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“Vero Leviatano tra i secoli, li vuole divorare tutti”. Joseph Joubert, lo scrittore senza pubblico

Nato a Montignac nel 1754, figlio di un alto chirurgo dell’esercito, Joseph Joubert fu autodidatta in tutto, del tutto ignifugo alla fama offerta da un secolo, a suo dire, rovinoso, rapace, cannibale. Arrivò a Parigi poco più che ventenne, dopo studi disordinati: conobbe D’Alambert, fu segretario di Diderot. Bazzicava i salotti buoni e per altezza di stile, eleganza e una certa schifiltosa indifferenza, fu la sentinella dell’epoca, il profeta tra le porcellane. Recensì, col rasoio di uno stile d’acciaio, teso alla più sfrenata armonia – cioè alla luce fredda dell’alba – un’era che crollava – era estremista nel pudore. Si sposò, ebbe un figlio, Victor Joseph; diede riparo, durante gli anni del Terrore, ai nobili francesi in disfatta, tra cui Pauline de Beaumont, mente tra le più audaci di Parigi, amante di Chateaubriand. Per il resto, la vita di Joubert è priva di eventi, dedita alla contemplazione più che al pettegolezzo – in lui è assente il vizio clinico della chiacchiera proprio di molti moralisti francesi. Scrisse moltissimo, lettere, diari, pensieri, secondo una consuetudine che passa per Montaigne e Pascal; non pubblicò nulla. Morì nel 1824, è sepolto a Montmartre; la moglie disseppellì i suoi quaderni, centinaia, per consegnarli a Chateaubriand. Il grande scrittore, nel 1838, curò una scelta di testi con il titolo Recueil des pensées de M. Joubert.

Va da sé che una storia del genere, fatta di collisioni, buchi, omissioni, nobile disincanto, in un’era intrisa di sangue abbia attratto pensatori come Maurice Blanchot, avidi di vuoto. “Perché Joubert non scrive libri? Assai presto la sua attenzione, il suo interesse, vanno unicamente a quel che si scrive e allo scrivere”, scrive Blanchot in Joubert e lo spazio, saggio incluso in Il libro a venire. “Giovane è accanto a Diderot; un po’ più tardi con Restif de la Bretonne, tutti e due letteratissimi. Nell’età matura avrà per amici quasi esclusivamente scrittori illustri coi quali vivrà mescolato alla letteratura e che conoscendo le sue doti di pensiero e di forma, lo spingono dolcemente ad uscire dal suo silenzio. Insomma, non è affatto un uomo paralizzato dalle difficoltà d’espressione… Eppure quest’uomo estremamente dotato e che quasi ogni giorno ha con sé un taccuino dove scrive, non pubblica niente e non lascia niente da pubblicare”.

A dire di Blanchot, Joubert scrive per esaurire la scrittura, pieno di quel gesto, fino a esaudirlo nel rifiuto, nel banco di prova del bianco; profetizzando, addirittura, la ricerca di Mallarmé e di Rilke. Forse, Joubert aveva semplicemente l’esigenza sbarazzina di scrivere, sbarazzandosi di ciò che scriveva. Era un atleta della scrittura, risolto in un esercizio che non attende complici né giudici. Un perpetuo allenamento, ecco. Jean-Paul Corsetti nell’edizione dei Carnets edita da Gallimard scrive, tra l’altro, che i pensieri di Joubert sono “gocce di luce… minuscole sfere che riflettono una meditazione costante sulla letteratura, la musica, la politica, la pittura. Attento ai segreti del cuore, introdottosi nelle segrete delle anime degli uomini, egli è riuscito a dotare le sue parole di eternità”. In Italia Joseph Joubert ha avuto scarsa fortuna: troppo raffinato, fatuo, foriero di inquietudini e armonie. L’aforisma – una scrittura sotto ricatto – non ha ruolo in questa terra machiavellica. Tradotto da Istituto editoriale italiano nel 1917 (Pensieri), edito da Casini come Riflessioni nel 1957, esiste una versione del Diario stampata da Einaudi nel 1943; nel 2008 Guerini ha stampato una scelta di Pensieri per vivere. Qui si pubblica una selezione dai Pensées, essais et maximes, editi da Le Normant nel 1850, in particolare dal capitolo X (De l’Ordre et du Hasard, du Bien et du Mal) e dal XVIII (Du Siècle).

***

Viviamo in un secolo in cui abbondano le idee superflue e mancano le idee necessarie. Quando vedo i giovani di oggi, mi dico che il cielo ha optato per disintegrare il mondo.

Distrutte le consuetudini e l’autorità, ciascuno si foggia i costumi a proprio modo, grossolani se si è grossolani di natura. Tempi maledetti quelli in cui ciascuno pesa ogni cosa col proprio peso e cammina, come dice la Bibbia, alla luce della propria lampada! Poche idee e molti timori; emozioni senza sentimento; rare idee fisse e troppi concetti vaghi; sensi vivaci, ma incostanti; incredulità nel compito e fede nel nuovo; menti determinate entro opinioni fasulle; la certezza del dubbio; fiducia in sé e discredito degli altri; la scienza delle dottrine vili e l’ignoranza della saggezza: ecco i mali del tempo.

Perché siamo tutti improvvisamente sensibili al bene e al male? I nostri padri lo erano meno. La nostra mente è più vuota della loro, la nostra fragilità maggiore. Non siamo occupati in sentimenti seri, in pensieri potenti. L’uomo mira soltanto al proprio compito, e lo insegue, presta poca attenzione agli ostacoli che trova nel suo cammino.

Menti adatte a governare i grandi stati come le misere case: non se ne incontrano più.

Oggi le inimicizie sono letali, perché non esiste più il gesto disinteressato: non solo l’avidità ci lacera, ma anche l’ambizione al guadagno.

Lo stesso spirito rivoluzionario ha guidato gli uomini nella letteratura, nella politica, nella religione. I filosofi vogliono sostituire le loro verità alla Bibbia, i giacobini la loro autorità a quella del re.

In questo secolo, tutti vogliono essere coinvolti: il popolo, condividendo le ambizioni della filosofia, ha fatto con le mani ciò che doveva essere realizzato con la testa.

Alcuni hanno prestato le loro astrazioni, altri hanno usato gli strumenti. Così, tutto si è capovolto: la macchina per tortura degli innocenti è stata fabbricata sotto la supervisione dei chirurghi.

Abbiamo rotto tutte le strade che portano al cielo: dobbiamo costruire scale.

Lo spirito filosofico del secolo scorso non è stato altro che uno spirito di contraddizione, applicato a leggi e costumi. Lo spirito di contraddizione impedisce ogni approfondimento; è conveniente, è convincente, non richiede alcuna analisi; ma allo stesso tempo è distruttivo e fatale.

La comodità ha disintegrato religione, morale, cortesia.

Ogni volta che si pronunciano con indifferenza e sprezzo parole come altare, sepolcro, eredità, patria, antiche usanze, nutrice, maestro, pietà, tutto è perduto.

Siamo governati da errore e prestigio. Errore nelle opinioni, prestigio negli uomini. Libertà, giurie, rappresentazioni nazionali sono errori. Mirabeau e Napoleone sono prestigio. Piacque al cielo affiliare il prestigio all’errore.

Ricco di titanico orgoglio e, come tutti i giganti, nemico degli dèi, questo secolo ha avuto, con ogni ambizione, proporzioni colossali; vero Leviatano tra i secoli, li vuole divorare tutti.

Viviamo in circostanze così uniche che i vecchi non hanno più esperienza dei giovani. Siamo tutti novellini, dacché tutto è nuovo.

Cogliamo ogni sfida e come veri scolari abbiamo distrutto la casa per dimostrare che ne siamo i padroni.

Siamo un po’ come chi, quando la casa prende fuoco, ammira l’incendio e la bella faccia del piromane, e si limita a far quello.

Un eccesso tira l’altro. Siamo arrivati a questo: ogni accusato è innocente. Tra poco diremo: ogni accusatore è un virtuoso.

Oggi temiamo i costumi austeri e i pensieri di un principe più della rapacità, della tirannia, della ferocia.

Proprio perché il secolo crolla, dobbiamo sostenerlo.

*

L’ordine coordina i mezzi al fine, le parti al tutto, il tutto a un destino, l’azione al dovere, l’opera al modello, la ricompensa al merito.

Il benessere è la legge dei corpi animati o viventi; l’ordine è la legge dello spirito.

L’ordine accorda l’anima al corpo, lo spirito alla materia. L’accordo senza ordine è corpo privo di anima.

Immagina l’ordine universale. Tutto ciò che gli si conforma nelle idee, nelle immagini, nei sentimenti, nelle istituzioni, è bello; tutto ciò che gli si conforma nelle azioni, nei progetti, è buono. Questa è la regola.

Rompere l’ordine è per lo spirito come il guasto che ulcera la bellezza.

Dove non c’è ordine e armonia, non c’è il marchio di Dio. Al suo posto, il deserto, il degrado.

La regola sembra poter iniziare da un pensiero, da un abbozzo. Quando è frutto dell’azzardo, è quasi una preveggenza.

La debolezza portata dall’ordine è preferibile alla forza che lo disintegra. Nulla dura per sempre, ciò che dura di più è l’ordine, perché è più adatto alla natura delle cose.

È impossibile cantare e ballare senza destare piacere, la misura è piacevole per natura, e l’ordine morale riguarda misura e armonia. Impossibile, d’altronde, è vivere bene senza un segreto, il sommo piacere.

Gli spiriti che non hanno potuto assaporare gli incanti dell’ordine, che non sono stati conquistati da quell’incantesimo, sono spiriti malvagi.

Il piacere che proviamo nell’essere soli contro noi stessi deriva da un ritorno all’ordine attraverso la verità.

Quando elevi un uomo mediocre dalla sua condizione modesta lo rendi insolente: non potrà mai adattarsi a una posizione tanto diversa dalle sue abitudini.

Devi amare il tuo posto: che sia infimo o eletto. Se sei re, ama lo scettro; se sei cameriere, la livrea.

Il caso, di solito, fa felice il prudente.

L’essenza delle cose li unisce, ma spesso il treno del mondo li separa.

Non esagerare i mali, non trascurare i beni, se cerchi di essere felice.

Forse, per una giusta disposizione della Provvidenza, i delitti moltiplicano il male che vorrebbero allontanare. Forse, se Caligola non fosse stato ucciso da una congiura apparentemente giusta, Claudio non avrebbe regnato, né Nerone, né Domiziano, né Commodo, né Eliogabalo. Caligola, dopo qualche delitto, sarebbe giunto alla sua età, morendo in un letto, e la successione degli imperatori romani avrebbe preso un altro corso, più felice. Forse, ciò che è crudele e contaminato dal male non produce altro che male. Dio si riserva le disgrazie e le infligge a proposito. Siamo chiamati a fare il bene e nient’altro, questo è il nostro compito.

Joseph Joubert

 

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