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“Amare sino a morirne qualcuno di cui non si sono mai viste le sembianze né intesa la voce”: i diari intimi di Julien Green

Per lo scrittore non esiste il ‘privato’, ma la privazione – ciò non significa che sia ‘pubblico’, che goda dell’applauso, piuttosto, che fa pubblico scempio di sé. I diari di uno scrittore, così, non sono la toilette del gossip, un ludibrio narcisista, ma il luogo dove l’anima è al macello, il corpo torchiato per eccesso.

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Tra il 1946 e il 1949 – con un’ultima, tombale puntata nel 1957 – la casa editrice Mondadori vara una collana, ‘Arianna’, dedita a pubblicare ‘Diari. Memorie. Epistolari’. Nello specifico, si legge in una didascalia, l’intenzione è quella di confrontarsi con “L’esperienza sentimentale delle anime più grandi”. Concetti desueti – esperienza sentimentale – con un frugale tocco elitario – anime più grandi. Si pensava, leggo ancora, che il pubblico “ama, oggi più che non ieri, conoscere l’intima personalità degli autori che legge”. Tra i libri di grido – pochi, la collana conta sedici uscite – il Viaggio in Egitto di Enrico Pea, Sulla strada di Smolensk di Erskine Caldwell, Mosca 1937: diario di viaggio per i miei amici di Lion Feuchtwanger, Guerre che ho visto di Gertrude Stein. In copertina, ricorre il disegno di un filo aggrovigliato: l’idea, buona, è sdipanare il filo della memoria. L’idea, piuttosto, è che il mondo sia un labirinto, la scrittura Dedalo e l’uomo qualcosa tra Teseo e Minotauro. I libri – figura di Arianna – coltivano l’attesa, il riguardo, una feroce signoria (l’unica cosa certa, più certa del grumo labirintico, è il filo).

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Il viso è tra angelo e Minotauro, solido e trascendente, corpo ferino e occhi di levigata profondità. Julien Green vive lungo il crinale cupo del secolo, è perfettamente bilingue – nato nel 1900 a Parigi da genitori americani, sceglie il francese come lingua eletta: muore nel 1998, dopo aver tentato di acquistare la villa che fu di Caterina Sforza, a Forlì, e lì passare ad altre vite, al nulla – sarà accademico di Francia dal 1971, succedendo al François Mauriac, primo straniero ad accedere a quegli aurei scranni da cui preferisce scendere, comunque, venticinque anni dopo. Fu scrittore prolifico all’estremo, tra i rarissimi a essere insediato nella ‘Pléiade’ Gallimard ancora vivente: pubblicati dal 1972 al 1998, i tomi delle Œuvres complètes sono otto, per un totale di circa 13mila pagine complessive. Tradotto in lungo e in largo da Mondadori, Longanesi, Rusconi, Green (“Il suo mondo, di un allucinato pessimismo, si esprime in sentimenti ad un tempo torbidi e delicati, violenti e consapevoli. I protagonisti appaiono oppressi dalla tentazione che li spinge al delitto coercendo ogni loro volontà di resistere”, ha scritto di lui Vittorio Stella) è stato, dopo un tot di oblio – troppo difficile, troppo sottilmente perverso, pervasivo – riscoperto da Nutrimenti, che ha pubblicato Viaggiatore in terra (2015) e Vertigine (2017). La cosa più bella, però, è il suo Journal, il diario, che comincia a scrivere un secolo fa e porta avanti fino alla morte. Mondadori, nella collana ‘Arianna’, ne pubblica tre tomi, una lussuria cerebrale, il Diario 1928-1934 e Diario 1935-1939 nel 1946, e il Diario 1940-1943, da cui vi sfiletto qualche pensiero, nel 1949.

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I diari non importano per entrare nella testa di uno scrittore, ma per ambire al suo vuoto, e lì, in quella stanza, accomodarsi. Lo scrittore non vive per mostrare i moti del cuore, lo tsunami dell’anima, ma per accomiatarsi da tutto, ogni parola è l’ultima, non ha verità da elargire ma un compito da assolvere, un disastro di sé da adempiere. Per questo, lo leggi e ti riconosci: è talmente sé – cioè, superiore a se stesso – che è totalmente te.

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Nel 1940, a Francia in resa, Julien Green si sposta negli Stati Uniti – da lì i fatti di guerra sono un sussulto, una patina oscura, un orrorifico jazz – arma una lingua sinuosa a incenerire il mondo, un amo nella gola del dio. Il vizio intellettuale, su cui Green si adagia con trionfale sicurezza, il corpo come sonar, sonaglio dei più intimi bagliori della bile, l’agiografia di un’era la cui musica è nota soltanto allo scrittore, non stonano, hanno la lucidità di un attacco e inedite agnizioni. “Ieri dicevo ad A il mio orrore per il mondo moderno, particolarmente per tutto ciò che è fatto a macchina, per tutto ciò che non porta il segno della mano umana, mobili, oggetti di cui ci serviamo ogni giorno. Se potessi, fabbricherei da me stesso i miei mobili, lavorerei al tornio delle tazze di legno, metterei insieme le diverse parti d’una cassa. Forse sono il solo degli uomini di questo paese che faccia i primi libri a mano, e intendo ciò sotto molti punti di vista. Un romanzo americano partecipa troppo spesso al lavoro in serie. I miei no; ma io appartengo a una razza in via di scomparire”. Lo scrittore come colui che costruisce tazze di legno. Si scava, si piglia a scalpelli, poi si beve.

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Julien Green ha avuto, in Italia, il pregio di traduttori-poeti. I ‘diari’ – che io ripubblicherei domani – sono tradotti da Libero De Libero – già che ci siamo: riscopriamo pure lui! –, Leviatan ha la firma di Vittorio Sereni, Varuna quella di Camillo Sbarbaro, Mezzanotte è reso da Enrico Emanuelli, Passeggero sulla terra è articolato da Leonardo Sinisgalli. Una lingua di fantomatica presa lirica, che richiama i poeti.

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Lo stare sul palco del linguaggio con statuario agio: “I libri, estrema risorsa dell’esilio. Un libro è una finestra dalla quale si evade”; “Quanti leggono o scrivono non per conoscere la verità, ma per accrescere il loro piccolo io!”; “Se ci venisse restituita la felicità, mi pare che ne proverei una grande inquietudine… Sono al riparo nella sofferenza, e per tale sofferenza raggiungo un’altra felicità che, allora, nemmeno intravvedevo. Ma vorrei dirigermi verso l’orto delle palme, la mano nella mano di coloro che amo e che vorrei guidare verso quella felicità, una felicità sita di là della folle e sanguinaria agitazione degli uomini”.

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Moralità da vetro infranto, con cui setacciarsi i palmi, quella di Julien Green, che a volte fa la respirazione bocca a bocca a Dio, di cui non nega il cadavere. Pure al culmine dell’astrazione, per Green la Storia ha odore di carne e corna ben visibili. Dell’americano non sopporta il fatto “che sa soltanto quello che sanno i libri”, al contrario dell’“europeo d’oggi”, che nel XVII secolo “c’era, lui, e sa d’istinto dove va messa la sedia gotica o il canapè a fiorami”. Figurarsi, questa continuità, oggi, è interrotta, sappiamo più di Netflix che del guizzo di Bernini, più americani degli americani, subiamo la Storia senza conoscerne il muso, l’odore, l’ardore. Leggi Julien Green, quindi, continuando a irradiare il tuo monastero di anime morte. (Davide Brullo)

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Ci sono giorni in cui mi dico che la speranza della liberazione spirituale è la più triste chimera che possa tormentare cervello umano. Poiché capisco bene di non essere di quelli che sanno fare a se stessi le violenze indispensabili e mi stupisco che la cosa sia possibile ad altri. Tutto quanto posso ottenere da me stesso è di non rinunciare a quest’idea: che, in fin dei conti, lo spirito vincerà, ma temo che, nel mio caso, la sua preda sia solo un cadavere. Fors’anche l’importante non è di vincere, sibbene di lottare sino alla morte. Triste cosa dirsi: io sono uno di quelli che non avranno fatto se non intravvedere la luce.

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Ieri la felicità è entrata all’improvviso, come un tempo, ed è rimasta un istante nel salotto silenzioso e buio. Stavamo in piedi dinanzi a una finestra e guardavamo la pioggia che tesseva il suo velo nel cielo offuscato, e ho sentito che, nonostante tutto quello che ci gridano i giornali, ho sentito che la felicità era vicina, umile come una mendicante e magnifica come una regina. Essa è sempre lì (ma noi non ne sappiamo niente) che bussa alla porta, perché le si apra, ed essa possa entrare, e mangiare con noi.

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Fare d’ogni giornata una piccola vita completa quanto più possibile; è una massima che ho sempre tentato di mettere in pratica, leggendo, scrivendo, ascoltando musica o guardando quadri. La regola non era cattiva, ma ha avuto come effetto di moderare il ritmo della mia vita. Ma soltanto grazie a essa potei scrivere più libri di quanto non mi avrebbe permesso altrimenti la mia naturale pigrizia. Tuttavia, presa l’abitudine di non costruire nulla che a poco a poco, come posso ora adattarmi a condizioni d’esistenza che presuppongono un lavoro rapidamente compiuto, un libro buttato giù in qualche settimana, conferenze preparate in meno d’un mese?

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Non so più qualche scrittore dell’India, Vivekanda credo, ha paragonato l’istinto sessuale a un elefante selvaggio legato per una zampa: presto o tardi finirà con lo spezzare le pastoie. Questo istinto posta nella vita umana un elemento di follia. Noi siamo legati alla terra col centro del nostro corpo.

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La Bibbia contiene per ognuno un messaggio cifrato. È la fede che ci dà la cifra.

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Mi domando a volte se il sentimento religioso, in molti, non sia l’espressione di un bisogno di sicurezza in un mondo nel quale tutto è votato alla morte. In altri termini, se le cose del mondo durassero più a lungo, se l’umanità potesse essere sicura d’una vita media di tre o quattro secoli e d’una felicità materiale quasi costante, ci sarebbero ancora tali folli aspirazioni verso il cielo? Mi si dirà forse che diminuisco il valore di ciò che è spirituale, ma io cerco semplicemente di sapere se la santità vera non stia nel rifiutare il paradiso terrestre per l’altro, poiché quello a cui rinuncia il cristiano moderno è propriamente una specie d’inferno.

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Amare sino a morirne qualcuno di cui non si sono mai viste le sembianze né intesa la voce, è tutto il Cristianesimo. Un uomo sta in piedi presso una finestra e guarda la neve che cade, e d’un tratto s’insinua in lui una gioia che non ha nome nel linguaggio umano. Nel più profondo di questo istante singolare, egli prova una tranquillità misteriosa, non turbata da nessun cruccio temporale; qui è il rifugio, l’unico, poiché il Paradiso altro non è che amare Dio, e altro Inferno non v’è che non essere con Dio.

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Sognato di vedere un leone che suona l’arpa.

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Non si racconta l’amore, come non si racconta la felicità. Perciò nel mio diario vi sono simili silenzi.

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Il maggiore esploratore su questa terra non fa viaggi più lunghi di colui che scende in fondo al proprio cuore e si china sugli abissi dove il volto di Dio si specchia tra le stelle.

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Non so perché una lampada posta su un tavolo abbia un tal potere sulla mia immaginazione, quasi su tutto il mio essere morale. Veder brillare una luce un po’ scialba in un ambiente un po’ oscuro mi fa sereno e mi rassicura. E che due o tre persone stiano seduto e intorno a questa lampada per leggere e per cucire è fatto che porta al colmo la mia contentezza. Forse v’è in ciò un’immagine antichissima della pace umana, qualcosa che io riconosco.

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Poco fa leggevo una raccolta di profezie celebri; alcune sono molto antiche, terribili tutte. Povera umanità, come avrà avuto paura! Una forza istintiva la precipita verso quanto essa teme, verso la morte che essa chiama, e provoca, perché vuole farla finita, sembra, come un uomo che si uccide perché ha paura di morire. Essa rifiuta la felicità con violenza, e tuttavia vorrebbe essere felice? Non vuol vivere in pace, e tuttavia sa e afferma che la felicità è nella pace. C si domanda e essa sia fatta per un tal bene che agogna e che incessantemente le sfugge, e sia fatta per la felicità.

Julien Green

*In copertina: Julien Green nel 1955

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