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“Riparatemi dal gelo del mondo”. Jude Stéfan contro i critici “medagliati di merda”

Quando Jude Stéfan è morto, l’11 novembre del 2020, a novant’anni, l’Italia ha accolto la notizia in un epifanico silenzio. Eppure, si tratta – così la didascalia di “Le Monde” a onorare la mort du poète – di un autore “dall’opera tra le più suggestive e singolari della seconda metà del Novecento”, il cui talento, tra l’altro, ha sconfinato piuttosto presto. È Sergio Solmi ad aver tradotto per primo, insieme ad Antonio Porta, Jude Stéfan, per l’Almanacco dei poeti 1971 edito da Mondadori; nel 1979, con Perla Cacciaguerra, ha curato per Guanda un’antologie delle sue Poesie. Solmi – la cui opera in versi, rarefatta, tra l’altro, è da riscoprire – aveva una certa sintonia con il poeta francese capace di “abitare l’istante”: tra i Saggi di letteratura francese editi da Adelphi nel 2009 per la cura di Giovanni Pacchiano uno riguarda proprio Stéfan.

Ad ogni modo, tutto finì lì: Jude Stéfan, autore dall’opera proteiforme, per lo più pubblicata, dagli anni Sessanta, da Gallimard, in Italia è quasi ignoto (nel 2005 Il Labirinto ha pubblicato Lettere tombali, da allora il silenzio è tombale). Peccato. Nato nel 1930, eletto alla poesia ventenne, in seguito a una convalescenza – bloccato per un anno a causa di una poliartrite fulminante: “Ho scritto per disperazione, anche se dirlo oggi, dopo Blanchot e Bataille, fa quasi ridere. Scrivo per mancanza di meglio, per uscire da me stesso, con violenza: è una forma di salvezza, incurante del futuro”, ha detto, nel 1983 –, ha vissuto da estremo solitario, da esteta della ruvidezza. Non una novità per la letteratura francese – pensiamo a Julien Gracq, a Georges Perros, a Thierry Metz – che predilige, a tratti, gli esclusi, gli espropriati, gli appartati. Si chiamava Jacques Dufour, ha scelto il nome in omaggio a Thomas Hardy – autore di Jude the Obscure – e a James Joyce – Stephen Hero –, amava raccogliere la propria biografia in pochi, scabri elementi: “da ragazzo ha studiato legge, ha letto i moralisti francesi, Husserl e Nietzsche… dal 1959 al 1995 ha insegnato lettere classiche al liceo di Bernay”. Ha detto di amare Kafka, Flaubert e Leopardi; alcuni critici hanno cercato di snidare le sue influenze, infinite: dagli antichi poeti cinesi al Qohèlet, da Orazio a Villon. Gli piaceva stare fuori dal mondo, conficcato tra i borghi semivuoti della Normandia; la sua però non era una solitudine pacifica, appagata, irenica. Jude Stéfan si ribellava al dominio degli intellettuali di Francia, gravi di ideologie e di basse ambizioni, all’abominio della critica strutturalista, post-strutturalista, bugiarda, a suo dire. In questo caso, l’uso di Rimbaud come punto di fuga e di non ritorno, come esplosivo che fa saltare in aria metodi, griglie, ‘categorie interpretative’.

La solitudine aveva perfezionato la tecnica lirica di Jude Stéfan e raffinato l’ira. Giocava con le parole, creando piccole trappole, spesso letali. Non è un caso che in Italia, dove la poesia è decorazione, grottesco orpello, elaborato diletto quando non menzogna, sia latitante.

***

a O. Fetica

il mortale, l’inutile
dal rosa nudo alla donna
con cui versiamo i giorni
senza titolare le ore
per mancanza di verbi
poeta dei deserti
al cuore del male, Ego
minimus modernorum privo
di volto né oblio
di barche nell’erba
al sole inavvicinabile
sotto il segno di Caino
sotto le arpe del vento
e queste impensate Nubi.

*

notturno

brusio rassicurante
ruscello, tortorella o
stoffa di seta appena sfiorata
finestra che si ferma
il bambino nella stanza studia
il latte della luce
quando dalla porta si sollevano le
Voci
passa un aereo sibilando fiamme sulla città che dorme
due gatti sfondano
il Silenzio
la Notte batte

(da: Dispartes, Gallimard, 2012)

*

Amante

O voi che non avvertite il peso del tempo
la fuga del tempo la catastrofe del tempo
quando la foglia consacra al fango
quando lo spoglio inverno loda per i suoi venti
quando tempesta di colpi la pianta
voi che siete una fortuna non provvisoria
più leggera del vostro destino troppo leggero
per la morte abbiate pietà di coloro
la cui anima pesa scoperta ad ogni
istinto non velate
dormiente i vostri occhi che sognano l’estate
ciascun essere può straziare ogni essere.

*

Carità suprema

Salvatemi dalla noia preclusa proteggetemi
dalla pesante lussuria dai denti
neri riparatemi dal gelo del mondo
liberatemi dall’odio degli odiosi
dissolvete nella vostra gioia ogni incubo
la bambinaggine la sozzura la senilità
scartatemi infine l’effigie della reale
tomba o tenere donne favorite
l’impossibile!

*

La buona morte

Morire come la pianta ma in che modo?
poiché la forte quercia della pesante morte
senza nostalgia si schianta dopo aver vissuto solo
felice come un capo glorioso di ombre
ma noi anima mia bruno dorata di dolore
in che modo fragili morire sorridendo
come madre incontro la bimbo
come l’ultimo sguardo ghermito
dal mare troppo azzurro?

(le ultime tre poesie, nella traduzione di Perla Cacciaguerra, fanno parte di una silloge pubblicata su “L’approdo letterario”, n. 59-60, Settembre-Dicembre 1972)

*

Un certo silenzio critico avvolge l’opera di Rimbaud, come mai?

Risposta ovvia. Questo “certo silenzio” è dovuto in effetti alle sevizie effimere di una critica epigona post-strutturalista e sotto-barthesiana che non può prendere a oggetto delle proprie dimostrazioni testuali che autori preferibilmente inespressivi, artificiali, artificiosi, mallarmeisti, interpretabili a piacimento del lettore, adatti alla funzione dello schema. Ma le ingiurie, i corsivi, i calci di Rimbaud fanno esplodere all’improvviso il quadro, instupidiscono e annientano questa griglia apposta con cura dagli intellettuali con gli occhiali. È dall’ambiente di Mallarmé & soci che questa critica prende le misure, non certo dalla “forma viva” che respiriamo in Rimbaud, che vediamo in Artaud, in Beckett, in Guyotat, scritture che mettono in scacco i teoremi. Scritture, in effetti, che fanno teoria esse stesse, autarchiche, che non procedono generalizzando, fino a trarre una formula nitida, innocua, per cui qualsiasi scrittura è testo; perfino la più volgare, quella giornalistica, puro vuoto che soddisfa, è chiaro, la nostalgia di una forma ben tornita, mossa da motivazioni puerili come l’ammirazione, l’invidia. A beneficio dell’evidente confusione delle forme, vorrebbero farci credere che tale critica radiologica abbia rimpiazzato l’antica “creazione dell’autore pseudo-divino”, mero mito sorto con Balzac e Hugo, mito romantico sviluppatosi con la defunta parola biblica di un Dio esecrabile tuttavia creatore. A tutto questo, l’opera di Rimbaud, e soprattutto la sua vita orale, il suo terribile e spesso silente disprezzo, dice senza mezzi termini, come sui banchi dell’infanzia o durante le sessioni di autolettura simbolista, minchiate. I critici medagliati di merda, dunque, dovranno girare alla larga, andare altrove, tra scritture secondarie e dissotterrate, tra pamphlet in appendice, riscoperte, ristampe commerciali, e inventare lì per lì i loro giochi di parole, tic di rilevatori pseudomoderni. Un relativo silenzio, dunque, plana su Arthur, su cui non c’è nulla da deplorare.

In che senso è ancora vivo?

Già, ma cosa significa essere vivente? Una fuga, un passaggio, illusione rapidamente dissipata nell’adolescenza, prima di seppellirsi nell’età adulta, nella politica protettiva, nell’amore socializzato, nella professione-alibi. Per quelli che chiamano “poeti”, è il gelo lungo la schiena, illusione di eternità nell’estasi, il prossimo, l’oblio del viaggio, la vanga, infine. Rimbaud non accettava tutto ciò, non voleva essere una di quelle falsità viventi, un “genio” giunto ad aggiungere una manciata di metafore al progresso della lingua, qualche grammo di bellezza alla poesia francese, e qualche titolo all’inedia letteraria del tempo. Ha completamente rinunciato alla sua vita, alla sua meschina benevolenza, e non cessa di abolire la sua vita, la letteratura ha divorato la sua scrittura, non ha neppure voluto vivere, non si è nemmeno suicidato, non ha vissuto se non nelle biografie, nei libri di testo, nelle memorie degli occidentali del Novecento presto stracciate dal calendario. In nessun senso egli vive, per me, se non come esempio del non vivere, del non partecipare alla farsa, del morire a denti stretti, solo, avendo soltanto “la pelle e le parole”. Difendi il mio corpo dalle malattie indegne, dalle polluzioni ideologiche, dalle parole che vagano, giorno e notte, le più antirimbaudiane possibili. Rimbaud sarebbe il morente? Deve ancora nascere, urlando, rabbioso, agonizzando la propria fine”.

Jude Stéfan

(da: Xénies, Gallimard, 1992)

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