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“I robot universali di Rossum” di Karel Čapek

Fu candidato al Nobel per sette anni di fila, dal 1932 al 1938, ma non lo vinse mai. E sempre nella sezione “Letteratura”: è stato questo l’errore. Sarebbe bastato leggere il suo capolavoro per capire che doveva provarci nelle “scienze allargate” (categoria che non esiste: andava creata ad hoc) o nella meccanica (non esiste nemmeno questa). Perché, va detto, dobbiamo porci in maniera adeguata davanti ai coronati: l’hanno dato a cani e porci quel riconoscimento. E lui invece, lui che lo avrebbe meritato più di altri, è rimasto all’asciutto.

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Nello stesso anno in cui hanno debuttato i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, esattamente un secolo fa – sulle assi del Teatro Valle di Roma, e fu un fiasco clamoroso –, al Nazionale di Praga prima e ad Aquisgrana poi un giovanissimo boemo, 31 anni appena fatti, porta in scena la rivoluzione tecnologica e linguistica, un dramma totemistico in tre atti destinato a cambiare il lessico del mondo. 

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Un acronimo che sottende l’abisso verticale: R.U.R. difatti sta per Rossum’s Universal Robots e introduce nella cultura mondiale il termine “robot”. L’autore, Karel Čapek, non sa ancora di aver acceso la miccia. Per capire Isaac Asimov – nato un anno prima della “prima” dello spettacolo – e Blade Runner è necessario rileggere il poeta polacco.

Anti-utopia, contro-utopia, utopia negativa o cacotopia: è solo un discorso di forma. R.U.R. è una delle prime distopie letterarie del mondo, di certo più drammatica di quella avanzata da Jules Verne in Parigi nel XX secolo: Rossum’s Universal Robots trasuda di quell’hic et nunc (è un ossimoro, ovviamente) segnato da un destino superiore. Da quel senso di appartenenza a uno società civile e inizialmente “ipotetica” ma in realtà già grondante di robuste oppressioni politiche che accadono in concomitanza, spesso, con terremoti tecnologici e ambientali. 

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Una cacotopia che ha un respiro internazionale, umanitario. La Prima Guerra Mondiale ha ancora l’alito pesante, il Futurismo ha il fiatone che odora di ferro sferragliato e di macchine che corrono. E nel cuore dell’Europa stanno nascendo due nazionalismi che scriveranno pagine nere, nerissime. 

Una distopia che apre il sipario sulle paure più intime che l’uomo del Novecento sente quando vede e inizia a capire il progresso scientifico. Ma se la “messa in vita” di un uomo “artificiale”, i conflitti bellici dilanianti e le condizioni difficili del lavoro sono realtà già note, l’elemento pionieristico che partorisce Karel Čapek è quello di un “accorciamento” degli spazi tra gli uomini e i robot. Tra di loro quindi non ci sono distanze.

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L’opera, ha detto l’autore, è “un ammonimento alla società tecnologica, perché si avveda in tempo del baratro in cui sta precipitando”. Il boemo aveva capito che il razionalismo – quella corrente di pensiero che afferma che la ragione umana può in principio essere la fonte di ogni conoscenza – e lo scientismo (che il Devoto-Oli spiega essere “Un movimento intellettuale sorto nell’ambito del positivismo francese tendente ad attribuire alle scienze fisiche e sperimentali la capacità di soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo”) stavano portando l’uomo verso il nichilismo più infero. L’ammonimento di Čapek è chiaro: vogliamo o non vogliamo una società in cui i robot prendono il posto degli uomini? Vogliamo quindi – ed è questa la sua grande capacità, quella di rivolgersi anche al nostro oggi – la realtà aumentata, il 5G, l’intelligenza artificiale?

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Il termine “robot” non è di Karel ma del fratello Josef e definisce l’operaio artificiale attingendo a piene mani dalla parola ceca “robota” (“lavoro faticoso, servitù”), trasformata però dall’accezione femminile a quella maschile.

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In occasione della rappresentazione teatrale a Londra (1924) è stato messo in vendita il giocattolo “Robert the Robot”. L’Italia invece ha accolto il testo con diffidenza: è arrivato a teatro solo nel 1928, esattamente a Napoli. “Dal punto di vista estetico, nelle sue nitide costruzioni sceniche il nostro gusto latino avverte un quid di meccanico, che in un certo modo le raggela” ha scritto Silvio d’Amico.

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Le creature create da Čapek vengono costruite nella fabbrica fondata dal dottor Rossum (“Rozum” in lingua ceca significa “intelletto/ragione”), piantata in mezzo a un oceano. Il demiurgo dell’azienda che li produce, Domin, ha un’utopia: vuole liberare gli uomini dalla fatica fisica, non immaginando però che gli uomini senza un’occupazione si lasciano “andare” e si buttano a capofitto nei vizi e nell’indolenza, azzerando – o quasi – gli accoppiamenti e quindi le nascite. (A distanza di un secolo, non è cambiato nulla: se “liberi” l’uomo dal lavoro, si consola nei bagordi).

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Per lo scrittore inglese Herbert George Wells l’opera di Čapek ha influenzato il film Metropolis di Fritz Lang, uscito nel 1927.

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È solo grazie all’intuito di una donna – naturalmente – che l’invasione si arresta: la moglie di Domin, con fare femminile (quindi con veemenza e velocità e buona dose di incazzatura), fa a pezzetti i manuali di istruzioni che servono per la realizzazione dei robot. Sembra sia troppo tardi e invece, dopo tanti operai umani morti ammazzati, due robot scoprono di avere un cuore e quindi sentimenti umani.

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“E non servirà a nulla ciò che abbiamo fatto e costruito, non serviranno le città e le fabbriche, non servirà la nostra arte, non serviranno le nostre idee, eppure non perirà! Solo noi siamo morti. (…) solo tu, amore, fiorirai sulle rovine e spargerai al vento il seme della vita”. 

Alessandro Carli

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