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“Dobbiamo diventare semplici”. Con Juri Camisasca

Pareva una specie di Shangri-La, di Atlantide, di continente sommerso. Juri Camisasca, intendo, identifica un’indole più che una persona. Ne conoscevo per squarci e scampoli la vita: l’amicizia con Franco Battiato, “nella caserma dove mi trovavo allora, a Udine… Ho un ricordo di questo ragazzo vestito in maniera incredibilmente eccentrica, che subito mandò su tutte le furie il capitano”; gli esordi nella musica attraverso Pino Massara e la Bla Bla, con La finestra dentro, poco più che ventenne; le registrazioni con Battiato – in album aurorali: Clic e Juke Box –; i Telaio Magnetico; poi la fuga in monastero, per un decennio, il ritorno con Te Deum, la scrittura di testi memorabili – Nomadi e Il Carmelo di Echt, per dire l’Everest –, interpretati da Battiato, da Giuni Russo, da Alice, da Milva. Tutto così: fugace, istoriato su carta traslucida, come se Juri Camisasca fosse un’intenzione, un viaggio, una via.

“No. Non sapevo nulla di monasteri. Avevo letto dei libri, certo, come tutti, ma non avrei saputo dove andare. Ho sfogliato le pagine gialle, figurati. I francescani mi parevano troppo… rumorosi. Avevo bisogno di silenzio. Così, ho scelto i benedettini”. Chi sa, sa che il sacro sta su una seggiola, sbozzata a colpi di coltello, non su un trono ideato da intelletti sopraffini. Juri Camisasca mi è apparso nel dedalo del chiostro Sant’Agostino, tra la glassa di chiasso di Libropolis, a Pietrasanta. Ha gli occhiali da sole, una sciarpa; è alto; fa l’effetto di un tuareg e le mani sono lunghissime. Fa Juri Camisasca, a volte sembra sbrigativo nel liberarsi del ruolo: chissà, forse è uno coyote, uno sciacallo della sera. Parliamo di Giuni Russo – “la voce più grande della musica pop italiana” –, naturalmente di Battiato, che gli è stato accanto nei momenti apicali – perciò: difficili – della vita, “direi che la nostra è stata un’amicizia che trascende il concetto stesso di amicizia”. Il chiasso si eleva a morsi, riusciamo a parlare di Gurdjieff, caro a Battiato, meno a Camisasca, che ha preferito la via monastica occidentale, l’Oriente. “Sia chiaro, Gurdjieff è un grande maestro… certi gurdjieffiani però… mi pare che insistano troppo sul lavoro su di sé, sull’esperienza individuale, con il rischio di escludere il resto”. Ha la gentilezza di chi non vuole rischiare l’invasione, con tutti è cauto, solare nell’intransigenza: sa chi è.

Antonello Cresti è riuscito a smuovere Juri Camisaca, interrogandolo: ne è nato un libro, La risposta è nel silenzio, edito da La Vela, semplice, nudo, per questo importante. Ci hai portato l’Himalaya sul comodino, gli dico. In quel libro, Camisasca racconta la crisi, la necessità di ripudiare tutto per trovare se stessi, per perdersi, per sfinirsi nell’incanto: “Avevo ventidue anni, ero insoddisfatto, senza scopo… la carta della discografia non faceva più per me: ad esempio, ero andato in qualche televisione, ma per me fu un’esperienza allucinante, una forma di violenza… Uscii dagli studi Rai con la chitarra in mano, mi sentivo un derelitto”. Le letture sono tante, disparate, da Yogananda a Sant’Agostino, da Castaneda a Tertulliano a Pavel Nikolaevič Evdokimov (“i libri sono stati decisivi, compagni fidati e sconvenienti… ma ora mi lascio trascinare dalla natura”, mi dice); la pratica diventa una pretesa, il vagabondaggio una forma di obbedienza. “Ho vagato molto, talvolta per un singolo giorno, anche solo per rendermi conto del luogo”: Pontida, Chiaravalle, l’eremo di Fonte Avellana (“mi fermai lì per un anno e mezzo”), Montefano. La solitudine sull’Etna passa per Battiato – “colsi l’invito di andare ad abitare vicino a lui” – e pare inevitabile; nei dischi, in copertina, Camisasca ha un viso marmoreo, marziale.

“Ricavare nella musica una sorta di ascesi”, mi dice. Nel suo lavoro, la sottrazione è triplice: nascondersi (“Cercavo una forma di nascondimento, l’opposto della sovraesposizione sociale”); inclinare nel nomadismo (privi della stanzialità dei rapporti e dei luoghi); inchinarsi al silenzio. Come fare una buca, sotterrare la lingua, illuminare la voce. Ad Alessandro Cresti confessa una visione che mostra l’inconsistenza dei dualismi, anche in ambito politico (“Non voglio scandalizzare nessuno, ma non sarei in grado di stabilire cosa significhi essere di ‘destra’ o di ‘sinistra’. Sono categorie che ovviamente esistono, ma mi sembra, in tutta franchezza, che i valori e le proposte siano sempre gli stessi. Personalmente, mi sono sempre sentito su un altro piano”), nel ring della rivalsa sociale, dell’identità sessuale (“Il fatto che una persona si identifichi come gay è una forma di schiavitù. Dovremmo sentirci, semplicemente, esseri umani, senza il continuo ricorso alle categorizzazioni. Ancora più complesso è il discorso sui transessuali: credo che attraverso la meditazione, quando si trascende l’aspetto del maschile e del femminile, sentendoci parte di una pura energia, certe cose appaiono relative”). Qualcosa, in Camisasca, sfugge: sorride, respinge, un cerchio di fuoco di generosità tra sé e il resto.

Di Juri Camisasca, in effetti, ne esistono molti, non tutti in concordia: c’è quello che fa Juri Camisasca, quello che parla della vita – senza sfoggiare atteggiamenti da guru, ma con la fermezza del pudore –, c’è anche, nel lotto, l’amico di Battiato, che ha collaborato con lui nei progetti più estremi, Genesi, Gilgamesh, Telesio, Musikanten. Ciascuno ha il proprio e a ciascuno di questi Camisasca corrisponde per allusioni; il mio Camisasca restava in un irraggiungibile, la distanza esatta tra il desiderio e l’opacità del deserto bianco. Juri Camisasca, però, è Juri Camisasca quando canta. Anche il viso si affila, si affina quando canta, a occhi chiusi, deponendo se stesso, come un lenzuolo o una giacca. Impone una quiete che ti fa inquieto: perché, chi sono io per toccare il mio Everest, e come faccio, e cosa faccio, ora? La sua voce, intendo, ha un timbro che ti obbliga a srotolare la schiena, a stare sull’attenti, a ricomporre un patto tra te e i tuoi atti. Quando intona Nomadi (“Come uno straniero/ Non sento legami di sentimento/ E me ne andrò/ Dalle città/ Nell’attesa del risveglio…”), è chiaro che qualcosa accade, fosse pure l’assalto dei nostri smarrimenti.

“Parlare delle realtà spirituali richiederebbe un nuovo lessico, dovremmo ricrearlo”, dice a chi vuole spremere un codice dalla sua pratica. “Dobbiamo diventare semplici. I pensieri disturbano, l’attività compulsiva della psiche soffoca”.

Vivere come appestati, mi viene in mente – una pestilenza di luce.

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