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Un viaggio pericoloso nelle terre delle tre rune del ghiaccio. Mitologia norrena

L’alfabeto runico è suddiviso in tre gruppi da otto rune, chiamati Aett. In questi giorni si conclude il lungo periodo delle tre rune del grande inverno, le prime tre rune del secondo Aett chiamato Aett di Heimdall in onore del dio omonimo. Heimdall è la divinità più pura tra gli dei norreni, colui che protegge Asgard (il regno degli dei) e che veglia sul ponte arcobaleno che collega i mondi. Heimdall chiamato il Dio Bianco è il protettore dell’equilibrio cosmico, colui che incarna i principi greci del καλός κἀγαθός, del bello e del buono insieme.

Ricordiamo che la lingua runica non è solo un insieme di lettere e suoni, ogni segno indica un simbolo che a sua volta rappresenta un archetipo. Stiamo affrontando il viaggio della vita e siamo sottoposti a grandi prove necessarie per determinare chi siamo davvero e il senso della nostra esistenza. Le prime tre rune di questo Aett rappresentano grandi prove ancestrali, sono le rune dell’inverno.

Hagalaz è la prima e rappresenta la potenza della grandine, è l’inverno concentrato in un chicco di ghiaccio. Ogni tradizione antica pone una spiegazione al concetto di destino e in particolare la mitologia norrena definisce il destino come una forza che ha forma di trama sottilissima dove tutte le esistenze passate e future sono collegate. Milioni di fili si intrecciano e alla base dell’albero sacro ci sono “tre fanciulle di molta saggezza”: Urd, la più vecchia è quella che tesse la trama del Wyrd (destino) e rappresenta il passato, Verdandi è il divenire quindi il presente e infine Skuld che significa “qualcosa di dovuto – colpa” che è colei che recide il filo, potremmo quasi dire che rappresenta il futuro ma non sarebbe del tutto corretto. Sotto le radici del frassino sacro loro scrivono ogni cosa con le rune.

La divinità che rappresenta Hagalaz è Urd, la fanciulla saggia del passato. Questa runa ha la forma di un cristallo di neve stilizzato, rappresenta lo schema e la struttura. Questa può essere utile perché permette al contenuto del mondo di manifestarsi a nostri occhi ma allo stesso tempo la struttura è una prigione. Lo schema è ciò che tiene unito, definisce il controllo delle forze, in anatomia potremmo dire che Hagalaz è il nostro scheletro, la trama portante. Questa runa comporta la capacità di accettare le strutture del nostro passato, gli schemi comportamentali che ci portiamo dietro da intere generazioni, essendo disposti però ad andare oltre, pagando un pegno. Smettendo quindi di essere rigidi nella struttura della grandine e superare così i limiti. Hagalaz rappresenta la morte del vecchio schema per consentire all’anima di rinascere nel viaggio sciamanico.

La seconda runa dell’inverno è Nauthiz, la runa della notte e del dolore. La dea associata è la dea Nott, dea della notte insieme alla Norna Skuld di cui abbiamo già parlato. Si tratta di una prova estrema da superare agendo però con prudenza. Nauthiz è infatti il ghiaccio: la lastra bianca di un lago ghiacciato non ci permette di sapere solo guardandola se questa reggerà il nostro peso oppure sprofonderemo nell’acqua gelata. Il dolore e la notte si attraversano soltanto con prudenza e pazienza, è un passaggio della vita che non va negato a noi stessi in alcun modo. Siamo con questa runa alla fine di novembre, stiamo entrando nel freddo, ci viene chiesto di ridurre tutto all’essenziale, è la runa dell’austerità. Durante una lunga notte di dolore ciò che ci tiene vigili è l’attesa e la ferma speranza del giorno che prima o poi arriverà. Nauthiz è la runa del ghiaccio, ci invita a estrarre la nostra ombra e dialogare con lei, resistendo a ciò di cui sentiamo la mancanza. Questo simbolo ci ricorda la seconda fase di un lutto, quando superata la crisi che ha provocato la terribile notizia sprofondiamo nel dolore.

 

 

La terza runa è Isa, è rappresentata da una linea retta verticale che si erge nei territori del nord in pieno inverno. Il periodo a lei dedicato termina il dodici dicembre. La morte ha diversi aspetti: dalla prima runa sperimentiamo la morte come rottura e crisi, con la seconda come dolore per l’assenza e con Isa ci ricordiamo della morte come silenzio e vuoto. Isa è una linea verticale, graficamente molto semplice non lo è altrettanto da sperimentare. Rappresenta la capacità di stare nel qui e ora, la capacità di stare nel presente, sviluppare quindi una consapevolezza tale da resistere all’inverno, immobili. Ricordiamoci che l’inverno non è eterno e persino sotto a lastre spesse di ghiaccio stanno annidati i germogli in pacifica attesa. Isa è collegata alla dea Hel e alla Norna Verdandi. La dea Hel potremmo dire che è la dea del mondo infero, ma non del mondo dei morti caduti con onore, lei è regina dei morti senza onore, dei criminali e di chi è morto per malattia, vecchiaia o incidente. Hel è figlia del dio Loki e il suo aspetto risulta bivalente e ambiguo per eredità. Spesso infatti nel mondo della mitologia norrena nessun dio è giusto o cattivo a priori, tutto può essere in continuo mutamento, tutto è al di là del bene e del male. Ecco che Isa rappresenta tramite Hel l’archetipo della madre in tutta la sua ambivalenza: Hel ha metà volto di cadavere e metà volto di donna, la grande madre può prendere o dare.

Isa rappresenta quindi la capacità del fare vuoto nella mente, di essere perfettamente autocoscienti, è l’uomo che fermo e in piedi riesce a stare immobile controllando ogni fibra del suo corpo perché la sente, la comprende e quindi la può dominare interamente. L’altra divinità che rappresenta questa runa è la Norna Verdandi, lei è la fanciulla di grande saggezza che regge il presente, collega con il segno verticale di questa runa il cielo e la terra in un solo gesto. E’ la runa per eccellenza della meditazione, del controllo degli impulsi, è l’ultimo stadio del ghiaccio prima del suo sciogliersi per accogliere l’ultima parte dell’inverno, per svolgersi alla primavera che dorme sotto.

Clery Celeste

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