25 Gennaio 2022

“Ho ballato senza sosta”. Le lettere della Némirovsky

Scrive, senza sentirsi osservata dai posteri, Irène Némirovsky, non ne subisce l’ombra. La sua esistenza, densa di visione, è marchiata dalle lettere che compone, un labirinto di rovi che la decompongono in tranches de vie – incoscienza, celebrità, incertezza, angoscia, incubo – tratteggiano la parabola impazzita dello scrittore, l’ascesa verso l’empireo letterario, la discesa nell’abisso umano. Scrive, prima come Irène, poi come Irène Némirovsky Epstein, infine come I., ad amici, giornalisti, romanzieri, editori – Henry Bernstein, Gaston Chérau, Albin Michel, Paul Morand, Gaston Gallimard – principalmente del suo lavoro, non senza una certa ritrosia a rivelare gli aspetti più intimi della sua scrittura.

“Quando scrivo un libro – confida a René Lalou nel 1938 – provo una sorta di inspiegabile pudore a parlarne, anche con le persone a me più vicine”. Riscoperta postuma per il ritrovamento dell’inedito Suite francese, relegata a quota rosa del Novecento europeo, ingentilita nelle edizioni italiane dai colori pastello della carta Adelphi, ridotta a lettura da club femminile, Irène Némirovsky, che calpesterebbe l’opera omnia di Corneille per un solo scritto di Racine, è donna di disarmante lucidità, salace brutalità, impalpabile malizia, acuta ironia. I suoi rapporti epistolari sono raccolti nel volume Lettres d’une vie, recente pubblicazione dell’editore Denoël a cura di Olivier Philipponnat, che ha ricomposto i tasselli del lato nascosto e controverso dell’opera dell’autrice più déraciné di Francia.

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Le prime lettere (1913-1924) sono quelle della spensieratezza giovanile, degli anni alla Sorbonne – studia letteratura russa e comparata e inizia a pubblicare i primi testi su riviste francesi – della dolce vita nel beau monde della Ville Lumière: jazz club, flirt, giri in macchina, circoli russi, serate di gala e weekend in Costa Azzurra.

Il 16 gennaio 1922 scrive a Madeleine Avot, sua migliore amica:

“Mia cara amica, grazie per le tue due gentili lettere. Mi ha resa felice – guarda quanto sono crudele – che ti sia mancata. Ma va bene, è solo per poco! Quanto a me, ho ripreso la mia vita prenatalizia. Ma adesso frequento più regolarmente e seriamente la Sorbonne. Questa settimana sono uscita quasi tutte le sere; tra gli altri, il signor [Widden] è stato così gentile da inviarmi due biglietti per Hedda Gabler al Teatro dell’Opera. Come promesso, ci sono andata con madame. Ho passato un’ottima serata. Vedo René abbastanza spesso. Ieri ha preso il tè con me. Penso sia molto impegnato con il suo imminente trasferimento. È venuto a prendermi una mattina alla Sorbonne la settimana scorsa. Siamo tornati a casa insieme come due scolaretti che stanno marinando la scuola. Sabato sera mi sono divertita molto. Era il Capodanno russo e c’era un ballo al circolo. Ho incontrato tutti i miei piccoli flirt, ma pensa che all’inizio della serata mi sentivo completamente fuori posto, quasi un’estranea in mezzo a loro. Alla fine, invece, ho ballato senza sosta – avevo sette cavalieri tutti per me – fino alle due e mezza. Dopo di che, non c’era verso di trovare un taxi. Sono dovuta tornare a casa a piedi, mi facevano male i piedi! […]

La tua amica che ti vuole molto bene.

Irene”

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Poi, come un’onda, la celebrità. Nel 1929 David Golder – clamoroso successo nonché oggetto di accese polemiche sulla stampa ebraica – diviene il suo lasciapassare nei bureaux d’esprit parigini, subito portato sullo schermo da Julien Duvivier, con Harry Baur, prestatosi anche all’adattamento teatrale di Fernand Nozière. Nel frattempo, il matrimonio con Michel Epstein, figlio di un banchiere russo in esilio. Le lettere di questo decennio (1929-1939), segnano la svolta pubblica e privata. Scrive, il 12 gennaio 1930, su La Voix:

“Quando mi avete chiesto di spiegare in poche parole come ho concepito David Golder, il compito mi è parso relativamente facile. Solo quando ci ho riflettuto meglio, ho compreso quanto sia difficile ricordare esattamente il modo in cui è stato scritto un libro. Perché un libro è fatto, mi sembra, di molteplici elementi, di piccoli avvenimenti senza importanza, di conversazioni che ti hanno colpito, di fatti reali che ti hanno commosso per un attimo, ma subito distorti, amplificati dalla fantasia e, allo stesso tempo, pensieri intimi e costanti che puoi svelare solo a te stesso, perché nessun altro li capirebbe. Posso solo dire che non ho mai voluto scrivere un romanzo d’affari. Sarebbe molto interessante, senza dubbio, ma troppo difficile, quasi impossibile, credo, per una donna. Gli affari non sono messi lì come un fregio, per decorare e valorizzare il personaggio che ho voluto creare. Perché, ovviamente, David Golder non è mai esistito, e spero che non lo sarà mai, per sé stesso e per gli altri. Nasce, in parte, da una riflessione nel bel mezzo di una festa a Biarritz, verso le tre del mattino. In momenti come questi si è pervasi da un’amara fantasia… Pensavo che in letteratura il bambino, l’adolescente e la donna avessero ormai assunto un’importanza esagerata e che invece anche la vita di uno di questi uomini che vedevo intorno a me fosse molto interessante e, in fondo, infinitamente pietosa. David Golder, ci tengo a specificarlo, non è, nella mia mente, il tipico finanziere, e nemmeno il classico finanziere ebreo. Ciò che è tipicamente ebreo in lui, secondo me, sono tre cose: orgoglio, paura della morte e amore degli affari per gli affari. Per il resto, appartiene a una certa società cosmopolita, brillante, un po’ losca, che generalmente suscita invidia e che non la merita. Non vorrei che si leggesse troppo odio, troppo disgusto in David Golder. Un po’ ve n’è, certo, ma è soprattutto pietà – si dirà, senza dubbio, che sia fuori luogo – ma cosa posso farci?”.

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David Golder potrebbe valerle il Goncourt, tuttavia decide di ritirarsi dalla corsa, rinviando la sua richiesta di naturalizzazione francese, per paura che ciò possa favorire l’assegnazione del premio e offuscare la sincerità del suo approccio.

Scrive, il 22 ottobre 1930, a Gaston Chérau, suo amico e mentore, nonché membro dell’Académie Goncourt:

“Mio caro Maestro, sono stata molto felice di sentirvi ed estremamente commossa dall’interesse e dalla gentilezza che continuate a dimostrarmi. Sono certa che sarete d’accordo con me quando vi dirò che è proprio perché la naturalizzazione francese potrebbe facilitare il mio accesso al Goncourt che ho deciso di rinviare la procedura. Diventare francese è il mio più grande desiderio poiché, secondo la legge del nostro paese, ora non ho più diritto a dirmi russa, lo vorrei per me e soprattutto per mia figlia, vorrei che “come tutti” avesse un paese, una patria, che sia difesa, se necessario, da una legge e che possa dire con orgoglio: il mio paese… la mia patria… È una cosa immensa. Ma proprio perché gli attribuisco tanto valore, vorrei che tutto ciò fosse assolutamente disinteressato da parte mia, che il beneficio morale e materiale del premio non influisca in alcun modo su un dono, per come lo intendo io. Sono certa che mi perdonerete per non avervi accontentato e oso sperare nella vostra approvazione. Per quanto riguarda il Premio: certo, sarei stata felice e orgogliosa di riceverlo, ma che fare? Poiché è impossibile… Vi giuro che il solo sapere che mi riteniate degna di esso mi rende pienamente soddisfatta, non chiedo altro. […]

Irène Nemirovsky”.

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Sopraggiunge quindi il regime di Vichy, gli anni dell’incertezza (1939-1941), la procedura per la naturalizzazione viene sospesa, Michel Epstein viene espulso dalla banca in cui lavora, le misure antiebraiche impediscono a Irène di pubblicare sotto il suo nome e la famiglia si trasferisce da Parigi ad Issy-l’Évêque. Sebbene accusata di antisemitismo, Irène seguita a dipingere, nei suoi scritti, la società che conosce meglio, quella degli immigrati ebraico-russi, con tutte le sue ipocrisie e venalità.

Le lettere di questo periodo sono un urlo silenzioso e disperato, una continua richiesta di credito agli editori – quasi un cahier de doléances – ma sempre sorrette dalla fiera lucidità che la contraddistingue, seppur costretta in un cul-de-sac, all’umiliazione di dover fare leva sulla propria scrittura per sopravvivere.

Le scrive l’editore Albin Michel, che continua a sostenerla economicamente, il 28 agosto 1939: “Cara signora, stiamo vivendo un periodo agonizzante che potrebbe diventare tragico dall’oggi al domani. Voi però siete russa ed ebrea, e può accadere che chi non vi conosca – cosa assai rara vista la vostra fama di scrittrice – possa crearvi dei problemi, inoltre, visto che ci si deve aspettare qualsiasi cosa, ho pensato che la mia testimonianza in qualità di vostro editore possa tornarvi utile. Sono quindi pronto ad attestare che siete una donna di lettere di grande talento, come testimonia, inoltre, il successo delle vostre opere sia in Francia che all’estero, dove alcune vostre opere sono state tradotte. Sono anche disposto a dichiarare che dall’ottobre del 1933, quando siete venuta a trovarmi dopo aver pubblicato alcuni libri con il mio collega Grasset, fra cui David Golder, che è stata un’abbagliante rivelazione e ha dato vita a un film straordinario, ho sempre avuto con voi e vostro marito i rapporti più cordiali, oltre al nostro rapporto fra autore e editore. Vi prego di rinvenire qui, cara signora, la certezza dei miei devoti sentimenti”.

Il 12 luglio 1940, è invece Irène a scrivere ad Albin Michel:

“Caro signore,

nel paesino in cui mi trovo è da soli due giorni che l’ufficio postale è stato più o meno ripristinato. Provo a scrivervi al vostro indirizzo di Parigi. Spero con tutto il cuore che abbiate attraversato serenamente questi tempi terribili e che non abbiate preoccupazioni per nessuno dei vostri familiari. Per quanto mi riguarda, le operazioni militari, pur avvenute molto vicino a noi, ci hanno risparmiato. Attualmente, la mia più grande preoccupazione è recuperare del denaro. Vi sarei estremamente grata se faceste tutto il possibile affinché io possa ricevere i miei pagamenti mensili. Quello del 30 giugno non mi è giunto. Vi ringrazio in anticipo, la vostra amica

Irène Némirovsky”.

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Nel 1941-1942 le sue lettere diventano pura angoscia, ma il funesto biennio funge anche da incubatore di Suite française, il romanzo in cui la sua tenerezza beffarda si trasforma in umorismo nero. All’inizio del 1942 ogni editore smette di pubblicarne gli scritti, per non violare le disposizioni antiebraiche, ma Irène non desiste.

In data 11 febbraio 1942 scrive al Comando della contea di Autun:

“Signori, mi permetto di scrivervi per chiedervi di autorizzarmi a rimanere un mese a Parigi. Sono nata in Russia ma non sono mai stata membro di un soviet. Dopo la rivoluzione bolscevica, io e i miei genitori siamo fuggiti in Francia, dove vivo tuttora. Le mie due figlie sono francesi. Sono cattolica ma i miei genitori erano ebrei. Sono una scrittrice di professione e le autorità tedesche a Parigi hanno autorizzato il mio editore a ripubblicare i miei libri. Le ragioni che rendono essenziale la mia presenza a Parigi sono le seguenti: primo, mia figlia maggiore, di dodici anni, soffre di dolori agli occhi e il suo medico, il dottor Morax, deve visitarla; secondo, il mio nuovo libro sarà presto pubblicato e devo assolutamente incontrare il mio editore, il signor Albin Michel, prima della pubblicazione; terzo, ho un appartamento a Parigi, che non posso più tenere. Quindi devo prendere accordi con il proprietario. Spero che possiate darmi questa autorizzazione e vi ringrazio in anticipo. Con i miei migliori saluti. Sono nata a Kiev l’11 febbraio 1903”.

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Infine, l’incubo. Iréne, ebrea apolide, viene arrestata il 13 luglio 1942 e portata al campo di Pithiviers. Michel Epstein muove cielo e terra per cercare di salvare la moglie, fino a quando, invaso dalla disperazione, mette in salvo le sue figlie e si fa arrestare, con la speranza di rivederla. Moriranno entrambi ad Auschwitz, senza più incontrarsi. Le ultime lettere, prive di inquietudine ma pregne di muta rassegnazione, risultano amorevoli senza accenni di pietoso sentimentalismo. A tradirne l’angoscia, la firma, ridotta all’osso, una semplice I., profezia della fine.

Scrive a Michel Epstein, il 13 luglio 1942, alle cinque del mattino:

“Mio caro amore,

per il momento sono alla gendarmeria, dove ho mangiato ribes e more in attesa che qualcuno venga a prendermi. Ti chiedo soprattutto di stare calmo. Sono sicuro che non ci vorrà molto. Pensavo che potremmo contattare anche Caillaux e padre Dimnet. Cosa ne pensi? Copro di baci le mie amate figlie. Possa la mia Denise essere ragionevole e saggia. La tengo accanto al mio cuore così come Babet. Che Il buon Dio vi protegga. Io mi sento calma e forte.

I.

Se puoi mandarmi qualcosa, credo che il secondo paio di occhiali sia rimasto nell’altra valigia (nel portafoglio). Libri per favore! Se possibile anche, magari un po’ di burro salato!

Arrivederci, amore mio”.

E nell’ultima lettera, il 16 luglio 1942: “Miei diletti, miei piccoli adorati, credo che partiremo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei cari. Che Dio ci aiuti tutti”.

Fabrizia Sabbatini