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“Mi domando pure se sono stato amato…”. Pierre Drieu La Rochelle: un inedito

Pierre Drieu La Rochelle scrisse questo testo nel maggio 1928, nella sua permanenza ad Atene, rivolto probabilmente a Victoria Ocampo, oltre che alla dea Atena: fu poi pubblicato su La Revue Européenne, sempre nel 1928, nel mese di ottobre. Il periodo è dunque quello della gestazione del romanzo Una donna alla finestra, edito in lingua italiana da GOG nel 2017, ambientato tra la capitale greca e la campagna di Delfi, una meditazione sui nessi tra le rivoluzioni e l’eternità.

Una piccola nota sulla traduzione. Nel testo originale Drieu dà del “voi” alla donna amata, cosa che non deve sorprendere, visto che è così che si rivolgerà anche alla ex moglie Colette Jéramec, nel suo biglietto di suicida. La maniera più adeguata a restituire tale forma sarebbe chiaramente il “lei”; ma in questo modo a un certo punto il testo risulterebbe quasi incomprensibile. L’autore vi fa infatti riferimento a una seconda “lei”; per questo l’opzione più funzionale è quella del “tu”.

Marco Settimini

***

Perché è a te che scrivo? Potrei scrivere a un’altra o a un’altra ancora. J… mi causò più sorpresa e meraviglia, e M… che mi sottrasse a te, ma subito mi lasciò, continua a fare inflessibilmente breccia nel mio cuore.

Se di nuovo mi rivolgo a te non sarà in nome dell’amore; mi è stato detto che non ho amato nessuna donna? Quando guardo la mia vita e vedo così poche forme vive levarsi tra tante forme morte, comincio a credere che esse persistano in virtù del fatto d’esser state toccate dalla vera fiamma dell’amore. Ma è un’illusione con cui cerco di colmare i giorni del mio passato.

Non sono mai riuscito a fare entrare una donna nella mia vita, né a entrare nella vita di una donna. Mi domando pure se sono stato amato: il ricordo del poco che davo scoraggia la mia fatuità e mi fa pensare che mi abbiano potuto dare molto più di quanto io abbia dato. L’amore, in mancanza di donne, avrei potuto amarlo, ma mi sono così spesso distratto dal sostenere tale entusiasta auspicio concepito nel fuoco iniziale e dal consacrargli la mia vita, che tendo a dubitare che si siano infatuate del tutto di un cuore posseduto a stento dalla passione. Sono rimasto così poco tempo – mai più di sei mesi – con tre o quattro donne che hanno resistito alla prova di una notte, al punto che fatico a credere che qualcosa ne sia potuto scaturire, nel mio cuore così come nel loro. Quei moti che non mi hanno sollevato giusto per un istante, li sento oggi come degli infimi incidenti che non sono riusciti a squarciare la mia solitudine, che si richiude su di me.

Eppure, anche se non sei entrata nella mia vita più di quanto abbia fatto un’altra, sei la sola che non l’abbia mai del tutto abbandonata. Per quanto possa ricordarmi dell’inquietudine di esistere, ti vedo insinuare i suoi passi nei miei anni come una passante che s’incrocia lungo molte vie, e che ossessiona. Sono trascorsi dieci anni da che i nostri destini s’intrecciarono senza legarsi nelle stesse città: so bene che mai ti potrò vedere più di quanto ti abbia vista, ma neppure meno, e ho sempre saputo che così sarebbe stato.

Ti ho lasciato senza problemi e di questo conservo una ferita più atroce di quella d’altre rotture che sul momento furono strazianti. Dove ti trovi ora? Non lo so e non ho voglia di saperlo. Non ci troviamo sempre in una strana vicinanza? Chi sei? Ho sempre evitato i tuoi amici e benedetto l’oscurità in cui appena si socchiudevano le tue apparizioni; e le tue parole, ben lungi dall’istruirmi, mi hanno sempre ripiegato mollemente nella mia ignoranza.

Non ho saputo che una sola cosa a tuo riguardo, ed è che eri bella. Quelle poche belle donne che ho incontrato le ho guardate con occhi timorosi: la bellezza fa pensare troppo intensamente alla morte. È così che hai trovato in me quella sorda resistenza di tutto l’essere che offriamo in ogni singolo istante alla morte.

(Fino al giorno in cui d’improvviso ce ne infatuiamo, e allora potrebbe fare il suo ingresso con un solo passo, ma senza rumore abbiamo girato la chiave e allentato la nostra serratura; abituata com’è al nostro rifiuto e alla nostra difesa, colei che di solito è nostra nemica può non mettersi in guarda, e soltanto anni dopo andrà a sbattere contro una porta aperta).

Al mio cuore terrorizzato la tua bellezza parve più inutile d’ogni altra, la sera in cui ti vidi per la prima volta. Quell’incredibile incanto si levava sulla mia vita e non seppi fare altro che confonderlo con l’oscura gloria che da tempo traevo dalla mia disperazione. T’incastonai nel mio idolo interiore. Non hai sofferto di quelle bende che gli passavo attorno alle membra?

Eri venuta a cena da una donna che era mia buona amica. Ero povero, allora come oggi, ma quella donna, vedendo che ero ancora un ragazzino, mi diede del denaro. Lo spesi bevendo con i miei amici; e poi tornai da lei ubriaco a mani vuote, piangendo per il fatto di non essere il suo amante. Abitavo in casa sua e ti vidi entrare con un uomo che non ricordo. Non sono mai riuscito prestare attenzione a ciò che ti circonda e che forse ti lega. Ciò che c’è tra te e me sta al di là d’ogni condivisione.

La nostra amica alloggiava nel sottotetto della casa più alta sopra la città, e tutta la distesa della Senna rischiarava le sue finestre. Si vedeva quel grande albero di ferro piantato vicino al fiume; di notte si ripiegava con le stelle prese nei suoi rami sterili. Avevamo guardato assieme l’acqua bevitrice d’astri allungare la sua selvatichezza tra le case di cui lambisce il margine.

Del resto io e te non ci siamo mai scorti se non attraverso la notte che annega le brutture. Nei tuoi occhi non ho mai visto altro che il riassunto cinico del mondo come negli occhi degli dei che godono delle grandi linee.

La tua bellezza ti rese a me eternamente straniera non appena la vidi. Nessuna razza può rispondere di una realtà del genere: la bellezza. Qualcosa di traditore e universale circola nei tratti e nelle membra di una bella donna: vi si può vedere l’Africa come l’America o l’Asia. Eri transitata sotto i miei occhi blaterando nella lingua sconosciuta del tuo sesso, come coperta di una veste variopinta e priva di cuciture.

Che disagio quando esci dal silenzio di cui la bellezza ti circonda. In quell’istante dalla tua gola difficile fuoriescono rumori rochi o troppo dolci. Io che ho conosciuto l’eloquenza sicura del tuo corpo nelle nostre lunghe passeggiate notturne, non voglio ricordarmi il doloroso splendore di ciò che esce dalla tua bocca. Donne, siete nate per il silenzio.

Alla luce, le tue mani e i tuoi piedi parevano troppo grandi. Tu saresti una dea? Dunque esci di casa soltanto di notte, e lo fai a membra nude.

Resti nella notte, che non distingue mai il tuo spirito dal tuo corpo. Non ti ho mai conosciuta se non come un unico grande essere che si estende fastidioso con tutti i canali dell’ombra tra le stelle.

***

Atena, eccomi nella tua casa distrutta. Vengo dopo i turchi e dopo gli americani.

Sei una dea. Nei miei viaggi ho incontrato molte dee. Vi assomigliate tutte, come le donne. Siete delle grandi selvagge raffinate. Odorate d’aromi e sangue. I vostri occhi sono vuoti d’idee e pieni dei deliziosi dettagli delle cose. Siete belle, siete donne e armate di tutti i nostri desideri. Quando di notte entriamo con passo felpato nei vostri santuari, siamo sicuri di giacere con la morte. Ma non c’è niente di più vivo della morte, carica di rinnovamenti come una donna gravida della sua prole.

Piccola mia, ho conosciuto tutte le tue sorelle, e se non sono stato io, sono stati altri a giacere con loro. Le dee sono come le donne. Le si prende, e crepano d’orgoglio. Le si ammira, e tradiscono. Il nemico arriva, e vanno a nascondersi in cantina; la casa va a fuoco e seppellisce la loro carcassa sotto la cenere. E poi le si ritrova fresche, fatte con lo stampo, modellate nel marmo; ed è così che sono immortali.

Ne ho conosciute di rosse e di gialle, di nere e di bianche. Ci sono negre dal volto più puro del legno di un arco; americane più implacabili dei temporali; quelle mai viste nel profondo delle foreste della piovosa Europa, indù che offrono alle carezze tanti seni quanti se ne possono sognare; c’è la vergine Maria, una contadina come non ce ne sono più; ci sono le dee siriane che crepitano come foreste in fiamme. Di dee n’è piena la terra, di dee n’è pieno il cielo, di dee ne sono pieni i musei.

Non sapendo dove andare, sono venuto a trovarti. A trovare te, ma poteva essere un’altra: vi aggirate tutte quante sui manifesti delle compagnie di navigazione. Prima che ti vedessi, rovesciato sul ponte di un battello, avevo trovato tutti i tuoi segreti nel Baedeker, dove si trova tutto ciò che per l’uomo d’oggi può ancora cogliere odori perduti, afrori selvatici lasciati dal divino.

È dunque qui che sei nata, su questa collinetta, in mezzo a questa piccola piana, circondata da queste graziose montagne. Ho conosciuto imperi lunghi almeno quanto la corsa di un aereo.

Sono trascorsi venticinque secoli, ma saprai riconoscere questo luogo; il gruppo di montagne è come una famiglia seduta in cerchio e sformata dal tempo; la terra perde i suoi alberi come l’uomo perde i suoi capelli. Ci sono giorni in cui mi auguro la scomparsa degli umani, un lungo oblio e la benevola ripresa della vegetazione.

Ma quale più bella fioritura di questi pazienti e indistruttibili cespugli di corallo che agglutinano nell’aria l’indimenticabile getto del sangue? Un giorno, Atena, fosti viva, megera rapace e ardita. Una giovinezza muscolosa, dalle mammelle ben fatte, che spronava i suoi cavallini nervosi, sfilava davanti alla tua porta. E, ragazze e ragazzi, in squadre alternanti, intonavano il canto immortale della vita. Hai avuto la tua ora come le altre. Anche noi abbiamo avuto il nostro momento di giovinezza e abbiamo adorato una vergine. Su tutta la terra le razze sono fiorite e abbiamo potuto vedere nei loro occhi il volto di una dea ingenua.

Passando ti do il buongiorno; non rimpiango il passato, non auspico l’avvenire; guardo oggi, tra i lastricati di miele, tra gli splendori del marmo più vivo della neve invernale, il posto in cui te ne stavi in piedi corazzata dei serpenti annodati della magia, con la testa carica di cavalli, e impugnavi la lancia e lo scudo. Eri alta, eri fatta d’oro e d’avorio, perché il tuo popolo aveva ucciso, depredato, coltivato e commerciato bene, e perché era pio.

Fosti però più spesso vinta che vittoriosa; non sei rimasta tranquilla nella tua cassaforte di marmo. I nemici, condotti da altri dei, sconfiggevano la tua tribù, calpestavano il tuo suolo ed entravano nella tua stanza priva di finestre. Dopo qualche secolo hanno finito col portarti via a testa in giù per il tuo valore in avorio e oro. Di te non si sa cosa n’è stato.

***

Vedo le folle spiate dagli inferi precipitarsi a torrenti nelle voragini. Ma dall’ecatombe delle forme zampilla di nuovo la linfa. Che tutte le forme soccombano, le une dopo le altre, perché nuove forme fuoriescano senza sosta dalle profondità. Il marciume stesso può nutrire un numero immenso di figure diverse.

Non credo però che ciò che è stato cessi d’esistere. C’è la memoria di Dio. La forma di quei giovani che Socrate ha lodato risplende in eterno nello spirito dell’Essere che ci annienta ma che ci conserva.

Percepisco l’eternità del mondo, mia prigione; mi rigiro in bocca questa parola saporosa e vana; mi avvolgo nell’inesauribile creazione senza fine.

Per il momento non ho però più dèi a parte gli alberi, non ho più amici se non i cani. Non ho più preghiera se non l’alito delle macchine. Presto la mia razza morirà, la razza degli uomini se ne andrà.

Negli inferi potremo ritrovare coloro che diedero i nomi alle stelle?

La primavera non sarà più altro che un turbine troppo forte; nessuna debolezza sarà più qui a facilitare con una parola il mormorio rauco della linfa in fondo ai boschi.

Brutto momento.

Pierre Drieu La Rochelle

*traduzione di Marco Settimini

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