24 Marzo 2022

Lev Gumilëv: il figlio di Anna Achmatova è lo studioso prediletto da Putin

Dieci anni fa il Kazakistan gli ha dedicato un francobollo: nato nel 1912, Lev Nikolaevič Gumilëv aveva il viso perennemente contraffatto da una cauta tristezza. La giovinezza passata nei Gulag si era incisa in ogni suo gesto. Arrestato la prima volta dall’NKVD nel 1935, a poco più di vent’anni, era stato rilasciato per diretto interesse di Boris Pasternak: il poeta si era fatto latore della sua innocenza presso Stalin. Fermato in forma definitiva nel 1938, fu intruppato nell’Armata Rossa a Berlino, a combattere, nel ’45; salvo, decorato, spedito ai lavori dal ’49, uscì dalla spirale delle prigioni sovietiche, finalmente, nel 1956, dopo la morte di Stalin. Su di lui, più che altro, pesava il nome: Lev Gumilëv era il figlio di Nikolaj Gumilëv, poeta, estroso, viaggiatore, guerriero, antibolscevico, giustiziato nel 1921 con l’accusa di ordire un complotto antirivoluzionario, e di Anna Achmatova, la poetessa straordinaria, aristocratica, aliena ai rossi furori dell’epoca.

Il piccolo Lev tra Anna Achmatova e Nikolaj Gumilëv

Tornato alla vita, sotto la tutela dell’archeologo Michail Artamonov, all’epoca direttore dell’Hermitage, Lev Gumilëv comincia studiando i popoli delle steppe, soprattutto i Cazari e i Tatari. Nella sua scelta, probabilmente, contarono le ascendenze, più o meno leggendarie: la madre, l’Achmatova – in realtà Anna Gorenko – aveva scelto di indossare il patronimico della bisnonna, il cui avo, Achmat, era stato Khan della Grande Orda nel XV secolo. Il suo studio su Gli Unni. Un impero di nomadi, ormai fuori catalogo, è stato tradotto da Einaudi nel 1972. Inoltrandosi nella storia dei popoli della steppa, Gumilëv riprende e perfeziona il concetto di Eurasia: un medesimo ‘compito’, sancito da coerenza geografica, abito mentale, costumi etici, lega le orde delle grandi pianure alla grande Russia; altra è la voce, decadente, riflessiva, viziata dalla stasi, dell’Europa, incardinata tra cattolicesimo e epoca dei lumi. Il pensiero di Gumilëv si salda in un libro, Etnogenesi e Biosfera (1978), in cui lo studioso allinea le sue parole chiave: è l’ethnos che lega gli uomini, non il linguaggio, le istituzioni statali, le forze produttive. Tale identità etnica si basa sul suolo – le condizioni della natura – ma si sviluppa tramite l’immaginario – il mito – e il destino che un determinato gruppo sceglie di azzardare: esistono entità etniche statiche – che replicano usi & costumi ancestrali – e dinamiche – che allargano lo spazio vitale: da lì le reiterate invasioni dei popoli della steppa. Il fattore decisivo è il passionarnost, la “passionarietà”, cioè l’indole di un gruppo, la sua ‘postura’ nel mondo, il suo desiderio di incidere nella Storia. Indotta dal luogo – geografia; clima; rapporto con la natura – la “passionarietà” richiama all’abnegazione, allo spirito di sacrificio, al gusto per la sfida. Ethnos e “passionarietà” spiegano la nascita, la crescita, il culmine e la decadenza (che pertiene a periodi di contemplazione, di memoria, di riflessione) di una civiltà. Secondo Lev Gumilëv, per intenderci, l’Europa è in una fase di inerzia mentre la Russia – come l’Islam – è ancora in una fase di grande energia.

Lev Gumilëv combina, nella sua riflessione, le letture di Spengler e di Marx, la sofferenza nei campi di lavoro, lo studio dell’espansione, micidiale, dei popoli nomadi. In una discussione pubblica, lo studioso ricorda l’intuizione che ha fatto scoccare la sua teoria della storia: era in Siberia, obbligato a spaccare e trascinare tronchi sul permafrost, a rischio di ipotermia, “Fui colpito dall’irrazionale, che sorge per motivare l’azione umana nella Storia. Perché Alessandro Magno si è spinto fino all’Asia centrale, senza accontentarsi di fare bottino e tornare in Macedonia? A che pro quella fatica, quell’andare delirante? Improvvisamente, ho capito che qualcosa lo ha obbligato a procedere verso l’ignoto. Mi si è rivelato che l’umano è guidato da un impulso speciale, che chiamo ‘passionarietà’”. Le teorie di Lev Gumilëv non fecero presa all’epoca: agli studiosi sovietici parevano – e in parte lo sono – aleatorie, antiscientifiche, suggestive quanto vaghe. Il suo ‘protettore’, per così dire, fu Anatolij Luk’janov, ultimo Presidente del Soviet supremo dell’Urss, accusato di aver ordito il colpo di Stato del 1991, teso a sostituire Gorbačëv: credeva nelle idee professate da Gumilëv ed era un avido lettore delle poesie della madre.

Gumilëv morì nell’estate del 1992: riuscì a godere di scampoli di gloria. Nell’era della Perestrojka la sua figura – il figlio di due grandi poeti russi, scampato alla violenza dei Gulag, tutto sommato fedele alla ‘grande Russia’ –, altrimenti marginalizzata, balzò al centro della scena. Con il dissolvimento dell’Urss, la sua idea di Eurasia, i suoi studi pan-Asiani tornarono in auge: in Kazakistan gli è stata intitolata un’università, a Kazan’ gli hanno eretto un monumento: tributi che stridono nei riguardi di un uomo che preferì il pudore. Piuttosto, è significativo che nel crepitio giornalistico, presi a ipotizzare le ‘fonti’ di Vladimir Putin, le ragioni del suo agire, il senso della sua filosofia, non si sia accennato a Lev Gumilëv. L’11 marzo del 2016, un vasto articolo di Charles Clover pubblicato dal “Financial Times”, Lev Gumilev: passion, Putin and power (in verità, piuttosto sprezzante), sintetizzava il legame tra il figlio di Anna Achmatova e il presidente della Federazione Russa. In particolare, il giornalista ricalca parte di un discorso di Putin, tenuto nel dicembre del 2012: “Dobbiamo capire che i prossimi anni saranno decisivi. Alcuni prenderanno il comando della storia, altri saranno destinati a compiti periferici, perdendo la propria indipendenza: ciò non dipenderà soltanto dal singolo potenziale economico ma dalla singolare volontà di ogni nazione, dalla sua energia interiore, da quella che Lev Gumilëv ha definito con la parola passionarnost, la capacità di muoversi, di abbracciare il tempo che cambia”. Naturalmente, si saldava questo concetto alla guerra in Ucraina del 2014, ai fatti di Crimea.

In Italia, naturalmente, i testi di Lev Gumilëv non esistono: nel 2016, per Mimesis, Dario Citati ha pubblicato uno studio vasto, fondamentale, La passione dell’Eurasia. Storia e civiltà in Lev Gumilëv; come preludio è utile questa pagina di Dario Zumkeller.

Come si sa, gli anni della prigionia di Gumilëv hanno ispirato il grande, dolente poema di Anna Achmatova, Requiem. Tra le altre, ecco una poesia per il figlio:

Diciassette mesi che grido,
ti chiamo a casa.
Mi gettavo ai piedi del boia,
figlio mio e mio terrore.
Tutto s’è confuso per sempre,
e non riesco a capire
ora chi sia belva e chi uomo,
e se a lungo attenderò l’esecuzione.
E solo fiori polverosi, e il tintinnio
del turibolo, e le tracce
chissà dove nel nulla.
E dritto negli occhi mi fissa
e una prossima morte minaccia
l’enorme stella.

(trad. it di Carlo Riccio, in: Anna Achmatova, Poema senza eroe e altre poesie, Einaudi, 1966)

Pare che il figlio non gradisse gli afflati poetici della madre. “La sua natura lirica la rende tremendamente pigra ed egoista… per lei la mia morte non sarebbe altro che il pretesto per un grazioso epigramma: guardate la poveretta, ha perso il figlio. Nulla più”. Sappiamo anche questo: è più facile misurare la passionarietà di un popolo che stanare la passione dai singoli, meschini nuclei familiari. Ciascuno a proprio modo infelice.

***

Tra Oriente e Occidente

Se studiamo le culture mediterranee, ci troviamo in un ambiente di concetti e di valori consueti. Religione vuol dire fede in Dio, lo Stato è un territorio con autorità e leggi ben definite, i paesi hanno un nome, i popoli un’affiliazione etnica, fiumi e laghi sono in luoghi precisi. Soltanto il titolo, il lignaggio di “Occidente” e “Oriente”, Ovest e Est, non è riconducibile del tutto alla geografia. Il Marocco è considerato Est, Ungheria e Polonia sono “Occidente”. Tuttavia, i concetti non si confondono, sappiamo adattarci a tali convenzioni. La familiarità con l’argomento, la presenza di una tradizione viva, percepibile, rende queste considerazioni prossime anche ai non specialisti.

Non appena varchiamo i passi che separano l’Asia centrale da quella orientale, però, entriamo in un altro sistema di riconoscimento. Incontriamo religioni che negano l’esistenza non soltanto di una sola divinità, ma del mondo che ci circonda. I regimi e le strutture sociali lì instaurati sono in contraddizione con l’idea che abbiamo di Stato e di autorità. Troviamo ethnoi in paesi senza nome, senza continuità di lingua e di economia, e talvolta anche di territorio, scopriamo fiumi e laghi che migrano, risorgono, scompaiono, come i pastori. Le tribù che pensiamo nomadi conoscono la stanzialità, la forza degli eserciti non dipende dal numero. Soltanto i modelli di etnogenesi restano invariati.

Abbiamo necessità di un altro approccio, di un’altra scala di indagine, altrimenti quel mondo ci resterà sconosciuto. Il lettore abituato a termini europei sa cosa significa la denominazione di “re”, “conte”, “cancelliere”, “borghese”. Ma ad Est di Ecumene non esistono termini equivalenti. Un “khaghan” non è un re né un imperatore, ma un capo militare eletto a vita che aveva il compito di eseguire il rito per onorare gli antenati. Possiamo immaginare Riccardo Cuor di Leone che celebra messa in memoria di Enrico II d’Inghilterra? Ad Est delle grandi steppe sarebbe stato obbligato a farlo, pena la morte.

Denominazioni come “cinese” o “hindu” non equivalgono a “francese” o “tedesco” perché sono sistemi di etnia uniti da diversi principi di cultura. Gli hindu sono connessi al sistema delle caste, i cinesi dalla scrittura e dall’educazione ad essa connessa. Se un hindu diventa musulmano cessa di essere hindu, è un rinnegato, diventa un intoccabile; un cinese che vive tra i “barbari”, assecondando le loro usanze, era trattato, scrive Confucio, da “barbaro”. Uno straniero che osservava i codici cinesi era trattato come un cinese.

Per confrontare le diverse etnie dell’Est e dell’Ovest non possiamo rifiutare a priori i testi della tradizione, soltanto perché non corrispondono alle nostre nozioni. Dimentichiamo troppo spesso che uomini vissuti migliaia di anni fa avevano la stessa coscienza, capacità e aspirazione al vero degli uomini moderni. L’approccio ordinario non serve a capire la storia e la cultura dell’Asia orientale. Quando studiamo la storia dell’Europa, possiamo suddividerla in storia della Francia, della Germania, dell’Inghilterra; in storia antica, medioevale, moderna. In Asia questo non è possibile. La ragione è nel profondo: il termine “popolo” ha un valore diverso da quello Europeo. In Europa l’etnia è un concetto stabile, in Asia centrale è più o meno fluido, in Cina assorbe ogni cosa, in Iran è esclusivo. In Cina non ha motivo la lingua: è sufficiente incorporare le abitudini del luogo dominante; in Iran bisognava essere nati persiani e onorare Ahura Mazda e disprezzare Ahriman. I Sassanidi non credevano possibile inglobare alcuno nei loro ranghi: essi erano i ‘ben nati’, i ‘nobili’.

Secondo gli Unni, per essere considerati tali occorreva essere membri di un clan: e un clan si consolidava tramite matrimoni o per scelta del Chanyu, il capo. Gli eredi degli Unni iniziarono a incorporare intere tribù. Sulla base di questa fusione nacquero alleanze tribali miste, cazachi, yakuti etc. Tra i mongoli, la predominanza dell’Orda connetteva un gruppo di persone legate dalla stessa disciplina e abilità nel comando. Per appartenervi, non aveva rilevanza l’origine, la lingua, il credo, ma il coraggio e la disponibilità a sottomettersi. Nell’Orda l’esistenza dell’etnia scema: il concetto di “popolo” coincide con quello di “stato”.

A questo proposito, vale ricordare che il concetto di Stato differisce in ognuno dei casi sopra riportati, e non è traducibile. Il guo cinese è un ideogramma che raffigura un recinto e un uomo con la lancia. Il senso di guo non corrisponde all’inglese State o al francese État e nemmeno al latino Imperium o Respublica. Non è l’iraniano shahr ma non assume neanche il significato di orda. Le sfumature della differenza sono spesso più significative delle superficiali somiglianze e determinano un comportamento singolare nella storia. Ciò che all’europeo pare mostruoso per il mongolo è naturale – e viceversa.

È stupido, è inutile ritenere le istituzioni non europee arretrate, imperfette, difettose. Questo banale eurocentrismo è sufficiente per comporre studi filistei, ma resta inadatto per capire il fenomeno dell’Est. Dal punto di vista di un cinese e di un arabo, sono gli europei occidentali a essere in difetto. Bisogna dunque trovare un punto di osservazione capace di avere la medesima accuratezza confrontandosi con diversi fenomeni.

Se in Occidente ogni luogo è definito da un nome, in Oriente esistono vasti spazi che non lo hanno.

Lev Gumilëv