23 Gennaio 2018

Ho la luna conficcata nella carotide. Ovvero: posso fare a meno di tutto – anche di Dio – ma non della sua sovrana indifferenza

Sono stato l’uomo della luna. Mi spiego. A volte l’elemento naturale è ipnotico. Prendete questi giorni. Il sole invernale è basso, fende il parabrezza dell’automobile, s’incunea negli occhi, scava. Scava come una volpe la sua labirintica tana. Vi scassa l’iride. Questo sole d’inverno che dà una consistenza d’acciaio al freddo ferisce gli occhi. A me li fa letteralmente lacrimare. Blocco la macchina, ho il viso gonfio di pianto, manco m’avessero ucciso tutti gli agnellini. Guidare davanti al sole, in una mattina d’inverno, è impossibile. La luce innalza una nebbia strana, cinge le cose – case, uomini, cani, cassonetti – di un’aura nuova. Tutto è equivalente – tutto è invisibile. Il pericolo di incidenti è l’unica cosa evidente. Il sole d’inverno chiede di essere meditato e onorato. Qualche giorno fa mi è accaduta una cosa simile e opposta. Saranno state le sette di sera. Gita tra i negozi ancora aperti per procacciare il cibo ai figli. Dai palazzi, improvvisa, una sfera gialla, enorme. Parcheggio. Mi sposto. Guardo bene. La luna. Bassa. Enorme. Incredibilmente concreta. Sono: intimidito, folgorato, stordito. L’esigenza del cibo va a farsi fottere. M’imbarco in macchina, guido fino al mare. Parcheggio. Mi getto sulla spiaggia. D’inverno, a Riccione, ci sono enormi dune di sabbia innalzate dalle ruspe. La scorta di sabbia sarà utilizzata in estate, quando il mare – come una bestia impaurita dai desideri degli uomini – viene fatto retrocedere, sostituito da una sfilza di brandine. Ora il mare suona la sua musica al cosmo, scodinzola di felicità. Scalo la duna di sabbia, scendo. La luna è perfetta. La luna mi chiama. Mai vista una luna così bella. Ora capisco perché nel Canto notturno Leopardi fa la domanda più intima – “ed io che sono?” – alla luna, il pastore leopardiano si denuda di fronte all’indifferenza virginea della luna. Io, semplicemente, sto zitto. Questa luna mozza tutte le domande – e a dire il vero non ho voglia neanche di risposte. La luna costruisce un sentiero luminoso sulle acque. Proprio così. Non è un riflesso. Una strada lastricata della luce lunare. Davanti a me. Sulle acque. Totalmente annientato, mi tolgo le scarpe, metto i piedi nell’acqua – che è stranamente calda – tocco la luce lunare sul mare. Che stregoneria. Mi sembra solida. Come uno che abbia teso una lunghissima pista di bambù. A un certo punto – interamente rincretinito – penso di assistere a un miracolo. Penso che mi sia concesso di camminare su quel sentiero per arrivare a toccare la luna, il cuore della sua magnificenza. Chiaramente, sono un cretino, reclamato soltanto dalla mia fanciulla idiozia. Cammino, cammino, e l’acqua mi arriva alle ginocchia. Il mio corpo s’imbeve di luce lunare. Poco più tardi – in quel momento il pensiero è sconnesso – penso che Dio sia una costruzione troppo elaborata, umana troppo umana – per questo, al limite del disumano. L’uomo, naturalmente, s’inchina agli astri: onora il sole, sente la prossimità benedetta della luna – e la sua divinissima schifiltosità. Riemergo dalle acque e ritorno in me. Alcune persone, umane, sulla spiaggia, con la macchina fotografica. Mi sembrano estranei. Mi sembrano di un’altra specie. Forse formiche, forse gabbiani. L’enorme ostia della luna ha stretto una fratellanza con me. Quando me la sono mangiata, la luna, gorgogliava nella trachea, e per una volta, per fortuna, mi sono mancate le parole. La luna estingue l’alfabeto, cauterizza ogni concetto. Da allora ho la luna conficcata nella carotide.

Davide Brullo

Gruppo MAGOG