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Kawabata: il racconto perfetto, la scrittura come disciplina. Discorso sulla “Melagrana”

In Se una notte d’inverno un viaggiatore Italo Calvino, nel brano Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna, imita il gergo di un fatidico scrittore giapponese, Takakumi Ikoka, dietro cui è velato Yasunari Kawabata. Lo sketch è divertente – “Le foglie del gingko cadevano come una pioggia minuta dai rami e punteggiavano di giallo il prato” – ma fuorviante. Calvino imita una forma, mentre Kawabata indossa una disciplina; scambia, cioè, uno stile di vita con uno stile letterario.

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Quando ottiene il Nobel per la letteratura, nel 1968, Kawabata scrive un discorso, Il Giappone, la bellezza e io, in cui specifica che scrivere è una “attitudine spirituale”. Nel suo discorso lo scrittore cita due poeti: Dogen e Ryokan. Entrambi monaci. Il primo, vissuto nel XIII secolo, autore dello Shobogenzo, è uno dei più arditi pensatori nell’alveo dello Zen. L’altro è una specie di nipponico ‘folle di Dio’: “abitava tane selvatiche, vestiva di stracci, errava per le campagne, giocava con i bambini, discorreva con i contadini, non cercava la profondità della fede in dotte disquisizioni ma si atteneva all’immacolato precetto wagugen aigo (sorriso in volto, parola d’amore)”. Kawabata sottolinea che il monaco “visse secondo lo spirito delle sue poesie”: si è responsabili di una scrittura fino a farne il sigillo di una scelta.

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A proposito di stile. Nel 1925 il giovane Kawabata – aveva 26 anni – spiega la sua idea di sensibilità narrativa in questi termini: “Se finora si è sempre scritto ‘i miei occhi hanno visto rose rosse’, perché gli occhi e le rose erano elementi distinti, i nuovi scrittori fondono occhi e rose scrivendo ‘i miei occhi sono rose rosse’”. Al di là del tono da proclama, il tema è facile: la scrittura deve essere ‘sensibile’, deve andare oltre la superficie ‘reale’ delle cose. Deve travolgere la grammatica per costruire forme che si possano toccare. In effetti, i romanzi di Kawabata – il più celebre, per dire, Il paese delle nevi – sono come falchi di carta, sillogismi di neve. Basta poco a distruggerli perché di un albero, come nelle grandi calligrafie medioevali o nelle pitture sui paraventi, si raffigura l’ombra, la seconda nascita.

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L’anno che segue il manifesto, nel 1926, Kawabata pubblica uno dei racconti celebri, La danzatrice Izu – recentemente pubblicato da Adelphi –, ma soprattutto la prima raccolta dei Racconti in un palmo di mano (editi da Marsilio nel 2002, sia lode a loro), “Suggestioni e artifici”. Il tenohira è un racconto brevissimo, di due-tre pagine, che sta, appunto, “in un palmo di mano”. È un genere da stiliti del verbo, più che da stilisti: è l’analogo dell’haiku nella poesia giapponese. Nel breve – in uno schiocco di dita – bisogna dire un destino. Se nella letteratura occidentale si ritiene che un racconto sia riuscito se ‘odora di vita’ – Cechov, Hemingway – o se è un gioco cristallino, sferico – Borges –, un enigma in verbi – Hawthorne, Poe, Kafka – Kawabata sonda il non detto della vita, snoda il giogo di freni e di possibilità, il remoto. Kawabata non racconta il morso, ma ciò che sfiora, la morsa allo stomaco.

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Un racconto esemplare, in questo caso, è La melagrana. L’incipit è appropriato allo stile letterario di Kawabata, quello imitato da Calvino: “Una notte di vento di tramontana, e le foglie del melograno erano cadute tutte fino all’ultima. S’erano depositate ai piedi dell’albero, lasciando libero un anello di terra intorno alle radici”. Eppure, questo non è uno stile, un abbellimento, una opzione retorica: è un simbolo. Il melograno è “nudo”, le foglie cadute disegnano un “cerchio perfetto”, la melagrana è in cima all’albero, “un frutto smagliante”. Intorno a quella melagrana si svolge una vicenda fatta di silenzi, pensieri, destini accomunati dall’isolamento, dal desiderio bianco. Kimiko vive con la madre, il padre è morto. Il fatto che la madre si sia “scordata” della melagrana “fece sentire a Kimiko tutta la desolazione della loro esistenza. Vivevano senza nemmeno accorgersi delle melegrane che maturavano a ridosso della loro veranda”. La melagrana non è un ‘espediente narrativo’: è un tempio. Un lembo di sacro.

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Quando Kimiko stacca la melagrana dall’albero ci accorgiamo della natura mistica del frutto: “era perfettamente maturo, spaccato come per la pressione interna d’una energia traboccante… i chicchi scintillarono al sole, e la luce del sole li attraversò in trasparenza”. La melagrana sembra un attributo di dio, una fetta geometrica di luce. Kimiko porge la melagrana a Keikichi, il suo ragazzo, che è venuto a salutarla. Il ragazzo “la guardò con quegli occhi che pareva volessero correrle incontro”, ma quando afferra la melagrana, gli cade dalle mani, forse per eccesso di energia – o di responsabilità. Come si fa a tenere il figlio di un dio tra le mani? Come si può accettare una simile consegna? Il racconto sembra una sorta di mito di Orfeo ed Euridice e noi non sappiamo se quei due si vedranno ancora. Sappiamo che diverse esistenze convergono intorno a quella melagrana: il desiderio di una unione erotica – “i chicchi pareva fossero stati addentati da Keikichi” –, la nostalgia, dentata – “Kimiko si ricordò che la mamma mangiava spesso quello che avanzava papà. Un groppo le strinse la gola. A momenti piangeva dalla felicità” –, il futuro, definito con luminosa certezza: “Sentiva di aver scambiato con Keikichi un addio pieno di significato, anche se lui non se n’era accorto; sentiva che lo avrebbe atteso per sempre”. Quel per sempre è sancito dalla melagrana, che pare distinta dal prodigio, dall’eterno.

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In ogni civiltà la melagrana, il frutto irto di semi che sembrano vetro, è simbolo di fertilità. “Come spicchio di melagrana è la tua tempia”, canta il Cantico dei Cantici (4, 3). La melagrana è soprattutto un segno liturgico: “Farai sul lembo melagrane di porpora viola, di porpora rosso e di scarlatto”, è prescritto in Esodo (28, 33), riguardo agli “abiti sacri, per gloria e decoro” indossati dai sacerdoti. Quando Kimiko addenta la melagrana “il brusco… le gelò i denti. E fu come se una triste felicità le corresse con un brivido per i visceri”. Tutto il racconto è una premonizione, una epifania. “Ora Kimiko aveva paura ad addentare la melagrana che teneva in grembo”. Mangiare il frutto significa consumare il passato o dissipare la promessa del futuro? Di un segno occorre accorgersi, interpretarlo è presunzione.

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In un testo del 1933, Gli occhi negli ultimi istanti, Kawabata si riferisce alla letteratura occidentale per dire la sua disciplina. “La vita di Dante, l’autore della Divina commedia, fu tragica. Si dice che Walt Whitman mostrando ai suoi ospiti un ritratto del poeta raccontasse: ‘È il volto di un uomo che si è sbarazzato delle impurità del mondo. Per poter acquisire quel volto ha ottenuto molto e ha perduto tutto’”. Mi piace credere che l’episodio sia un’invenzione di Kawabata, che si vela dietro il poeta che ha visto gli altri mondi, Dante, e quello che ha cantato questo mondo, Whitman. Scrivere significa perdere tutto: se stessi insieme alle “impurità del mondo”. Riguardo al grado di purezza a cui ci si è consegnati, giudicheranno altri, i lettori. Sul melograno del vicino penzolano tre frutti avvizziti – sembrano piccole campane di bronzo. Mi pare blasfemia. (d.b.)

 

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