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“L’amicizia decisiva? Con Montale. Ma il suo ‘maestro’ fu Goethe. E ebbe il coraggio di studiare Steiner”: dialogo con Luca Cesari, esegeta massimo di Gillo Dorfles

Dorfles

A me pare che ci siano certi volti che corrispondano esattamente al pensiero di chi li indossa. Sul tema ha scritto qualcosa Iosif Brodskij. Brodskij scrisse, ad esempio, che prima di innamorarsi delle poesie di W. H. Auden si era innamorato del suo viso. Voglio dire. Quel viso era l’emblema e il passepartout di quelle poesie. Lo stesso, inequivocabilmente, vale per Samuel Beckett. Viso d’aquila di chi ha roso e rosolato il fegato dell’abisso umano, in avaria. Idem per ‘Gillo’. Il viso di Dorfles, intendo. Naso aristocratico, fronte da condor, labbra carnose e occhi di penetrante creatività. Su quest’uomo – che fu filosofo e artista, poeta ed esteta, teorico del kitsch, cultore dell’antroposofia, che fu uno e multiforme – poggiava, come una basilica, l’intero Novecento. Triestino, classe 1910, Dorfles, specie di Atlante del tempo andato – ma con la pimpante libertà di chi continua nell’impresa di seminare l’avvenire – ci lascia a 107 anni. Si di lui, nell’era internettiana, trovate di tutto e di più digitando il nome. In questi giorni, poi, sulla stampa patria è un traffico di ‘coccodrilli’. Probabilmente, è bene far parlare di Dorfles chi lo ha studiato davvero, senza fare zapping tra gli amici e i sentito dire nei cunicoli digitali. estetica DorflesLuca Cesari, professore di Estetica presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino, ha curato con e su Dorfles uno stuolo di libri – da Itinerario estetico. Simbolo Mito Metafora, 2011, a Pittura e filosofia, 2014, a cui bisogna aggiungere l’edizione delle Poesie di Gillo, 2012 – che culminano nella ‘summa’ del pensiero di Dorfles, l’edizione monstre (sono quasi 3mila pagine) degli “Scritti dal 1933 al 2014” raccolti da Bompiani nella collana del ‘Pensiero occidentale’ (quella, per intenderci, dove ci sono i titani del pensiero, da Platone a Plotino, da Dostoevskij a Hölderlin) come Estetica senza dialettica, nel 2016. Più che fare una sintesi scema su ciò di cui abbiamo vaga parvenza, m’è parso giusto contattare Cesari.

Intanto. Com’era ‘Gillo’, che personalità aveva, era, davvero, come lo si conosce ‘televisivamente’, l’icona della libertà assoluta, dell’intelligenza per sempre bambina?

Credo che la potenza di Dorfles sia consistita nel suo essere uno e ‘numeroso’ a un tempo, cioè di contenere in sé (come Goethe direbbe) una vera “pluralità”. Se ci chiedessimo quale sia stata la ‘sua’ generazione, non sapremmo dirlo. Ha cominciato a scrivere di architettura e di città, nel ’29 o nel ’31, tenendo corrispondenze da Berlino, ed è rimasto al passo, ossia a giorno con tutte le generazioni successive del ’900 sino all’altro ieri. In Dorfles viveva una pluralità di mondi e di generazioni unificate dentro un individuo enormemente ricco e prodigiosamente curioso. Direi una natura completa.

Lei ha studiato il pensiero di Dorfles più di tutti, curando per Bompiani l’immane tomo “Estetica senza dialettica”. In modo estremamente sommario qual è il portato ‘immortale’ del pensiero di ‘Gillo’? Qual è, intendo, l’aspetto più curioso e innovativo del suo pensiero?

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3 settembre 2005, Verucchio: Luca Cesari con Gillo Dorfles (photo Fabrizio Garghetti)

Ho messo in ordine circa tremila pagine di riflessione estetica dal 1933 al 2014 senza far conto dei libri dedicati, in modo esplicito, alla critica d’arte. Il primo articolo raccolto è rivolto a Goethe, al Goethe artista e naturalista, teorico della dottrina dei colori e dell’Urphänomen. Tutto comincia da lì. Dorfles ha seguito Goethe per l’intera vita, voglio dire il suo approccio col mondo organico (lo studioso veniva da una laurea in medicina) e con quello estetico, in modo integrale. Scienza, arte e filosofia. Da qui la sua attività enormemente estesa. Non bricolage d’idee. La linea ispiratrice profonda si riconduce all’interpretazione globale dell’aisthesis. Dalle scienze della mente (oggi le chiamiamo neuroscienze) all’antropologia, alla filosofia e all’ermeneutica. Il suo portato maggiore è stato quello di legare l’estetica alla nuova dimensione della complessità delle scienze (umane e naturali), applicando sempre maggiori correttivi epistemologici alle nostre categorie sostanzialiste, occidentali (vedi i concetti d’impermanenza di oscillazione ecc. che provengono, tra l’altro, dall’oriente).

Come lo ha conosciuto? Come è entrato in contatto con il pensiero di Dorfles fino a esserne, di fatto, l’esegeta più attento?

Sono stato allievo di un grande maestro della stessa generazione e cultura milanese, amico di Dorfles, Luciano Anceschi. Ma i contatti risalgono agli anni successivi alla mia formazione universitaria. Devo l’incontro con lui a due amici artisti che mi fa piacere ricordare, Ugo Amati e Simona Rinciari. Correvano gli anni ’90. Da allora ci siamo molto legati e da quel legame sono nati diversi libri.

Dorfles era anche poeta. In che contesto nascono le sue poesie, che ‘sapore’ hanno?

Sì, Dorfles negli stessi anni in cui creava con altri artisti milanesi, il MAC, tra la fine dei ’40 e i primi anni ’50, scriveva anche poesie. Queste poesie sono rimaste a lungo celate sino a quando me le ha affidate e sono state pubblicate in volume da Campanotto nel 2012. Cronologicamente sono assimilabili al gusto dei poeti della cosiddetta “quarta generazione”.  Le più belle sono di ambiente triestino, dove è molto presente l’elemento territoriale, il tema del confine e quello (davvero mitteleuropeo) della dissoluzione dell’impero asburgico. Quando Dorfles nasce, Trieste è ancora austriaca.

Tra le tante amicizie di Dorfles (da Svevo a Montale a Fontana) ricorda quella più decisiva? Ricordo, piuttosto, alcune parole di ‘Gillo’ su Pound, di vera devozione. Ci può dire qualcosa?

Forse l’amicizia letteraria più influente è stata quella con Eugenio Montale, conosciuto a Genova al tempo di Ossi di seppia. Ma Dorfles è cresciuto anche in casa di Svevo, di Saba, è stato molto amico di Bazlen, di Sereni… e poi dei poeti degli anni ’60, ’80 (è stato professore di Giuseppe Conte all’Università) ecc. Non so, non saprei dire quale amicizia letteraria sia stata più decisiva. Alla fine, penserei a Goethe. Il Goethe di Rudolf Steiner, di Cassirer, di Benn, di Paci… Non dimentichiamo che Dorfles è stato tra i pochissimi studiosi a non temere di confrontarsi scientificamente con Steiner, un vero campo magnetico; forse l’unico teorico (e critico d’arte) italiano a non ignorare la portata simbolica e artistica dell’opera ‘totale’ di Steiner, il Goetheanum.

 

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