruzzolo. Ma poco importa, uno scrittore gareggia con gli angeli, ruota il collo a Dio, si rivolge alla concatenazione degli umani, del tempo presente e delle sue conseguenze se ne sbatte, tutto, in fondo, è neve.

La neve. Impone il suo ritmo mentre me ne vado via. Brullo mi accompagna per un tratto. Cammina a passi larghi, con la foga dei centauri. Con la mano, consunta dal freddo, afferra qualche fiocco. “Vede? Non sembrano lettere? Cos’è un libro, infine? Non è che una nevicata”.

Federico Scardanelli

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