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Lettera del poeta carbonaro. Con tutti e con nessuno

[stanza-studio, …luglio 2021]

Caro mio unico lettore,

ora più che mai è tempo di scelte. I fatti parlano chiaro. L’egoismo ‒ lo sappiamo, è risaputo! ‒ nel mondo spadroneggia. Non esiste un editore oggi (piccolo o grande che sia) che almeno ogni tanto si preoccupi di investire nel talento vero di qualche poeta. Davanti al dio denaro, sono tutti uguali. Non si accampi alcuna scusa. Gli egoismi non si toccano! La letteratura ‒ in fondo, e d’altro canto ‒ è una fregatura più che un tradimento. Mi vedo quindi o perciò a volte costretto a dover proporre, meglio sarebbe dire “elemosinare” (che termine orribile!), recensioni o pubblicazioni su qualche giornale. Gli editori (sì, è proprio vero.) non fanno nulla di nulla: non muovono un dito. Ma la risposta a queste “suppliche” è quasi sempre univoca, ridondante, snobistica: strabica. Al primo sì di circostanza, si accavalla una scusa dietro l’altra. D’altronde l’acqua va sempre portata al proprio mulino. Che s’impicchino, allora, senza pensarci su due volte.

Mi si accampano frasi del tipo: Sai ho famiglia, non sono molto bravo in certe cose, ho preso degli impegni che mi tolgono tempo e aria… ‒ Non saprei dove pubblicarti, ma troverò il tempo di leggerti… Complimenti, ti sono amico, oltre che estimatore… Dopo di che, li vedi tutti belli spaparanzati sul divano, o in giro per l’Italia, a fare presentazioni, giri e divertissement. Insomma, una presa per i fondelli. Dopotutto fa bello quello col sigaro in mano e l’anellazzo del nonno. Le immancabili foto del Grand Tour, appunto, non mancano mai all’appuntamento sui social. E questi biechi figuri ‒ editori, scrittori anche di un certo calibro (?), opportunisti per passione o di professione, tanto da farsi su qualche casa qua e là ‒ appartengono tutti alla stessa razza bastarda: argentini o italiani che siano. Non dovrei dirlo ‒ eppure ho il dente avvelenato, un solo esempio fra i tanti, fra i troppi, lo dico ‒, ma oltre a dover pagare Buenos Aires poetry per la pubblicazione, hanno pure tentato di chiedermi ulteriori soldi, senza alcun valido motivo se non quello di voler mettermi fretta. Tuttavia, io, saldo nell’istinto, non ho ceduto.

Perciò è tempo di non tacere.

Intendo dire che io, Giorgio Anelli, sto con chi ha pagato lo scotto. Mi accompagno a gente clandestina, bazzico nel samizdat, quello vero e sotterraneo; mica quello di facciata. Il grande gioco ormai non mi interessa più. Mi ha solo sfiorato di sfuggita, qualche volta, e mi è bastato. Mi avete estromesso fin da subito. Forse ho pure imparato la lezione? Eppure, spavento ancora.

Mi attira, piuttosto, stare con chi non è stato alle regole, con chi ha perso la vita in nome dell’altra faccia della letteratura: quella vera, quella che sta tra le vette e i nembi. Sto con chi ha perso tutto, ma non la dignità. M’interessa dunque lo sguardo ‒ e non la posa ‒ di chi si è alzato all’alba per onorare la morte di un amico dall’altra parte d’Italia. Questa, in parte, è la fede nella e della letteratura; ciò significa provare delle «scosse»; riguarda il brivido di Nabokov, che dalla spina dorsale arriva su fino al cervello, fino a farlo brillare.

Sicché, io profugo, dall’esilio nel quale mi trovo (non potendo presentare ormai alcun libro, perché contrario alla monorotaia cattolica della mia città, che imperversa del resto come qualsiasi altra congrega religiosa, ovunque), non posso che dirmi poeta carbonaro, del sottosuolo. In una parola: anarchico. Pratico dunque il brigantaggio. Senza aver mai smesso di credere in me stesso. Contrabbando in parole. Non credo più al mondo. La mia rivoluzione è scrivere altrove, sovvertendo i canoni della morale e del buon senso. Risvoltando e smontando l’opportunismo.

C’è chi mi crede, tuttavia, ancora e più che mai spacciato, frustrato, abbattuto. È giustappunto il contrario! Voi non mi vedete, sembro un fantasma: pratico la macchia, il bosco, la natura selvaggia. Vago tra la massa che si ammassa inopportuna. La mia ombra rasenta tutt’ora i muri. Il mio fuoco continua ad ardere in sentieri nascosti, mentre brilla persino tra le stelle del cielo. Se vuoi offendermi per davvero, fallo di persona, sfidami a duello, piuttosto che provare l’insipido piacere di distruggere tanto per distruggere con la calunnia e con la non curanza della persona.

Dopo la gelosia e il tradimento che in un lontano passato ha dovuto subire Andrea Temporelli. Dopo la morte di Simone Cattaneo. Dopo la recente morte di Lorenzo Scandroglio. Mio caro unico lettore, è tempo di scelte! Qua si brilla nel crepuscolo:

Maledetti i poeti che mi voglion santo

                                                     Maledetti i poeti che se ne vanno prima del tempo

                                                     Maledetti i poeti che mi han preso con loro

                                                     Poiché condividiamo la medesima sorte

                                                     E non ne possiamo fare a meno

Qua si fa la sommossa, si abbandona il bieco ottimismo, si parla scrivendo, s’insorge ammantati di silenzio. Perciò troverete di me, forse, ogni tanto, qualche lampo, o il tuono improvviso. Sarò lo sparo di Majakovskij.

Ho sempre avuto amici di tutte le razze. Non m’interessa il partito, m’interessano i fatti. M’interessano i lupi. E le lettere che a loro soltanto scriverò.

Mi si dirà: Ecco l’ennesimo appello che cadrà nel vuoto. Un altro manifesto. Un nuovo, noiosissimo pamphlet. Dunque inutile. Perciò necessario. Immortale, forse, tra cinquant’anni. Poco importa, io esisto. Il mio urlo è tornato a gioire. Son ciò che sono e nient’altro chi sono. Carbonaro e notturno.

Se c’è una donna dietro tutto questo? C’è una musa, e ho detto tutto.

Del resto si fa letteratura quando si ha fame. Fame di vita e brama di vivere. Altrimenti quando si ha fame e basta; perché si è poveri, e non si sa se si arriverà a fine mese. “La parola data” oggi, signori, è un lusso, è in disuso; inusuale piacere archiviato dentro al ghigno feroce del nemico.

Ma io mi sento una furia dentro: non m’interessa un foglio, né un giornale, e nemmeno un avvenire! Lascio a voi la narcolessia. M’affido ad altro. Son poeta, nella notte, e carbonaro.

Giorgio Anelli

 

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